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Kynesis - Pandora
06/05/2017
( 2661 letture )
I Kynesis hanno semplicemente scelto di partire qualitativamente dall’età dell’oro, chissà che musicalmente non riescano a sfuggire alle ferree leggi dell’universo, mantenendo il tocco magico anche nei prossimi lavori.

Li avevamo salutati così, tre anni fa, in calce alla recensione di Kali Yuga, album capace di proiettarli ai vertici del post metal tricolore con ampia vista su un’auspicabile dimensione anche oltreconfine, considerata la qualità della proposta. Sotto la patina formalmente dubitativa dell’affermazione, in realtà, si celava soprattutto la sorpresa che qualcuno sul patrio suolo si fosse cimentato con così gran costrutto nell’impresa di tracciare una possibile via italiana a ciò che i maestri Cult of Luna predicano da ormai quasi un ventennio, divinamente assisi sulla loro cattedra di Umeå. Di fronte a una lezione a così alto tasso di autorevolezza, peraltro, i Kynesis avevano evitato la comoda scorciatoia della derivatività, puntando su una rielaborazione dei modelli arricchita da spunti personali che lasciavano trasparire una spiccata propensione alla sperimentazione (ma non cedendo di un millimetro, contemporaneamente, al rischio di scivolare verso un’anacronistica “mediterraneizzazione” della poetica post), mandando inequivocabili segnali di una maturità raggiunta già al primo colpo.

Restava da capire quanto di quell’impeccabile equilibrio fra tradizione e innovazione fosse esportabile in ulteriori episodi e la risposta arriva finalmente con questo Pandora, con cui il quartetto torinese celebra l’approdo alla scuderia Argonauta Records. Come facilmente intuibile fin dalla scelta del titolo, anche stavolta i Nostri scelgono di confrontarsi con la trascendenza, spostando i riflettori dalla cultura vedica induista scandagliata nel debut ai miti della classicità greca, con un focus puntato sulla fanciulla forgiata da Efesto e donata dagli dei agli uomini per punirli dopo il furto del fuoco eroicamente perpetrato da Prometeo. Responsabile della fatale apertura del vaso da cui sarebbero sciamati tutti i mali destinati ad affliggere le nostre esistenze per l’eternità, la figura di Pandora è un classico archetipo tragico greco, nel suo doppio ruolo di colpevole e di contemporaneo “strumento necessario” per la definitiva uscita della specie umana dall’infanzia dorata in un Eden velato di inconsapevolezza. Ecco allora che, dopo aver contribuito a diffondere ogni sorta di sciagura e tormento, sarà lei stessa a offrire un possibile antidoto, liberando l’unico, vero dono divino presente all’interno del fatal contenitore, la Speranza.
Confermata così l’attitudine a predisporre piani di volo dai più che solidi retroterra culturali, i Kynesis partono subito col botto arruolando dietro le quinte direttamente da Umeå nientemeno che sua maestà Magnus Lindberg, ma chi si aspetti per questo un significativo e automatico incremento delle ascendenze Cult of Luna rischia di restare deluso, perché al contrario, alla prova dei fatti, la “componente enfatica” svedese risulta addirittura in relativo arretramento. Nessuno sconvolgimento particolare, in realtà, dal momento che già per Kali Yuga avevamo sottolineato la sconfinatezza dell’arsenale messo in campo sul versante dell’ispirazione, ma è un fatto che in Pandora alla magniloquenza viene riservato una spazio in progressiva contrazione, mentre si affermano ingredienti in passato peraltro già in nuce, sia pur defilati.
Ecco allora un’accresciuta attenzione per gli spunti core (addirittura sulla falsariga delle ispidissime prove ante Souls at Zero, in casa Neurosis) ma, soprattutto, una dilatazione dei refoli space che avevano animato tre anni fa brani come Pancosmic Being o Monad. Al centro della scena giganteggia ora quella “musica per astronauti” che ha regalato immortalità a una band come i Rosetta (e con i Red Sparowes come possibile integrazione, in termini di essenzialità e minimalismo) e che raggiunge l’imprescindibile obiettivo post di addensare nubi cariche di pesantezza e straniamento puntando non tanto sulle claustrofobie figlie di tormentati rapporti col “sé”, quanto piuttosto sull’ansia al cospetto degli infiniti e delle distanze che ci circondano, capaci di generare una sorta di iperventilazione non meno opprimente e altrettanto angosciante negli esiti.

La stessa struttura della tracklist sembra risentire di questi elementi di novità, collocando in testa e in coda, rispettivamente, prima una triade di brani spiccatamente core oriented e poi un terzetto in cui i Kynesis danno maggior voce alle suggestioni melodiche, con le due tracce restanti per così dire in opportuna modalità ponte per armonizzare l’esperienza di viaggio. Il trait d’union di tutti questi passaggi è la prova complessivamente e individualmente monumentale del quartetto; che si tratti di incendiare l’atmosfera, di accompagnare il fango sludge in torbida emersione o di trattenere il respiro per brevi attimi di contemplazione e di abbandono, la coppia di sei corde Braga/Di Vincenzo e Giacomo Grillone al basso si rivelano sempre impeccabili (in particolare nel gestire le linee di faglia che accompagnano i cambi di fondale, da sempre il vero banco di prova, per chi si avventuri sulle rotte post), mentre una nota di merito particolare va al drummer Fabio Losano, devastante mulinatore d’arti soprattutto quando scarica sulle pelli una potenza mai fine a se stessa ma sempre funzionale alla resa complessiva. Un capitolo a parte merita la prova al microfono di Ivan Di Vincenzo; chi se lo ricorda già più che discretamente abrasivo in Kali Yuga rischia qui di raggiungere l’estasi o di sprofondare nello sconforto, in base alla capacità di entrare in sintonia con uno scream ancora più estremo. Detto per inciso che i testi sono ora tutti in italiano (su questo il passato esperimento di Ex-Stasis era già rassicurante), scegliamo di iscriverci al partito dei “convinti”, considerato che nella nuova modalità (spesso declinata come voce narrante quasi fuori campo) il singer aggiunge all’impasto riflessi ora industrial ora addirittura avantgarde.

A chiarire a quali vertici di allucinazione artistica possa portare un simile artificio provvede subito l’opener Risveglio, apparentemente impegnata a distruggere qualsiasi brandello di forma canzone ma che si apre su un improvvisi squarci di sospensione della tensione, per un effetto teatrale/cinematografico che rimanda al miglior insegnamento Neurosis. Lo stesso meccanismo alimenta la successiva Insidia (forse un po’ meno sperimentale, ma dall’esito qualitativo mai in discussione) e trova il suo pieno compimento in Tentazione, probabilmente il brano più difficile dell’intero lotto ma scelto comunque come traccia-lancio dell’album, a testimonianza del coraggio dei ragazzi nel rivendicare le proprie scelte. Qui davvero l’avvio rimanda a pulsioni post punk e, passato un breve attimo di smarrimento, si colgono anche le radici degli stop “recitati” che interrompono la trama, se, con le dovute cautele del caso, si è disposti a scorgere sullo sfondo la sagoma di Lindo Ferretti, a ispirare Di Vincenzo. La breve e diafana Contemplazione chiude di fatto il primo capitolo, perché, se è pur vero che in Illusione ruggisce ancora più di qualcosa dell’energia dissonante finora sprigionata, l’atmosfera si è già saturata di vapori nuovi, con un recupero della componente armonico/melodica che insidia ora la monumentalità delle strutture (la classica liquidità Isis, potremmo riassumere, ma senza dimenticare un esempio come Redrum, restando al passato dei Nostri).
Da questo momento in poi, l’anima cosmica della band prende il sopravvento e diventa il cuore pulsante della narrazione, a partire dalla magnificamente caleidoscopica Cenere, aperta da un fremito monastico/tibetano e chiusa da un coro in liturgica recitazione (mentre nel mezzo splendide gocce gothic si posano sulla base più Cult of Luna del platter), confermando la dimestichezza dei ragazzi alle prese con gli spunti mistici. Delicata e sospesa in un etereo limbo spazio-temporale, Catarsi inietta inattese dosi dark giocando le sue carte tra richiami Cure e Fields of the Nephilim, ma il vero colpo di scena arriva con la traccia che chiude il viaggio, Sospiro. Non è rimasto granché, dello slancio iniziale, il paesaggio circostante si è fatto brullo, l’angoscia sembra essere calata d’intensità e il ritmo accompagna questa sorta di improvvisa ascensione dalle umane miserie, mentre un soffuso velo ambient si posa sul pentagramma. Tutto risolto, dunque? E’ rasserenante, almeno il finale? Niente affatto, perché non appena ci si illude di potersi lasciar andare, cullati da una marea di chiarissima impronta Alcest, piomba in scena una voce femminile in modalità Erinni, che con poche, assestatissime parole rimette tutto in discussione e mostra la profondità dell’abisso che ci circonda, dove si nasconde e ci aspetta il lato oscuro… di tutti noi…

Mirabilmente sospeso tra la dimensione dell’incubo e una dolorosa veglia cosciente, denso e oscuro ma non al punto di impedire la visione intermittente di delicati frammenti poetici in dissolvenza, frutto più che maturo di una band in clamoroso stato di grazia creativa, Pandora è un album che va addirittura oltre le già ragguardevoli premesse del debut, regalando un altro gioiello di post metal d’autore. Stavolta possiamo chiudere la recensione in forma non dubitativa, i Kynesis le hanno davvero sfidate e sconfitte, le ferree leggi dell’universo.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
91.33 su 3 voti [ VOTA]
Canyon
Martedì 9 Maggio 2017, 14.51.56
5
L'ascolto inizialmente direi un po' ostico delle prime quattro tracce permette all'Io il raggiungimento del pieno coinvolgimento sonoro e mistico nella parte eterea e cosmica dell'album, come viene definita nella sentita e intrigante recensione. Un album che non delude le aspettative del primo, anzi.
Ivan (Kynesis)
Domenica 7 Maggio 2017, 15.44.42
4
Ciao ragazzi. Tutti questi commenti ci rendono veramente contenti, non ci sono parole per ringraziarvi! - Ivan -
AdeL
Sabato 6 Maggio 2017, 23.52.26
3
Davvero POTENTI... il Post Metal non riesce a "contenerli" vanno OLTRE.
InvictuSteele
Sabato 6 Maggio 2017, 14.25.07
2
Semplicemente stupendo
ricco96
Sabato 6 Maggio 2017, 12.09.01
1
Adesso sento il bisogno fisico di andarlo ad ascoltare, ottima recensione
INFORMAZIONI
2017
Argonauta Records
Post Metal
Tracklist
1. Risveglio
2. Insidia
3. Tentazione
4. Contemplazione
5. Illusione
6. Cenere
7. Catarsi
8. Sospiro
Line Up
Ivan Di Vincenzo (Voce, Chitarra)
Luca Braga (Chitarra)
Giacomo Grillone (Basso)
Fabio Losano (Batteria)
 
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