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Fever Tree - Fever Tree
05/04/2017
( 205 letture )
Forse oggi non sono poi in molti a ricordarlo, ma il "Grande Stato" americano per eccellenza, il Texas, ex possedimento messicano, ha avuto una importantissima e fiorente scena psichedelica. Dominata dai 13th Floor Elevators, ha visto nascere altre significative band come Red Crayola, Josefus, The Golden Dawn, Moving Sidewalks e via discorrendo. Tra queste band, una di quelle che meritano oggi una giusta riscoperta sono i Fever Tree, gruppo dimenticato dal tempo, ma capace all’epoca di scrivere alcune bellissime pagine di musica e che ottenne specialmente col primo album, anche un discreto successo. Nascere in Texas e sognare la California, questo il destino dei Fever Tree, formati nel 1966 col nome The Bostwick Vines ed inizialmente dediti al folk rock, come migliaia di formazioni dell’epoca. L’ingresso del polistrumentista Rob Landes porterà anche all’acquisizione del monicker definitivo nel 1967 e all’inizio della carriera vera e propria della band. Provare a calarsi nella realtà di quegli anni, con San Francisco e Los Angeles che dettavano legge in ambito psichedelico, mentre dall’Inghilterra la grande ondata iniziata da The Beatles, The Rolling Stones, The Who, The Kinks, The Animals e compagnia cantante stava sconvolgendo il mondo della musica moderna e negli States la “svolta” elettrica di Bob Dylan aveva appena cominciato a stravolgere le carte in tavola in ambito folk, ci rende appena un primo spaccato dell’incredibilmente fervida scena musicale dell’epoca. Surf rock, pop, psichedelia, garage, rock’n’roll, folk, suggestioni di ogni tipo erano il pane di chi cominciava ad affacciarsi al mondo musicale cercando una propria strada. I Fever Tree erano quindi alla ricerca di una propria dimensione e la trovarono con un prezioso contratto stipulato con la curiosa coppia di coniugi e produttori formata da Scott e Vivian Holtzman. I due non solo captarono il potenziale della formazione, ma fornirono alla band tutto il materiale che andrà a comporre i primi due album del gruppo, che debuttò nel 1968 col primo singolo San Francisco Girls (Return of the Native), ottenendo una lusinghiera posizione novantuno nella classifica BillBoard, aprendo la strada per la pubblicazione del primo autointitolato album.

Registrato a Los Angeles, Fever Tree è un disco molto classico per l’epoca e mostra un interessante quanto evocativa mistura di tutti gli elementi fin qua citati: folk rock, proto-hard rock, psichedelia, pop e una curiosa quanto efficace influenza derivante dalla musica classica che si esplicita nell’uso di strumenti a fiato e nell’arrangiamento dei brani, spesso caratterizzati da citazioni di musica classica e da una tessitura ricercata e particolare, che in qualche modo sembra addirittura anticipare alcune soluzioni tipiche del progressive lì ancora a venire. Forti di un cantante dalla voce strepitosa, baritonale e appassionata, ma perfetta anche nelle uscite più propriamente rock, come Dennis Keller, uno splendido interprete a cavallo tra Jim Morrison e Eric Burdon e Arthur Lee, un chitarrista abile e dotato come Michael Knust e un polistrumentista capace di passare dall’organo ai fiati, come Rob Landes, i Fever Tree riuscirono a convogliare tutto il loro talento in un primo album che dimostra già una raggiunta maturità e una sicurezza nei propri mezzi invidiabile. Certo avere un set di canzoni da poter sfruttare è un bel vantaggio, ma l’interpretazione della band è a dir poco fondamentale, donando un taglio definitivo a quanto scritto dai coniugi Holtzman. Basti l’entrata della voce di Keller nel curioso intro Imitation Situation, che simula un rumore di moto accostato ad un rullo di tamburi per poi virare sull’organo che esegue la “toccata e fuga”, per aprirsi ad un giro che tutti i fan di Morricone non potranno che adorare, con tanto di tromba in sottofondo, per capire che questa band non è una delle tante. Where Do You Go? è la prima canzone vera e propria e gioca subito la carta del proto-hard rock velato di psichedelia, con Keller che diventa abrasivo e la sezione ritmica a dettare i tempi, fino al break centrale nel quale è invece il clarinetto a intessere una melodia arcana che va poi a citare il Bolero di Ravel, per ricacciarsi nel turbine rock poco dopo. Ancora una dimostrazione della versatilità della band e degli arrangiamenti ricercati messi in opera. Neanche il tempo di rifiatare e arriva la stupenda San Francisco Girls (Return of the Native), non a caso il più grande successo mai ottenuto dalla band. Qui Keller è semplicemente magnifico, ma quello che colpisce è anche l’alternanza tra l’evocativa strofa e il giro strumentale stregonesco guidato dalla chitarra e dall’harpsichord, che sfocia poi in un classico rock doorsiano da tramandare ai posteri. Canzone che ricorda anche le dissonanze tipiche dei Velvet Underground e nel finale in sfumare Heroin non è poi così lontana. Ninety-Nine and One Half si apre con un urlo di Keller ed è un bel brano rock quello che ci attende, con Knust in continuo movimento e la sensazione di essere nel bel mezzo di un festino psichedelico. Tempo per un altro brano-manifesto della band, la nervosa Man Who Paints the Pictures, piuttosto veloce e dominata dalla ritmica e dai ricami della chitarra elettrica, che accompagnano e rilanciano la bella linea melodica, confezionando un brano molto significativo che sarà poi ripreso e modificato nel secondo disco, Another Time, Another Place. La doppietta che segue ci riporta invece verso il folk rock e il baroque pop, con ampie citazioni classiche, tastiera e archi a dominare Filligree & Shadow, stupenda nell’indolenza interpretativa di Keller e nel consueto buon lavoro di tessitura di Knust, fino al perentorio break che porta alla quasi cacofonica e drammatica conclusione del brano. The Sun Also Rises è invece un piccolo gioiello di pop ricercato, che avrebbe fatto gola anche ai Beatles, forte di una linea melodica perfetta e di un arrangiamento ricco di archi ed elegantemente accompagnato dal piano. Parlando di Beatles, come dimenticare il medley tra Daytripper e We Can Work It Out, che nelle mani dei Fever Tree assume una connotazione completamente diversa dall’originale, tra psichedelia, rock e musica classica, per una resa davvero riuscita che non manca di citare anche il megaclassico Eleanor Rigby. Il disco si avvia alla fine, ma la qualità non accenna a diminuire con la deliziosa Nowadays Clancy Can’t Even Sing, perla pop ancora una volta palestra per gli arrangiamenti e la splendida interpretazione di Keller, che sfodera però il suo meglio nella successiva acustica Unlock My Door. Quest’ultima merita uno spazio di attenzione tutto suo, essendo forse la canzone più evocativa e suggestiva dell’album, completamente incentrata sulla chitarra e sulla voce, sottolineate dai lontani interventi degli archi, con un misterioso invito di un altrettanto misterioso ospite ad entrare nella sua casa; apparentemente una canzone d’amore, il brano e il testo si prestano anche ad altre interpretazioni, come conferma anche il concitato break centrale. Chiude Come With Me (Rainsong), splendida e romantica ballata sottolineata dalla pioggia.

Album assolutamente figlio del suo tempo e per questo oggi datato e fuori moda, Fever Tree finisce proprio per questo suo essere manifesto di un’epoca, per diventare un disco da riscoprire e apprezzare per il grande equilibrio, le bellissime melodie e la ricercatezza degli arrangiamenti, oltre che per l’ottima prestazione di una band che dopo aver assaporato brevemente le parti alte delle classifiche, non saprà più raggiungere il successo tanto ricercato, pur avendo pubblicato quattro album e avendo avuto un seguito anche molti anni dopo lo scioglimento ufficiale. Non è un disco che ha segnato un’epoca, né poteva averne i crismi, essendo in larga parte derivativo rispetto a quanto prodotto dai veri campioni del genere. Eppure andando appena oltre le barriere del tempo e calandosi nella realtà di quegli anni, è difficile non riconoscerne i pregi, all’epoca sicuramente soffocati dall’enorme quantità di proposte di settore, con nomi come The Doors, Jefferson Airplane, The Grateful Dead, piuttosto che The Byrds, Love e via dicendo che occupavano le prime posizioni, relegando gli altri alle retrovie, pur potendo contare su dischi di indubbio valore. Per i Fever Tree il momento giusto non arriverà mai, ma se avrete voglia di ascoltare un ottimo disco di genere, lontano dai soliti nomi, un disco magari capace anche di stupire per una vena particolare e personale, allora un ascolto a questo e al successivo Another Time, Another Place, ristampati peraltro in un unico CD, è più che consigliato. Non sprecherete il vostro tempo e magari vi ricorderete di anni lontani e andati nei quali anche nel profondo Texas si sognavano la California, le sue spiagge e le sue notti.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
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galilee
Giovedì 6 Aprile 2017, 14.33.22
4
Da conoscitore e amante di questa corrente musicale strano non aver mai sentito questo nome. Ma se si scomodano nomi quali Third Floor e Arthur lee, dovrò ascoltarlo per forza... appena ho tempo...
Lizard
Giovedì 6 Aprile 2017, 14.06.44
3
Jimi: Va a finire che abbiamo gli stessi dischi a casa
Rob Fleming
Giovedì 6 Aprile 2017, 11.37.39
2
Questi proprio non li ho mai sentiti nominare. Non si finisce mai di imparare. A mia parziale scusante (chissenefrega no?!?) sono più un cultore del sottobosco "inglese" che "americano".
Jimi The Ghost
Giovedì 6 Aprile 2017, 8.40.45
1
Disco presente nella mi armeria musicale dell'epoca anche per due motivi: band geograficamente lontana dagli influssi lisergici del "power flower", ma caratterizzata dalla leggiadria della musica classica e poi dalla presenza di due artisti come David Angel, da rammentare per il contributo nel prodotto dei Love "Forever Changes" e Gene Page quest'ultimo instancabile arrangiatore per un'infinità di artisti oggi famosissimi. "San Francisco Girls” è il fulcro che mostra l'idea del gruppo con un'abilità nell'incorporare perfettamente psichedelia, jazz con linee armoniche geneticamente di provenienza classiche. Insomma, un Gran rispolvero! Jimi TG
INFORMAZIONI
1968
Uni Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Imitation Situation (Toccata and Fogue)
2. Where Do You Go?
3. San Francisco Girls (Return of the Native)
4. Ninety-Nine and One-Half
5. Man Who Paints the Pictures
6. Filligree & Shadow
7. The Sun Also Rises
8. Day Tripper/We Can Work It Out
9. Nowadays Clancy Can’t Even Sing
10. Unlock My Door
11. Come With Me (Rainsong)
Line Up
Dennis Keller (Voce)
Michael Knust (Chitarra)
Rob Landes (Violoncello, Clarinetto, Flauto, Arpa, Organo, Piano, Harpsicord)
E. E. Wolfe (Basso)
John Tuttle (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti
David Angel (Archi, Corni su tracce 1, 6)
Gene Page (Archi, Corni su tracce 7, 8, 9, 10, 11)
 
 
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