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Destroyer 666 - Wildfire
11/04/2017
( 987 letture )
Finalmente. Sì perché con l’ultimo Defiance, rilasciato nel 2009, i Deströyer 666 avevano raggiunto l’apice della loro esigua ed eccellente discografia. Un silenzio di sette lunghissimi anni si è frapposto fra il succitato capitolo discografico ed il presente Wildfire, quinto fiammante full lenght di una band che non ha più bisogno di presentazioni. Sulle scene da oltre vent’anni, album dopo album gli australiani sono divenuti una realtà importante ed affermata, anche fuori dai circuiti più cult ed underground. Una lunga pausa compositiva, portatrice di sostanziosi cambiamenti strutturali. Primo fra tutti l’abbandono dello storico chitarrista Shrapnel, nella band dal lontano 1996 e principale compositore di Defiance. Una defezione che, dopo lo stupore, ha spinto il frontman K.K. Warslut a rimettersi al lavoro. Il risultato, Wildfire, si presenta quindi innanzitutto come opera quasi esclusiva del líder maxímo, circondato per l’occasione da una line up completamente rinnovata che ha comunque contribuito alla sua realizzazione.

Che cosa suonano i Deströyer 666? Difficile dirlo con precisione, la loro musica non si adagia comodamente all’interno di un’unica etichetta. Diverse categorie possono essere usate, ma ciascuna non esprimerebbe che una singola dimensione di quanto proposto da K.K. Warslut e compagni. Sintetizzando, si può dire che i Deströyer 666 suonino un solido e personalissimo ibrido di thrash e black metal, ai quali si aggiungono a dosi variabili anche death, speed, epic ed heavy metal, anche se sarebbe molto più corretto dire che la band suoni semplicemente “Deströyer 666“. Una musica ricca di influenze, ma che si è cristallizzata in qualcosa di compatto, equilibrato e soprattutto riconoscibile. Un genere personale e specifico dunque, che però evolve di album in album. Se i diversi episodi della discografia degli australiani sono collegati da un fil rouge sempre evidente, ognuno possiede un carattere individuale che lo distingue dagli altri. Wildfire non fa eccezione.
Il penultimo, monumentale parto discografico della band era un album complesso ed articolato, una sorta di colata ininterrotta di lava, dove la singola canzone tendeva a scomparire in favore del tutto. Wildfire si presenta subito più snello, diretto ed agile. Questo risultato è favorito dalla scelta di un approccio più semplice, scelta che influisce nettamente sull’accessibilità dei brani. Questo non fa però di Wildfire un album banale. Si tratta infatti di un lavoro stratificato, che si presenta allo stesso tempo immediato e sofisticato. Le tracce proposte entrano subito in testa, ma svelano ascolto dopo ascolto una grande ricchezza di dettagli e di finezze sonore. L’altro punto a favore di Wildfire è sicuramente la sua varietà: se in Defiance le canzoni formavano un unico blocco, in questo caso ogni traccia ha una sua specificità grazie alla diversità dei registri presenti. L’album è composto da brani tiratissimi, come Traitor, Wildfire e Die You Fucking Pig!, accostate ad episodi più cadenzati, si veda White Line Fever. Alcune canzoni maggiormente articolate ricordano più da vicino quanto fatto in passato, come Hymn to Dionysus e l’impressionante traccia di chiusura, Tamam Shud. Da segnalare anche una canzone strumentale, intitolata curiosamente Artiglio del Diavolo. La musica di Wildfire parte da una massiccia base thrash metal, alla quale vengono accostate caratteristiche proprie ai generi citati più in alto. Accanto a classici riffoni a motosega appaiono quindi linee di chitarra più tipicamente black metal, assoli classicheggianti e parti più atmosferiche. Un insieme apparentemente eterogeneo che va a formare il compatto Deströyer 666-sound, sul quale svetta la voce di K.K. Warslut, sporca senza quasi mai sfociare nel growl vero e proprio, ma che neppure disdegna l’uso del clean. Due elementi colpiscono maggiormente in Wildfire. Il primo è la sua anima visceralmente old-school: diversi passaggi di Hounds at Ya Back e di Live and Burn sfociano nell’heavy metal, mentre la title-track è praticamente speed. Il secondo tratto distintivo dell’album è la melodia che ne impregna i solchi. Si tratta beninteso di una melodia che si iscrive in un contesto musicale thrash/black metal, che al di là degli episodi più irruenti è presente in quantità: ne sono un esempio le già citate Hounds at Ya Back, Hymn to Dionysus, Artiglio del Diavolo e Tamam Shud. Lenta, possente ed epica, pregna di cori e melodia, quest’ultima traccia costituisce il punto più alto di Wildfire. In lingua persiana, Tamam Shud significa “la fine“: la canzone è dedicata infatti al chitarrista dei The Devil’s Blood, Selim Lemouchi, morto per overdose nel 2014 e al quale K.K. Warslut era molto legato. Se si esclude Hounds at Ya Back, il cui contenuto denuncia le leggi anti-biker adottate nello stato australiano del Queensland nel 2013, i restanti brani abbordano temi meno impegnati e più in linea con il genere.

Difficile giudicare Wildfire rispetto agli album precedenti. Come detto, in casa Deströyer 666 ogni capitolo è un episodio a sé, differente seppur legato agli altri. E l’ultimo nato suona decisamente Deströyer 666, ma si distanzia allo stesso tempo dai vari Defiance, Cold Steel… for an Iron Age, Phoenix Rising e Unchain the Wolves. Molto meglio quindi giudicarlo per quello che è, senza scadere in inutili paragoni. Wildfire è innanzitutto un album vario e per questo dinamico, composto da validi brani. La diversità dei registri presenti ne alleggerisce molto l’ascolto; le tracce non sono tutte sullo stesso livello, livello che rimane comunque sempre elevato. Ciò che tuttavia più stupisce di Wildfire è la capacità dei musicisti di unire caratteristiche a prima vista distanti: fresco ma old-school –almeno nei generi che ne compongono il suono–, immediato ma ricercato. Due coppie apparentemente ossimoriche, che in Wildfire trovano una perfetta sintesi. Non è da tutti riuscire a riunire delle caratteristiche a prima vista così distanti, anzi, è qualcosa che riesce solo ai grandi. Ennesima prova del valore di questa band, che alla categoria dei grandi appartiene ormai di diritto.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
92.71 su 7 voti [ VOTA]
lisablack
Martedì 9 Maggio 2017, 15.55.37
3
Molto bello, uno degli album che ho ascoltato di più l'anno scorso, per me tra 75 e 80. Artiglio del diavolo, la mia preferita.
Doom
Giovedì 27 Aprile 2017, 14.55.02
2
Gruppo che per me ha gia dato il suo meglio, raggiungendolo con il cazzutissimo Cold Steel For iron age. Detto questo, pero' si sono mantenuti su buonissimi livelli anche con Defiance. Questo lo reputo carino, con 3 o 4 pezzi davvero fichi..il mio preferito Hounds at ya back..Pero' oltre il 7 pieno non me la sento di andare ( che per me e' gia un buonissimo voto).
Tatore
Giovedì 27 Aprile 2017, 10.44.13
1
Album per me fantastic! Appena uscito non ho ascoltato altro per giorni...fino al concertone al Traffic! Grandi Destroyer 666...Wild Fucking Fire!!! Voto rece giusto
INFORMAZIONI
2016
Season of Mist
Thrash/Black
Tracklist
1. Traitor
2. Live and Burn
3. Artiglio del Diavolo
4. Hounds at Ya Back
5. Hymn to Dionysus
6. Wildfire
7. White Line Fever
8. Die You Fucking Pig!
9. Tamam Shud
Line Up
K.K. Warslut (Voce, Chitarra)
Ro (Chitarra)
Felipe (Basso)
Perra (Batteria)
 
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