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Stormlord - Supreme Art of War
15/04/2017
( 664 letture )
Durante il suo decorso storico, l’heavy metal estremo italiano ha sempre offerto delle realtà di assoluto e riconosciuto valore artistico. Sebbene per diverse ragioni non sia mai riuscita a godere delle medesime attenzioni riservate al panorama scandinavo, la scena del nostro Paese si è forgiata grazie al contributo di gruppi nati nello stesso arco temporale dei più celebrati colleghi nordici e a cui nulla hanno da invidiare dal punto di vista qualitativo. È sufficiente pensare a Necrodeath, Bulldozer o Mortuary Drape, solo per citarne alcune all’interno dell’elenco di formazioni fra le più considerate come influenze in ambito internazionale dagli anni ’80 a seguire.
Compiuto un balzo temporale in avanti, precisamente nel 1991, cominciò a circolare nell`underground il nome di un altro act che in futuro otterrà ottimi riscontri anche oltre i confini nazionali, quello dei romani Stormlord. Originariamente dediti a un death metal dai connotati classici, il combo capitolino ha progressivamente mutato il sound sino ad ottenere un risultato riassumibile in tre parole: extreme epic metal. Questa definizione, coniata dalla band stessa, risulta decisamente azzeccata per identificare una proposta che attinge ampiamente da tutti i sottogeneri del metal estremo, rendendone dunque assai complessa una descrizione univoca e rigidamente classificatoria. Ma è l’epicità, il vero discriminante caratteristico, la presenza imponente di sonorità, cori, e orchestrazioni richiamanti atmosfere solenni ed eroiche. Elementi, questi, che non potevano non interessare anche le liriche, ispirate alla mitologia medievale e alla celebrazione degli antichi fasti dell’impero romano.
Il loro full-length di debutto, oggetto di questa recensione, è la perfetta espressione di quanto appena analizzato. Anticipato da due EP, Under the Sign of the Sword del 1997 e Where My Spirit Forever Shall Be del 1998, Supreme Art of War, composto di otto tracce registrate presso i Temple of Noise Studio di Roma, viene pubblicato nel 1999 dalla ormai defunta label teutonica Last Episode.

A dare inizio a questa rapsodica battaglia è Where My Spirit Forever Shall Be, introdotta dal tema sinfonico portante del tastierista Fabrizio Cariani, preludio di una tempesta che esplode in tutta la sua energia nel riffing galoppante di Pierangelo Giglioni, solidamente supportato dalla poderosa sezione ritmica costituita dal basso pulsante di Francesco Bucci e della tuonante batteria del talentuoso David Folchitto. Accelerazioni al fulmicotone e improvvisi rallentamenti scandiscono lo screaming secco del singer Cristiano Borchi, che si alterna alla voce in clean di Valentina Di Prima, prima di una nutrita serie di ospiti. Un pezzo eterogeneo dove si possono dunque apprezzare inserimenti atmosferici dal sapore squisitamente medievaleggiante e che già racchiude la summa delle peculiarità dello Stormlord sound. A Descent Into the Kingdom of the Shades parte placidamente con un incipit quasi antemico per sfociare in una sfuriata tipica black metal in blast beat che si spezza presto per lasciare spazio al coro del ritornello e a ritmiche più dinamiche. L’utilizzo della doppia cassa “a gruppi” in sedicesimi, su cui si sovrappongono all`unisono le partiture di chitarra, ricorda le tipiche soluzioni tanto care ai Fear Factory. A dare respiro si inserisce perfettamente un mid tempo intarsiato dalle eleganti decorazioni di flauto di un’altra guest, Tiziana Timpano.
I nostri dimostrano di sapersi muovere con agilità anche in territori completamente strumentali con Sir Lorial, un piacevole intermezzo di due minuti intensi dove è ancora Cariani in primo piano a dettare magistralmente le linee guida melodiche. Un grave motivo tastieristico fa da colonna sonora alla declamazione in lingua latina recitata da A.G. Volgar, leader di coloro che furono i Deviate Ladies, colmando i primi secondi di Age of the Dragon. Ci si attesta su battiti per minuto medio-sostenuti con i pattern chitarristici che si sviluppano pedissequamente a quelli sinfonici creando corpose intelaiature melodiche. Qui si evidenzia l’abilità in fase di songwriting nel rendere assortita la base metal con coinvolgenti parentesi folk.
Un coro epico apre War (The Supreme Art), la cui struttura potrebbe essere tranquillamente quella di una canzone power metal, caratterizzato dalle cavalcate e da lunghi tappeti di doppia cassa. Non mancano ovviamente sortite nel metal più estremo interrotte dal cantato femminile e dallo squisito inserto di violino eseguito da Elisa Papandrea ad impreziosire uno splendido low tempo. Si prosegue sulla medesima falsariga con Immortal Heroes, avvalorata dal partecipazione di Steve Sylvester, altra illustre presenza che non ha certamente bisogno di presentazioni. Una song ben equilibrata dove stavolta i repentini cambi di tempo la fanno da padrone e sorreggono un orecchiabile refrain.
Of Steel and Ancient Might è uno dei migliori brani del lotto, sapientemente ponderato e bilanciato. Le armonie di flauto e violino sono tasselli di giunzione con momenti di pura violenza. Giglioni sugli scudi, artefice ancora una volta di un lavoro sulla sei corde eccellente, snocciolando tutto il suo repertorio tecnico ben radicato nella tradizione thrash e nel quale si denota altresì l’influenza dei Death del compianto Chuck Schuldiner. La tempesta si placa e i delicati arpeggi di chitarra classica suonata da b>Federico PapandreaOutro a chiusura del disco.

Supreme Art of War è un album vero ed onesto, un piccolo frammento di storia che merita di essere rispolverato, riscoperto e riassaporato in tutta la sua genuinità. Ogni brano è ben articolato, composto in maniera intelligente, dove la grande quantità di riff, soluzioni e idee si amalgama in un risultato finale avvincente e mai scontato.
Ci sono certamente anche dei difetti, in primo luogo una produzione buona ma non eccezionale, che conferisce agli strumenti potenza e bilanciamento, ma per i quali al tempo stesso si sarebbe potuto fare un qualcosa in più in termini di qualità dei suoni, soprattutto dei piatti della batteria e delle chitarre.
Talvolta alcuni arrangiamenti si rivelano a tratti acerbi, un fatto che tuttavia non intacca in alcun modo il valore delle tracce e certamente accettabile per una band all’esordio che comunque mostra già di avere le idee piuttosto chiare circa la direzione stilistica intrapresa. Difatti, Supreme Art of War è il primo, fondamentale passo nel percorso degli Stormlord, in quanto in esso sono contenuti tutti gli spunti ripresi e rielaborati in chiave più consapevole nei dischi successivi, dalle sonorità thrasheggianti di At the Gates of Utopia, passando per le atmosfere più black metal e per certi aspetti orrorifiche di The Gorgon Cult, sino alla maestosità delle orchestrazioni di Mare Nostrum, a parere di chi scrive il loro masterpiece assoluto della formazione, seguito infine dall’ultima fatica, Hesperia, che ricalca con successo le orme del suo predecessore ulteriormente arricchito di sperimentazioni e ornamenti tipici della cultura mediterranea. Un discorso musicale e lirico complesso e affascinante di cui gli Stormlord sono stati fra i primi precursori in Italia e portato avanti con fierezza e coerenza nel prosieguo della carriera in maniera sempre fresca, originale e innovativa.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
62.75 su 4 voti [ VOTA]
RedRoger
Mercoledì 19 Aprile 2017, 18.32.33
10
il periodo migliore di metal shock , a mio avviso, fu quello con Fuzz Fuzz al timone. Da li in poi un discesa verso il baratro , in cui Borchi e Fabban furono i principali autori...non che Grind Zone con gente come Emiliano Verrecchia se la passase meglio.Il giochetto di autorecensirsi o di recensire gli amici era costume comune nel MS di Borchi e Fabban...sempre il buon Borchi paragono con molta umiltà il sound del demo degli Stormlord agli At Th Gates , quando si dice la modestia.Lisa con Fabban ci corrispondeva anche una mia amica e mi ricordo che da gran signore ,parlando di non so che sua uscita , le disse che le avrebbe procurato.."LUNGHI E BAGNATISSIMI ORGASMI". un poetà insomma.Per quando riguarda gli Stormlord ,musicalmente mi han sempre annoiato , a livello lirico-concettuale l'idea di recuperare la mitologia classica è buona ma loro mi suonano decisamente coatto-burini...non parlimao dal vivo.Al gods di qualche anno fa con 30min. di set a disposizione metà eran i sproloqui di Borchi. Bene ,ora lapidatemi pure.
Luca
Mercoledì 19 Aprile 2017, 9.00.35
9
cristiano borchi... ah ah ah...i primi numeri di grind zone grandiosi, quelli di mezzo con longhi penosi, gli ultimi con alla guida mammarella spettacolari.. su fabban meglio stendere un velo pietoso, visto la merda che ora butta sulla musica estrema
lux chaos
Martedì 18 Aprile 2017, 14.48.51
8
@Mirko, una buona parte delle critiche se non ricordo male fu perchè Borchi si auto-recensì il demo (o mini cd o quel che era) su Metal Shock sotto falso nome e dandosi il massimo dei voti ....un piccolo genio ahahahahah...detto questo io penso che se una band fa cagare, fa cagare, se è ottima è ottima, recensioni o meno...gli Stormlord hanno avuto una crescita pazzesca, ed è innegabile, e non penso si possa attribuire alla recensione di un demo. Poi magari ci sono molte altre cose che non conosco, ma sinceramente mi interessa poco, giudico la musica, e quella, per me, è ottima e mi emoziona, punto
Mirko
Martedì 18 Aprile 2017, 14.29.12
7
Io non l'ho mai capito 'sto tiro al bersaglio sulla band e i suoi componenti. Hanno sempre pubblicato buoni (se non ottimi) dischi e dal vivo sono delle macchine, e per me tanto basta. Se poi vogliamo sindacare l'aspetto umano, ho avuto occasione di suonarci insieme quattro volte e sono persone davvero alla mano, umili e simpaticissime; nessuna traccia di superbia o spocchia come leggo spesso in giro (al contrario di altri). Detto questo, condivido la recensione: un buon esordio, con un paio di brani sopra la media, ma ancora un po' troppo grezzo per i miei gusti. Con i successivi faranno ben di meglio.
lux chaos
Sabato 15 Aprile 2017, 21.57.33
6
Bei tempi Lisa, io iniziai a comprare Metal Shock nel 1995, avevo 13 anni, per me il metal era una scoperta continua e incredibile, e anche io del periodo Borchi/Fabban ho solo bei ricordi...ogni album era un nuovo mondo...fantastico!! Basta se no piango ahaha ...gran bel disco per me, ribadisco
lisablack
Sabato 15 Aprile 2017, 19.39.32
5
Bel disco e bei ricordi pure per me..quanto vorrei ritrovare in edicola Metal Schock, H M..Grind Zone, io con Fabban avevo una corrispondenza, ci si scriveva lettere, carta e penna altro che E. Mail! E si parlava di musica..
Morlock
Sabato 15 Aprile 2017, 18.21.44
4
Io di Metal Shock dei tempi di Borchi e Fabban ho SOLO bei ricordi...per quanto riguarda gli Stormlord li vidi live tipo 3,4 volte....la prima volta rimasi proprio preso a bene......le altre una noia e dei suoni veramente squallidi...per quanto riguarda sto disco onesto ma niente +...
lux chaos
Sabato 15 Aprile 2017, 16.11.47
3
Ecco appunto
Black putrid
Sabato 15 Aprile 2017, 14.52.21
2
band infima, una delle peggiori che abbia mai visto dal vivo insieme agli Alastis.
lux chaos
Sabato 15 Aprile 2017, 13.32.17
1
Prima che eventualmente partano (spero di no) le solite trite polemiche su Borchi, Metal Shock bla bla bla, giudico la musica...ho sempre seguito con interesse questo gruppo, folgorato dal primo mini e da questo buonissimo esordio che ritengo (insieme al masterpiece mare nostrum) il meglio riuscito della formazione, con il capolavoro Where my spirit forever shall be in testa, e altre ottime composizioni come A Descent Into the Kingdom of the Shades, War (The Supreme Art) o Immortal Heroes...sono perfettamente d'accordo con la recensione, album acerbo ma genuino, affascinante, fresco...un grande gruppo. Da recuperare assolutamente per chi ama queste sonorità, in particolare quelle di quest'album resteranno un unicum, data la continua evoluzione dei dischi successivi
INFORMAZIONI
1999
Last Episode
Black
Tracklist
1. Where My Spirit Forever Shall Be
2. A Descent Into the Kingdom of the Shades
3. Sir Lorial
4. Age of the Dragon
5. War (The Supreme Art)
6. Immortal Heroes
7. Of Steel and Ancient Might
8. Outro
Line Up
Cristiano Borchi (Voce)
Pierangelo Giglioni (Chitarra)
Fabrizio Cariani (Tastiera)
Francesco Bucci (Basso)
David Folchitto (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Steve Sylvester (Voce su traccia 6)
A.G. Volgar (Voce su traccia 4)
Valentina Di Prima (Voce)
Giuseppe “Ciape” Cialone (Cori)
Massimiliano Salvatori (Cori)
Federico Papandrea (Chitarra classica)
Elisa Papandrea (Violino)
Tiziana Tampano (Flauto)
 
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