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As Blood Runs Black - Allegiance
15/04/2017
( 400 letture )
La prima decade del secolo corrente è considerata ed in effetti è stata il periodo di fioritura e affermazione del deathcore. Gli anni d’oro? Soprattutto dal 2005, quando uscì Doom dei Job for a Cowboy, con The Price of Exsistence degli All Shall Perish nel 2006 e a seguire nel 2007 con The Cleansing dei Suicide Silence e Dead in My Arms dei Carnifex.
Tutte le band deathcore attuali si ispirano volenti o nolenti a questi masterpiece, ma esistono altri lavori che seppur più in sordina per ciò che concerne il riscontro di pubblico anche attuale, sono invece decisivi nel percorso che ha portato alla nascita e alla definizione del deathcore, oltre ad essere di per sé album straordinari.
Uno di questi è senza dubbio Allegiance degli As Blood Runs Black: infatti esso funge da incredibile ponte fra death metal melodico, metalcore e deathcore. Ovvero uno step successivo al metalcore di Killswitch Engage, August Burns Red e co. con l’attitudine alla violenza e devastazione del deathcore, pur conservando la melodia: insomma un deathcore melodico.
Prendete gli At The Gates, mischiateli ai The Black Dahlia Murder, aggiungete i breakdown, anche quelli lenti: ecco in parole spicciole Allegiance degli As Blood Runs Black, che in effetti con questo lavoro non hanno fatto altro che continuare sulle basi gettate proprio dai The Black Dahlia Murder.

Insomma questo album è una perfetta dicotomia fra pura melodia e una suprema forma di pesantezza, che si palesa sia nelle parti tiratissime e a perdifiato sia nelle parti più cadenzate, che trascinano verso terra ma al contempo portano alle stelle. Il continuo alternarsi di velocità e breakdown su cui si adagiano il perfetto avvicendamento di scream e growl con sprazzi di pig squeal e le parti strumentali mozzafiato lasciano semplicemente l’ascoltatore folgorato. Questo anche perché all’ascolto non è facile realizzare che questo album sia del 2006, avendo un songwriting, un’intenzione e una consapevolezza decisamente all’avanguardia, soprattutto trattandosi di un debut album. La produzione dal canto suo riprende la naturalezza, l’essenzialità e la primordialità dell’old school pur avendo dei suoni freschissimi, mai ammorbanti, insomma anch’essi senza dubbio ponderati pur sembrando quasi live (anche in questo ritroviamo l’attitudine dei The Black Dahlia Murder).
Allegiance scorre meravigliosamente: 37 minuti che sembrano 10 per l’immediatezza, l’efficacia e il divenire delle composizioni, nelle quali a tratti ci sentiamo trascinati in Svezia per poi tornare coi piedi in terra americana grazie all’inserimento di scelte stilistiche della New Wave of American Heavy Metal: insomma è evidente che i nostri si ispirano al melodeath svedese riuscendo a emularlo ed esaltarlo, ma fra le righe mantengono sempre un’autoctonia deliziosa, che tramite il metalcore melodico diventa il trampolino di lancio verso il deathcore. Incalzanti, adrenalinici, oscuri ma mai decadenti: non richiamano sensazioni depressive e piuttosto ispirano energia e danno la carica, sono tagliati con l’accetta, immediati e non pretestuosi.
Ritmiche di chitarra sdoppiate con distorsione pastosa e assoli intensi (anche se non super tecnici) che si sposano alla perfezione con l’impalcatura ritmica di batteria: essa è dinamica, squillante, mai esagerata e mai noiosa ma con preponderanza e una forte presenza, anche grazie ai volumi nella produzione. Il basso è anch’esso una figura importante aiutando parecchio a riempire il muro del suono, ma quest’ultimo è soprattutto rinforzato da un particolare effetto sonoro, ovvero le “bombe” che vengono aggiunte per sostenere e intensificare i breakdown e che risuonano nelle ossa: espediente che sarà utilizzato largamente nel futuro da tutte le band del genere.
Ciliegina sulla torta è senza dubbio il variegato mix di voci di Chris Blair, di cui ci colpisce soprattutto il growl grave, pieno e risuonante.
Si parte con l’intro strumentale che con l’attacco incalzante già ci catapulta nel mood giusto, apripista per In Dying Days, vera opening track dallo squisito gusto swed death commisto agli ingredienti deathcore: pig squeals, dinamismo vocale e breakdown affossanti.
Si prosegue con My Fears Become Phobias, dalla forte attitudine metalcore anche grazie all’inserimento di cori, repentini cambi di tempo, stop e riprese e le ritmiche di chitarra quasi geometriche.
Proprio quando si pensa che i nostri già non possano fare di meglio ( e siamo solo alla terza canzone ) arriva la segnante Hester Pynne, tiratissima con brevissimi momenti di respiro dati dai breakdown e soprattutto straordinaria nel finale con le parti di chitarra perfettamente dissonanti e quasi volutamente disturbanti.
Breve digressione agrodolce e interiore con la strumentale Pouring Reign, che sembra registrata davvero in presa diretta e alla buona ma che in qualche modo raggiunge e tocca l’ascoltatore, in un momento che ci toglie bruscamente dal mood di selvaggio dinamismo delle tracce precedenti ma che sarà anticamera per altri venti minuti buoni di delirio.
The Brighter Side of Suffering ci riporta nella mischia e colpisce ancora una volta per i suoi cori e il suo finale con un breakdown pesantissimo e rallentato all’estremo, Strife fra un riff swed e l’altro tira infine fuori un forte gusto groove. Ma tutti i pezzi contribuiscono in qualche modo a dimostrare il variegato songwriting della band, che soprattutto stupisce per la capacità di scrivere pezzi che iniziano in un modo e procedono in tutt’altro modo rispetto a ciò che ci si aspetterebbe. Insomma una brillantezza compositiva che pur rimanendo fedele a determinati stilemi non annoia mai.

In conclusione, gli As Blood Runs Black hanno subito numerosi cambi di formazione che hanno impedito una continuità proficua (basti pensare che all’uscita del secondo album Instinct ben 6 anni dopo, solo il batterista Hector “Lech” De Santiago persisteva come membro originario). Forse per questo ora non tutti riconoscono questo monicker, ma noi riteniamo che ciò non sia contemplabile: il loro debut album Allegiance con la sua avanguardia è ancora attuale dopo undici anni. È un ascolto notevole per i defender che vi ritroveranno l’attitudine dell’old school ma che non deve mancare fra i titoli dei fan del deathcore: senza ombra di dubbio un lavoro dal ruolo decisivo e da ascoltare se si vuole comprendere appieno l’evoluzione di un intero filone musicale.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
66.66 su 3 voti [ VOTA]
Michele
Sabato 15 Aprile 2017, 12.59.45
1
Finalmente qualcuno che fa una disamina seria e concreta del deathcore e riconosce a certi dischi il posto che gli spetta (e non mi riferisco a questo Allegiance, che rimane bellissimo, ma anche a tutti gli altri dischi di Job For A Cowboy, Suicide Silence e All Shall Perish menzionati all'inizio, spesso snobbati dal metallaro medio senza neppure degnarli di un ascolto). Bravi, molto bravi gli As Blood Runs Back, anche se i due dischi successivi non sono a questi livelli.
INFORMAZIONI
2006
Mediaskare Records
Death Core
Tracklist
1. Intro
2. In Dying Days
3. My Fears Have Become Phobias
4. Hester Prynne
5. Pouring Reign
6. The Brighter Side of Suffering
7. The Beautiful Mistake
8. Strife
9. Beneath the Surface
10. Legends Never Die
Line Up
Chris Blair (Voce)
Ernie Flores (Chitarra)
Sal Roldan (Chitarra)
Nick Stewart (Basso)
Hector “Lech” De Santiago (Batteria)
 
 
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