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Rory Gallagher - Defender
21/04/2017
( 691 letture )
E' una storia già ripetutamente sentita. Si può essere artisti davvero bravi, talvolta delle autentiche stelle potenziali come in questo caso, ma se non sei "mediatico", se non ti inserisci nel momento storico in cui vivi sfruttandone le tendenze anche se queste non collimano con le tue attitudini, spesso e volentieri raccogli meno di quanto meriti. Talvolta molto meno, come nel caso di Rory Gallagher. Mai interessato a comportamenti da rockstar d'accatto, praticamente indenne dall'influenza delle mode sulle radici e sugli arrangiamenti delle sue canzoni specialmente durante gli anni 80, poco adatto ad incarnare l'immagine del chitarrista da eccessi fotografici da rotocalco, Rory è sempre rimasto fedele al suo compagno: il blues elettrico. Dopo l'integrazione organica nel suo tessuto musicale dell'Hard Rock alla fine degli anni 70, dopo l'esperienza Jinx con l'uso di tastiere e sassofono (Dick Parry) ed il recupero di una dimensione live prioritaria rispetto all'incisione di album considerati sempre più come obsoleti dagli ascoltatori non specializzati degli eighties, Defender uscì come rivendicazione di una specificità di genere musicale. E lo faceva fin dal quel titolo che urlava la sua posizione verso il mondo del mainstream. Un mondo che al di fuori di stili come il metal, che nel 1987 viveva il climax di una storia di ribellione contro la musica commerciale, era votato al disimpegno e/o comunque all'uso massiccio dell'elettronica. Un atteggiamento antitetico rispetto all'idea di musica che albergava nell'anima di Rory Gallagher.
Fatto di Blues allo stato puro, ma con venature Rock'n'Roll ed Hard Rock assolutamente evidenti, Defender si fondava sull'assoluto rispetto per le sue radici e sulla fiera rivendicazione della sua forza. Una vitalità resiliente opposta ad un mondo che, sempre più, sembrava puntare verso il confezionamento di contenitori musicali il cui scopo non era (e non è) quello di produrre arte e veicolare messaggi e stili di vita, ma quello di vendere il contenitore stesso a gente resa incapace di valutare i contenuti. O la loro assenza.

Primo prodotto edito in assoluta libertà tramite la propria etichetta discografica, Defender era e resta un album solido, robusto, sicuro, passionale. Assolutamente tetragono a quanto gli accadeva intorno ed anzi, sempre più convinto a non dar corda al resto del pianeta, Rory Gallagher mostrava qui non solo la sua a dir poco eccellente tecnica chitarristica, ma anche la solita capacità di metterla al servizio della forma-canzone. Senza lasciarsi andare a troppi istrionismi inutili. Il Rock-Blues come protagonista e non il suo esecutore, il quale deve essere un tramite tra l'anima della musica e l'ascoltatore. Tanto rock -anche duro, per alcuni tratti- la presenza delle tastiere appena accennata, una scrittura senza inciampi ed esecuzioni in studio effettuate con mentalità live. Defender funzionava allora e funziona ancora adesso perché non relegava mai in secondo piano lo spirito ribelle e stradaiolo del blues. Ed allora ascoltate come scorrono ancora impetuose Kickback City; Continental Op (un omaggio all'opera letteria di Dashiell Hammett) e Smear Campaign, oppure il suono più contaminato da ambientazioni street-rock di Road to Hell, prima di lasciarvi prendere dall'assolo di armonica di Mark Feltham contenuto in Don't Start Me To Talkin. Perché quest'ultimo può essere un buon esempio del perché il blues è nato con l'etichetta di musica del diavolo, un'eredità poi trasmessa al figlio degenere denominato Heavy Metal. Che seguiate l'ordine previsto dalla scaletta o che "skippiate" da un brano all'altro senza seguire una logica precisa, Defender vi obbligherà comunque a seguire il ritmo, a calarvi nello scorrere della musica restandone inesorabilmente intrappolati. Se però siete totalmente a digiuno della proposta targata Rory Gallagher e volete farvi un'idea immediata dell'argomento del quale stiamo parlando, allora farsi irretire dalla Strato di I ain't no Saint può essere una buona idea per capire tutto e subito.

Anche dopo tutti questi anni, Defender suona ancora come un album profondamente indipendente da tutto e da tutti e privo di alcuna considerazione per il contorno commerciale nel quale si pone; come l'artista che lo ha creato. Immediato, viscerale, assolutamente identificabile con l'autore in ogni suo aspetto -dalla pre produzione al prodotto finale, passando per tutto ciò che vi è in mezzo- Defender risulta un disco-baluardo contro la paccottaglia da classifica che imperava allora come oggi, contro le serate aperitivo/cenanellocaleallamoda/discoteca/cornettoall'alba, contro tutto ciò che allora era la negazione, il rifiuto dell'esistenza di qualcuno e qualcosa che rifuggiva l'omologazione al niente come valore. E per farlo, Rory Gallagher usava il blues; da suo ostinato difensore.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
88.66 su 3 voti [ VOTA]
Jimi The Ghost
Sabato 29 Aprile 2017, 20.41.27
6
Padrone e fautore di un contaminato modus di quello stile skiffle cucito da Lonnie Donegan. Storia incredibile, ma il disco che piacevolmente ascolto rimarrà Irish tour 74. Li c'è la musica che, tecnicamente, apprezzo sopra ogni altra incisione, a cena e questo è un grande disco.Complimenti a Raven e Attenderò la pubblicazione di Fabio che auguro diventerà Un altro grande prodotto editoriale. Un caro saluto. Jimi TG
Fabio Rasta
Lunedì 24 Aprile 2017, 17.18.24
5
"Il Rock-Blues come protagonista e non il suo esecutore, il quale deve essere un tramite tra l'anima della musica e l'ascoltatore": in questo passaggio della recensione credo ci sia tutta la filosofia e ragione di vita di RORY GALLAGHER, dalla sua nascita alla sua morte. Se ne fregava davvero delle mode e si rapportava al Blues come gli Apostoli al Messia. Divulgare il suo credo! Con una naturalezza propria di un fanciullo, senza darsi ne arie ne altre stronzate da Rockstar. Jeans, T Shirt e camicia a quadri in tempi non sospetti. Passeranno i cieli e la terra ma non le sue schitarrate.
LORIN
Sabato 22 Aprile 2017, 11.34.01
4
Chitarrista straordinario che ha inciso dischi straordinari. Lo amo!
Jolunch
Sabato 22 Aprile 2017, 11.31.27
3
Inarrivabile!!
Hm is the law (Fabio Rossi)
Sabato 22 Aprile 2017, 9.43.23
2
Un grande album ma rischio di essere di parte visto che amo tutta la sua discografia. Road to hell e' peraltro una delle mie preferite del suo repertorio. A settembre dovrebbe uscire per Chinaski la mia biografia , la prima in Italia, su Rory... ormai non e' più un segreto.
Rob Fleming
Sabato 22 Aprile 2017, 9.19.17
1
Come sempre non c'è una nota sbagliata, ma a mio avviso più nella norma - ma che norma! - dei precedenti splendidi lavori. Di certo è che quando decideva di suonare il blues dimostrava di essere un fuoriclasse assoluto: Don't Start me to Talkin'; Seven Days; I ain't no Saint e la bonus No Peace for the Wicked. 77
INFORMAZIONI
1987
Capo Records
Rock/blues
Tracklist
1. Kickback City
2. Loanshark Blues
3. Continental Op
4. I ain't no Saint
5. Failsafe Day
6. Road to Hell
7. Doing Time
8. Smear Campaign
9. Don't Start me to Talkin'
10. Seven Days
11. Seems to Me
12. No Peace for the Wicked
Line Up
Rory Gallagher (Voce, Chitarre, Armonica)
Gerry Mc Avoy (Basso)
Brendan O'Neill (Batteria)

Musicisti Ospiti
Mark Feltham (Armonica nella traccia 9)
Bob Andrews (Piano nella traccia 9)
Lou Martin (Piano nella traccia 10)
John Cooke (Tastiere)
 
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