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Mnemic - Mechanical Spin Phenomena
06/05/2017
( 926 letture )
2003: future fusion metal.
Per una volta niente chiacchiere e distintivo quando si tratta di immedesimazione sonora, etichette e sensazioni. Poche parole, tanti fatti.

Io vedo attraverso di te, vedo attraverso ogni cosa.

2003: i fantasmi di ciò che verrà.
Ritmiche eclettico-compulsive, distorsioni a livello massimo e l'alba del movimento djent. Ma tutto ciò è prima, quando le scorie industrial-groove degli anni '90 creano polvere di supernova per andare a terraformare e plasmare qualcosa di interessante e, nel contempo, debitore del passato.
Spuntano dal cilindro delle possibilità i cinque danesi, capitanati dai talentuosi Bøgballe (voce) e MG Eftemie (chitarra/tastiera) e non fanno prigionieri: Mechanical Spin Phenomena, debutto del quintetto, è quanto di più preciso, devastante, intuitivo e ben suonato si possa sentire -in ambito industrial metal- a inizio millennio. Le coordinate stilistiche, in bilico ossessivo tra Fear Factory (il bridge di DB'XX'D è fenomenale quanto debitore della band losangelina); Raunchy (le belle assonanze di Ghost, il primo singolo/video, sono evidenti) e Strapping Young Lad (per la complessità di alcune strutture e la qualità delle texture), sono il leit-motiv principale di tutte le nove tracce dell'album, che si muove pesantemente e poco silenziosamente tra ritmiche possenti e possedute, che si inerpicano su un drumming meccanico ma fantasioso, un basso presente e la poli-valenza vocale di un M. Bøgballe in stato di grazia.
Band che purtroppo abbiamo ''perso'' nel tempo dopo l'eccellente Mnemesis (2012), gli Mnemic vantano una carriera quasi ventennale nel mondo della musica heavy. Hanno avuto stravolgimenti di line-up considerevoli, ma non hanno mai mollato, nemmeno dopo l'abbandono del cantante originale (avvenuta dopo il tour promozionale di Audio Injected Soul, nel 2005). Coriacei e capaci, caparbi e cazzuti, i cinque danesi hanno preso in mano la situazione (e il business) fin dalle prime battute, con il chitarrista / compositore / tuttofare Mircea Gabriel Eftemie a tenere salde le redini della corazzata 'M'. Ma facciamo un passo indietro: un susseguirsi di fattori positivi, come concerti, promo, singoli di livello, ci porta allo straripante album in questione: l'attenzione di mamma Nuclear Blast sale vertiginosamente e, in un batter d'occhio, ci troviamo tra le mani un cromatissimo platter futuristico dalle tinte ultra-moderne e splendenti. Storie di fantascienza, fiabe cosmiche e tecnologia. Nulla di nuovo sotto il cyber-sole, ma un mix audio-visivo di prima scelta. La band ha una sua fiera identità e tra sintetizzatori epici d'ambiente, che ricordano i migliori lavori di un ''certo'' Rhys Fulber, pezzi spesso lunghi e strutturati, rabbia primitiva e citazioni anni '90, consegna ai posteri il suo miglior album, cosa che non capita troppo spesso quando si parla di debut album e si esclude il fattore nostalgia.

Finezze a iosa, un reparto ritmico scintillante e guerrafondaio ed infine un muro di chitarre / sintetizzatori notevolissimo. Una insalata di futurismo e prelibatezze extra-mondo, insomma, per oltre 50 minuti di musica fiera e molto cinematografica. Scenari post-atomici, astro-razzi e cyborg fanno la comparsa fin dall'intro in loop di Liquid, affresco ritmico/melodico posto in apertura. Opening-track snella, pennellata di elettronica, trigger a go-go e ritmi incalzanti. Una marcia di endoscheletri armati fino ai denti, fautori di un groove assassino sul quale si erge una stratificata resa vocale, che alterna versi incisivi e pre-chorus aperti e liquidi. Esplosioni brevi e concise, poi doppia-cassa a dettar legge sul rovente campo di battaglia. È il futuro e noi ne facciamo parte.
La sovracitata DB'XX'D è una lunga suite che paga dazio, almeno nelle intenzioni, a Obsolete dei Fear Factory, con atmosfere aggressive che si alternano a attacchi stoppati e spezzati. Otto minuti di riffing muscoloso, stacchi dissonanti, break groove e melodiche aperture malinconiche, esaltate dallo strutturato bridge, dove le doti vocali di Bøgballe vengono messe in risalto più che mai. Dallo scream al growl, passando per varie sfaccettature melodiche, il frontman non lesina energie e grinta, elevando il brano e trainando la band verso vette importanti.

La pachidermica Tattoos sconfina in territori sludge per sonorità e lentezza ritmica. Gli scenari dipinti sono di degrado assoluto: strutture in rovina, relitti post-qualcosa, ruggine e miseria. Un tempo dispari e il pre-chorus sconfina in ariosità atipica e coinvolgente, seppur liquida e impalpabile nel suo incedere nervoso. Versi nerboruti e sinapsi in collasso, dove Rasmussen disegna brevi ma intensi stacchi di batteria. La coppia di asce, scevra di solismi, coinvolge per martellamento ritmico e riffing creativo (nei limiti imposti dal genere) e ci trasporta con convinzione attraverso l'iper-ponte del brano, un bridge radicato nel groove dispari. Senso di abbandono e spasmi per questo brano che sfiora i 7 minuti di durata.

Lunga la strada da percorrere è.

Sensori e dimissioni mentali compaiono nella arcinota Blood Stained, secondo singolo ufficiale dell'album nonché perno portante dell'intera opera, con il suo incipit incerto e il crescendo di chitarra e batteria. Eserciti delle luci e sintetizzatori in secondo piano doppiano voce abrasiva e chitarre aperte: è una parentesi di potenza e poesia umana futuristica, coadiuvata da un costrutto di matematica precisione. Sbuffi nu metal vengono spazzati via da compressioni chitarristiche che richiamano i Pantera e
ovviamente la sei corde del riff-master Dino Cazares. Il refrain stempera e ci riporta sul suolo sterrato, dominato da pietre rossastre e frammenti del passato.

In un attimo scompare tutto, ci voltiamo, sospiriamo. Ogni cosa è remota e la sabbia del tempo ci ha incastrato una volta per tutte. Sapevamo sarebbe successo e difatti l'enfasi ci coglie più che preparati sulla tre-quarti, quando synth e bordate di chitarra e basso ci accolgono con le braccia aperte e gli occhi lampeggianti. Algido terrore e speranze all'orizzonte: non è questo il senso delle guerre tecnologiche?
Closed Eyes e MSP diminuiscono lievemente il minutaggio medio senza scendere nel banale, ma anzi andando a ripercorrere il filo logico dell'album, ponendo l'accento sulla potenza deflagrante contrapposta a parentesi sognanti nel primo caso e sulla cangiante costruzione ritmico-melodica nel secondo, dove la title-track si apre con lo spiazzante ritornello, decisamente memorizzabile pur essendo ricco di nuance e diverso dal solito.

Interessante constatare come nel caso degli Mnemic venga fuori tutto con estrema naturalezza: dai picchi violenti, alle citazioni delle band che hanno ispirato il movimento, fino alle melodie aperte. Non sottovalutiamo la complessità delle strutture, il drumming tecnicissimo, nonché la precisione chirurgica. Meno personale, se vogliamo, rispetto a Mnemesis, Mechanical è un album dotato di un potere immenso e una presa sovra-umana. È una pressa meccanica e preimpostata che non dà tregua né concede soste lungo il percorso. È un viaggio, come spesso accade in musica, dove la vostra pazienza nell'ascolto continuativo non verrà messa in discussione, ma anzi spronata all'audio-ricerca.
Un esempio lampante è rappresentato, senza dubbio alcuno, dalla traccia conclusiva, quella Zero Gravity dilatata ed estesa. Ancora otto minuti di spettrometro sonoro: raccogliamo indizi e ricordi, in uno scorcio che miscela ambient, doom e industrial sapientemente, depotenziando la massa principale in favore di respiri profondi e alchimie tutte nuove. Voci e cori accennati, volutamente in secondo piano, scortano la nostra mente verso un ' uscita di sicurezza. La zona ''off limits'' è alle nostre spalle ora, anche se abbiamo ancora qualche passo da fare prima di entrare nell'area di luce pura.

L'artificialità del suono si sposa con l'umana incapacità di essere perfetti. Questo è, in soldoni, Mechanical Spin Phenomena. Digitale e analogico; poesia e narrativa; violenza e persecuzione; Terminator e Matrix. Il breve codino strumentale di Zero Gravity ci domina con i suoi rumori distanti, mentre ora -nel 2017- tutto questo può sembrarci apparentemente lontano e stravagante. La sua collocazione temporale è fondamentale per scoprire il percorso successivamente preso da tante band che, consapevolmente o inconsapevolmente, ne hanno tratto beneficio, andando a formare un filone tutto nuovo.
Per il sottoscritto, Mechanical Spin Phenomena rimane non solo il punto oggettivamente più importante ed elevato della carriera degli Mnemic, ma anche uno dei punti fermi nel vasto mondo industrial. Scritto, prodotto e suonato alla perfezione, questo debut album è un must-have per tutti coloro i quali sono in cerca di emozioni forti, metallo moderno e stratificazione sonora a cura del mago sempreverde Tue Madsen.

Io vedo attraverso di te, vedo attraverso ogni cosa. Sono un fantasma.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
87.1 su 10 voti [ VOTA]
McFly
Lunedì 29 Maggio 2017, 15.18.18
11
90 mi sembra esagerato anche se erano un gruppo dalle buone potenzialità, ma i pezzi sono troppo dilatati, dovrebbero durare in media almeno un paio di minuti in meno.Poi a livello di songwriting le canzoni si assomigliano troppo, siamo molto lontani dai livelli dei Fear Factory
Zachary
Sabato 13 Maggio 2017, 16.30.45
10
All'epoca ero fissato con queste sonorità, oltre ai noti fear factory e syl avevo scoperto altri gruppi meritevoli come scarve, hacride, biomechanical e anche questi mnemic. Diversi anni fa mi feci più di due ore di macchina per andarli a vedere dal vivo in un postaccio arci in provincia di modena, ma furono una gran delusione: prestazione scarsa e sembravano pure ubriachi, fra un pezzo e l'altro erano più interessati a sorseggiare birra ruttare al microfono e a pronunciare porco ... e w la figa in italiano piuttosto che impegnarsi a suonare,lo trovai veramente un comportamento antiprofessionale..Per fortuna prima di loro c'erano gli Empyrios che avevano spaccato il culo di brutto.
Valerio
Domenica 7 Maggio 2017, 14.12.05
9
Non sono assolutamente d'accordo con Morlock. Mi sembra che qui nessuno abbia mai parlato di un album puramente industrial. Questo disco è una fusion di vari genere e, tra l'altro, almeno per quanto mi riguarda, è un signor disco, tra i migliori del genere. Le opinioni sono sempre personalissime ma il buono, quando c'è, non bisogna mai sminuirlo. E qui di buono ce n'è parecchio.
Morlock
Domenica 7 Maggio 2017, 11.15.41
8
Se questo è industrial allora Burzum fa black music...ma per cortesia,band che ha calcato l'onda dell'avvento del becero metalcore con qualche rimasuglio di nu metal spacciati all'epoca per rivelazione diventando alla luce dei fatti invece un mega flop!!!
Metal Shock
Sabato 6 Maggio 2017, 19.13.32
7
Questo lo devo recuperare, ascoltato qualcosa alla veloce, non male.
Miky71
Sabato 6 Maggio 2017, 18.09.05
6
@Metal Maniac. Concordo con te nel dire che questo gruppo risente di influenze di varie altre band, però devo ammettere che questo è un grande album, che ti prende, ti dà delle sensazioni, ti rimane insomma. È una grande prova di questo gruppo. Se, come scrivi, non l'hai mai ascoltato, ti consiglio di farlo. Sono sicuro che ne rimarrai impressionato.
Metal Maniac
Sabato 6 Maggio 2017, 17.38.12
5
questo non l'ho mai ascoltato, ma conosco bene "passenger"... è vero, picchiano duro, ma non sono granché originali... quella costante sensazione che siano un mero incrocio tra meshuggah, fear factory e strapping young lad, senza aggiungerci un po' di farina del loro sacco, non me la toglie nessuno...
Max2
Sabato 6 Maggio 2017, 14.13.32
4
Questi danesi picchiano veramente duro!! E lo fanno con grande maestria. Un gran bell'album. E anche con i lavori successivi hanno dimostrato un grande talento.
CK63
Sabato 6 Maggio 2017, 12.31.08
3
Uno dei migliori album industrial metal che abbia mai ascoltato. Veramente notevole.
Havismat
Sabato 6 Maggio 2017, 11.52.20
2
Davvero bello. Anche il successivo The Audio Injected Soul merita.
Jo-lunch
Sabato 6 Maggio 2017, 11.51.52
1
Pur non essendo il mio genere devo convenire che questo è un signor album, tosto, dove industrial, metalcore, prog, melodic metal si fondono in maniera perfetta. Ottima band, di gran classe. Un album che, a distanza di quattordici anni dalla sua uscita, si ascolta sempre volentieri e non stanca mai. Avendo accompagnato i Fear (e non solo loro) in qualche tour, è normale che alcuni pezzi dell'album ne siano stati influenzati. Comunque sia, bravi!
INFORMAZIONI
2003
Nuclear Blast
Industrial
Tracklist
1. Liquid
2. Blood Stained
3. Ghost
4. DB'XX'D
5. Tattoos
6. The Naked and the Dead
7. Closed Eyes
8. Mechanical Spin Phenomenon
9. Zero Gravity
Line Up
Michael Bøgballe (Voce)
Mircea Gabriel Eftemie (Chitarra, Tastiera)
Rune Stigart (Chitarra)
Mikkel Larsen (Basso)
Brian Rasmussen (Batteria)
 
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