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Cultes des Ghoules - Coven, or Evil Ways Instead of Love
07/04/2017
( 886 letture )
UNO SGUARDO AL PASSATO...
Nel recensire l'ultimo disco di un gruppo, l'operazione che viene più immediata fare è certamente quella di guardare all'indietro per capire, sulla base della discografia immediatamente precedente, se il lavoro si possa considerare come un passo in avanti o di regressione.
Nel caso dei polacchi Cultes des Ghoules l'ultimo Coven, or Evil Ways Instead of Love si trova a doversi confrontare con Henbane, che senza ombra di dubbio rappresenta(va) il lavoro più riuscito della band, nei confronti del quale provo letteralmente un'adorazione totale. Le atmosfere "stregate" di quel disco, che hanno in Vintage Black Magic uno di picchi massimi -almeno per quel che mi riguarda e per la quantità irragionevole con cui l'ho ascoltata-, sono irripetibili ed avevano lasciato i fan del misterioso gruppo in piena fascinazione. Quando, dopo quattro anni intervallati da un unico EP, un po' a sorpresa, ho appreso che da lì a poco sarebbe uscito l'atteso nuovo capitolo dei Cultes des Ghoules, sono entrata subito in fibrillazione, avendo dalla mia aspettative molto alte.

Nella presentazione del nuovo disco la cosa che mi è subito saltata all'occhio è stata la scelta di un logo diverso, che si sovrapponeva in maniera elegante ad una copertina composta da spessi strati di colori giustapposti a formare un paesaggio, astratto e dai toni freddi e melanconici. La scelta stilistica mi era parsa voler subito mettere in chiaro una cosa: anche solo per l'accuratezza e l'attenzione riposta in quei dettagli questo album era un lavoro che non poteva essere accostato ai precedenti. Nonostante qualche goccia di sudore freddo mi fosse scesa spontaneamente, come quando si ha il timore che cambi radicali possano sradicare una proposta dalla sua perfezione e farla dirigere su traiettorie meno convincenti, per fortuna è arrivato il sample di anticipazione a rassicurarmi: il cambio di immagine non aveva cambiato la sostanza, i Cultes des Ghoules erano ancora lì, una certezza, con ancora viva la caratteristica di proporre un prodotto musicale fortemente personale, che si può ascrivere più genericamente al black metal, ma che nulla ha a che vedere né con le frange scandinave, né con la seppur eterogenea proposta dei gruppi est-europei.
Nel momento in cui, durante un festival in Germania, ho avuto la possibilità di trovare la copia fisica a pochi giorni dall'annuncio e ben prima che il disco trovasse una distribuzione più ampia, mi sono subito precipitata ad ascoltarlo e ad essere completamente rapita da tutto il concept. A questo punto sono stata sicura di una cosa: se il fatto che Coven non volesse essere paragonato ai suoi predecessori fosse in qualche modo implicito, una volta avuta tra le mani la copia pubblicata dalla Under the Sign of Garazel Productions non ho avuto più dubbi in merito. Ci troviamo davanti ad un lavoro complesso che costituisce un capitolo a sé nella carriera del gruppo polacco e che per poter essere apprezzato necessità di tempo e di studio.

...PER DISTACCARSENE CON CLASSE.
Probabilmente il fatto che accosti l'atto dello "studiare" ad un disco potrà sembrare esagerato ed è ovvio che, come ogni prodotto musicale, anche questo come altri ha nell'ascolto la sua primaria fruizione, ma la complessità che i Cultes des Ghoules hanno voluto perseguire rende il solo ascolto superfluo ed è necessario soffermarsi molto di più per comprendere a fondo tutto il lavoro. Coven, or Evil Ways Instead of Love è un'opera molto ambiziosa, che come diretta ispirazione ha The Jilemnice Occultist dei Master's Hammer, ma che si presta anche ad essere paragonato allo spessore dei lavori di Devil Doll, che in Mr. Doctor aveva la personalità trainante, con caratura e classe ineguagliabili. Il doppio CD supera l'ora e mezza di musica e già questo lo rende un lavoro massiccio, in linea con la proposta stilistica cui i polacchi ci hanno abituato, ma che tende ad esserne una contorta evoluzione. Ciò che è importante fare per poterlo capire è tentare di seguire il concept leggendo le 32 pagine di booklet (con tanto di disegni) che narrano storie intrecciate di diversi personaggi, in cui la protagonista principale è la giovane Dorothea Crooke, figlia di una rispettata e benestante famiglia. Il disco si struttura come una vera e propria Opera teatrale, divisa in scene e con un prologo iniziale. Ogni sezione corrisponde ad un "brano" e l'uso delle virgolette in questo caso è d'obbligo, dato che le parti sono tutte interrelate e che il minutaggio è davvero consistente, così come densa è la stratificazione di ogni scena. Vengono attraversati diversi stati d'animo che corrispondono a diversi gradi di intensità e cadenze ritmiche e che vanno di pari passo con ciò che succede nell'Opera, tant'è che gli stessi testi sono scritti quasi tutti in rima ed a mo' di dialoghi. Progressivamente le varie entità coinvolte innalzano il pathos e ci avvertono che qualcosa di sinistro sta per accadere: Dorothea ad un certo punto cerca di sfuggire alle pene ed all'afflizione sentimentale di una vita che sente come prigione, perché rifiuta il suo promesso sposo, Jonathan Dunnthrone, e si rivolge, disperata e timorosa, alla chiromante Vadoma, per chiederle come cambiare il corso del suo destino.

La ragione le direbbe di essere cauta, ma il suo cuore è come se urlasse nel bramare passioni selvagge e rischiose, invogliandola a cedere alle tentazioni dell'Oscuro Signore, fonte primaria di tutte le più dolci e libidinose deviazioni. È a lui che la "nuova" Dorothea rivolge le sue preghiere, in una rinnovata consapevolezza verso quella che potremmo definire come una "redenzione attraverso l'oblio".
Mentre la storia prosegue, notiamo come sia anche la musica a cambiare, per cui dalla prima scena in cui il riff portante dava delle sensazioni cadenzate e ripetitivo-ossessive, si passa a pattern di chitarra molto più inquietanti, che si intrecciano a risate grottesche, urla disperate ed un cantato sempre più fuori controllo. E' interessante come tutto sembri esplodere, fino all'intro dell'ultima scena, che per la sua lunghezza (28 minuti) occupa tutto il secondo dei due dischi della pièce. Satan, Father, Savior, Hear My Prayer... è la parte che preferisco di più, forse perché è realmente la summa di tutti gli stati d'animo che erano in attesa di poter essere portati alle estreme conseguenze: anticipata da un'intro e dalle tastiere horror, nella quinta scena i sonagli -da sempre in sottofondo- sembrano essere ostili e non solo inquietanti, le chitarre diventano più febbrili ed i diversi assoli che si avvicendano sono schizofrenici. Il ritmo è quello di una cavalcata ed il cantante Mark of the Devil (nomen omen) dà prova ulteriore di grandissime doti di recitazione, interpretando in maniera realistica il carattere ed il ruolo di ciascuno dei personaggi ed intrecciandosi con gli assoli ed i synth eseguiti da Tribes of the Moon (chitarrista dei Doombringer) e con il violoncello suonato da Bestial Devotion (batterista dei Negative Plane). Le collaborazioni vedono anche Nameless Void (chitarrista/cantante dei Negative Plane, qui presente in alcuni cori) e M. (frontman dei Mgla, presente in alcuni cori e curatore del mix e del mastering dei dischi, "in honour of the Dark Lord").

Al termine di questo intenso e sfiancante viaggio ci sentiamo spossati, è come se avessimo anche noi bevuto quella pozione a base di Belladonna, ranuncolo e canapa che sul finale fa cadere Dorothea in una trance profonda ed estatica. Coven è davvero un lavoro incredibile, intricato ed affascinante. È come se fosse una creatura viva e si deve essere psicologicamente pronti a lasciarle il comando della situazione per essere guidati, per perdersi al suo interno. Un apice per i Cultes des Ghoules, diffcile da gestire per la sua lunghezza, ma che altrettanto difficilmente potrà essere superato.

Passions of other men I truly scorn
To the tongues of the dark I am reborn
I pledge to serve thee for the good and ill
Posses me and then kill - that is my will


E così sia.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
Doom
Sabato 8 Aprile 2017, 15.36.29
3
Purtroppo ancora mi manca il tempo e la giusta concentrazione per ascoltare un album del genere. Ma comunque di solito le recensioni elaborate di Stjarna mi invogliano..inoltre mi e' stato gia consigliato e mi sento di quotare al 100% l'ultima frase di @Enry. D'altronde ogni cosa ha il suo tempo. Ripassero'.
gamba.
Sabato 8 Aprile 2017, 12.06.35
2
lavoro di grande complessità e che ancora non ho compreso fino in fondo, ma merita assolutamente l'impegno di approfondire, ascoltare e ascoltare ancora. poi quando mi nominate i devil doll mi sento come ci si sente di fronte a un immenso buffet gratuito
enry
Sabato 8 Aprile 2017, 6.38.01
1
Bellissimo, fare pezzi da 20 minuti senza annoiare e che volano via senza che te ne accorgi è roba per pochi. Cupo, stregonesco, sempre ispirato nel guitar work...Impegnativo, ma ripaga alla grande. E in un periodo dove anche la musica va di fretta con 2000 uscite al mese ogni tanto è giusto fermarsi il tempo necessario per lavori di questo calibro...85
INFORMAZIONI
2016
Under the Sign of Garazel Productions
Black
Tracklist
Disco 1
1. The Prophecy (Prologue) / Devell, the Devell He Is, I Swear God... (Scene I)
2. Mischief, Mischief, the Devilry Is at Toil... (Scene II)
3. Strange Day, See the Clash of Heart and Reason... (Scene III)
4. Storm Is Coming, Come the Blessed Madness... (Scene IV)

Disco 2
1. Satan, Father, Savior, Hear My Prayer... (Scene V)
Line Up
Mark of the Devil (Voce)
Machine (Chitarra)
Minski (Basso)
W. Earl (Batteria)

Musicisti Ospiti
M. (Voce in traccia 1)
Nameless Void (Voce)
Tribes of the Moon (Chitarra, Synth)
Bestial Devotion (Violoncello)
 
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