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Northlane - Mesmer
20/04/2017
( 875 letture )
Mesmer, quarto studio album dei Northlane, è un titolo che già da solo racconta una storia: infatti per intitolarlo i nostri si sono ispirati al Dr. Franz Anton Mesmer, medico tedesco che nel 1700 mise a punto la teoria del magnetismo animale e dei flussi magnetici/energetici interni da cui egli presumeva dipendesse la salute dell’uomo. Da questa teoria per vie traverse presero vita anche gli studi sul fenomeno dell’ipnosi. I Northlane incuriositi da tutti questi fatti e sempre all’esplorazione della profondità dell’esperienza umana, hanno preso questi concetti e partendo da ciò hanno scritto il loro nuovo album, spaziando su varie tematiche (incoraggiamento, depressione, perdita, impegno etico/ambientalista etc).
Visto che si parla di magnetismo o ipnosi, non si può non affermare che il disco in questione abbia proprio queste proprietà per l’ascoltatore. In realtà la band ha questa peculiarità fin dagli inizi, quando nel 2010 con l’uscita di Discoveries colpì l’utenza con un audace mix di metalcore, post-hardcore, prog e primi accenni di djent (genere che in quegli anni andava a profilarsi). Il loro monicker si ispira a una canzone degli Architects e, proprio come i loro mentori, i nostri ci hanno sempre presentato seppur in maniera differente un post-hardcore/metalcore di classe, elevato, smussato e colto, forse grazie all’influenza dell’attitudine progressive. La violenza è sempre accompagnata da poesia e non è mai fine a se stessa, i testi sono importanti e ricchi di contenuti, la composizione è ordinata e calcolata nota per nota. Una dedizione che si accompagna a un’interiorità straordinaria, data non solo dai suoni scelti ma anche dalle linee vocali e dal divenire delle parti strumentali: l’introspezione è in effetti parte integrante del songwriting dei Northlane, sia a livello musicale che lirico e loro ne hanno fatto proprio marchio di fabbrica.

Ma dai tempi Discoveries e Singularity le cose sono certamente cambiate, con l’abbandono per problemi di salute del cantante originario Adrian Fitipaldes, che ha lasciato senza dubbio un vuoto stilistico ed emotivo. Tuttavia grazie all’entrata di Marcus Bridge i nostri hanno ricreato una nuova e precisa identità che seppur non in grado di reggere del tutto il confronto con i primi due lavori, ha un suo valido motivo d’essere e in qualche modo ci fa accettare il cambiamento. I nostri vertono sempre più verso la landa del progressive metal/djent, soprattutto grazie alla squisita voce del nuovo frontman che seppur a tratti quasi pop riesce ad accattivare e ci trascina in ripetuti ascolti. Mesmer è ammaliante a cominciare dai titoli delle tracce, per passare alla parte musicale e ai testi magnificamente adagiativi sopra. Altra curiosità su questo lavoro è che è stato pubblicato di punto in bianco: certo, alcuni singoli e videoclip erano stati rilasciati (Intuition a Gennaio e Citizen pochi giorni prima dell’uscita) ma non era stata mai dichiarata una precisa data di pubblicazione da parte della band, cosicché questo effetto sorpresa ha sortito un certo scalpore e anche senza l’hype i fan hanno dato un fortissimo riscontro.

Se Node protendeva già verso dei suoni più leggeri ma comunque faceva l’inchino a Singularity e vi ritornava, Mesmer si discosta da esso in maniera evidente. Quest’ultimo lavoro pur rifacendosi al precedente e non tralasciando mai del tutto il metalcore abbraccia sempre più un prog moderno, anche grazie alle scelte di produzione (l’aspetto digitale ed elettronico è preponderante) commiste ai loro suoni collaudati; evidenti inoltre i rinforzi di alternative metal/post rock e l’impatto sonoro in generale è infine decisamente alleggerito ed edulcorato.
Non si compete dunque con la potenza di Singularity, che sembra essere stata abbandonata definitivamente a favore di un approccio molto più soft e un’inclinazione a suoni sempre emotivi in maniera più pratica e catchy: i nostri riescono a esprimere anche concetti davvero seri e tristi nei testi con motivi e linee melodiche che non affossano né deprimono e che piuttosto carezzano l’ascoltatore, lasciando al passato le parti più strazianti e amare (nonostante la positività e l’incoraggiamento abbiano da sempre fatto parte del messaggio della band).
I giri di chitarra che ritornano e si rincorrono, la batteria cadenzata, i ritmi sincopati, la digressione continua e i frame digitali mandano in un piacevole loop l’ascoltatore, con il contributo delle amabili linee vocali di Marcus Bridge che vertono maggiormente sul cantato pulito rispetto al passato remoto della band. E sebbene lui abbia un growl e yelling davvero notevoli e oscuri, non possiamo definirli suo tratto distintivo (come invece avremmo detto di Adrian Fitipaldes): infatti il punto forte di Marcus sono i clean vocals, il suo timbro vibrante ma soprattutto i virtuosismi in cui si cimenta e la capacità di alternare i vari cantati, clean o harsh che siano.

Il compito di opening track è affidato a Citizen, già videoclip e singolo: bel pezzo a metà fra l’aggressivo e il dolce che però non colpisce per straordinarietà se messo a confronto con le canzoni successive: a cominciare dalla bellissima Colourwave con il suo groove irresistibile sulle parti più violente e i crescendo sui versi clou ”I AM WHAT CREATE”.
Si prosegue con Savage, che continua a conservare sferzate di furia, nel cui mezzo le parti strumentali dilatate creano trascendenza e Marcus Bridge ci stupisce alternando alla perfezione tutti i suoi registri. Solar è invece è resa eclatante dai clean vocals e soprattutto gli acuti straordinari nonché dall’intenzione filo-alternative.
Il susseguirsi di questi pezzi è qualcosa di straordinario, per arrivare poi a Hearthmachine, che testualmente rappresenta il culmine dell’album: racchiude infatti il concetto del cuore umano che è sia il centro delle funzioni biomeccaniche del corpo ma anche e soprattutto fonte simbolica di tutti i sentimenti, passioni e pulsioni, spesso in contrasto con la mente razionale, un contrasto che finisce per bloccare l’essere umano. Vi ritroviamo quindi in un certo senso l’idea dei “flussi” energetici del già citato Dr. Mesmer.

We suffer Trapped in a Heartmachine

Ma se Heartmachine ci ha colpito per la sua delicatezza, è ora il turno di Intuition che invece è uno schiaffo in faccia con un attitudine hardcore inaspettata ed eclatante che rende forse questo pezzo la punta di diamante dell’album.
Ogni canzone ha il suo particolare valore nel susseguirsi della tracklist, come Zero-One col suo pesantissimo breakdown in contrasto con la prima parte elettronica, la dolcissima Fade e come degna chiusura Paragon, canzone dedicata alla perdita dell’amico Tom Searle degli Architects, un momento di poetico e commovente tributo che con le citazioni dei versi scritti da Tom stesso non può far altro che toccarci nel profondo.
Per concludere, questi sono i Northlane 2.0 , una nuova versione che seppur differente dagli inizi ha trovato la sua dimensione e il suo splendido esito: con Mesmer i nostri riescono a distinguersi nonostante un meno prestante muro del suono e la svolta leggermente più commerciale, grazie a un songwriting brillante e una capacità comunicativa straordinaria, anch’essa senza dubbio facente parte da sempre del loro retaggio.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
89.5 su 2 voti [ VOTA]
Alberto
Martedì 25 Aprile 2017, 15.29.36
7
Bel disco, anche se continuo a preferirgli il precedente disco, "Node"
piromane
Lunedì 24 Aprile 2017, 14.14.07
6
Il già sentito e risentito è una costante per questo lavoro. bravi loro, bravo lui alla voce, bravi tutti, ma poi alla fine resta un piatto cucinato bene ma io a mangiare da loro non ci torno
Mirko
Lunedì 24 Aprile 2017, 14.11.59
5
Non mi hanno mai fatto impazzire, ma questo disco mi ha davvero colpito. Secondo me non è tanto metalcore (soprattutto rispetto ai precedenti), lo trovo molto più vicino alle sonorità prog-ish di band come Tesseract e (soprattutto) Skyharbor. Ottima sorpresa!
Valerie TheHumanRomance
Sabato 22 Aprile 2017, 21.02.25
4
*giaxomo E sopratutto invito a non fermarsi a leggere il genere che è solo una mera definizione, ma magari associarvi la spiegazione che è data spero esaustivamente nella recensione..
Valerie TheHumanRomance
Sabato 22 Aprile 2017, 20.59.04
3
ciao Giacomo, confermo che a nostro modesto parere i Northlane di metalcore attualmente conservano molto poco rispetto al passato. Scrivere metalcore non avrebbe reso giustizia all'evoluzione della band nonchè a molte altre band del genere. Non potendo scrivere prog metalcore o cio' che andava scritto precisamente (prog/post/metal/hardcore?) abbiamo optato per il genere che in percentuale maggiore abbiamo ritrovato nel disco. Ti consiglio comunque di riascoltarlo, anche a me ai primi ascolti non aveva dato molto, non è un album cosi semplice come può apparire.
Giaxomo
Venerdì 21 Aprile 2017, 18.15.12
2
Attirato dalla bella recensione, dal voto, dal genere attribuitogli, l'ho ascoltato ieri sera e stamattina. Onestamente non ho trovato picchi memorabili (ha lo stesso voto dell'ultimo dei PoS), puzza di "già sentito", mi sembrano i Between Buried and Me di qualche anno fa prima che iniziassero a suonare 500 riff al secondo. Mi sembra anche ardita l'etichetta del genere assegnatogli. È metalcore sotto tutti i punti di vista. La qualità c'è, il cantante pure ma suona tutto, tranne che fresco. 65. Per rispetto di chi apprezza questo filone musicale non voto sulla recensione perché non è più un genere che ascolto, il metalcore.
Michele "Axoras"
Venerdì 21 Aprile 2017, 12.32.08
1
La poesia di Colourwave, gli acuti di Solar e il lirismo sognante di Savage. Come se non bastasse Marcus Bridge è un cantante della madonna. Sicuramente uno dei platter prog metal più belli che ho sentito quest'anno !
INFORMAZIONI
2017
UNFD
Prog Metal
Tracklist
1. Citizen
2. Colourwave
3. Savage
4. Solar
5. Heartmachine
6. Intuition
7. Zero-One
8. Fade
9. Render
10. Veridian
11. Paragon
Line Up
Marcus Bridge (Voce)
Jon Deley (Chitarra solista)
Josh Smith (Chitarra ritmica)
Alex Milovic (Basso)
Nic Petersen (Batteria)
 
 
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