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Solstafir - Masterpiece of Bitterness
06/05/2017
( 938 letture )
Se già con il seminale -sebbene già piuttosto caratteristico- esordio Í Blóði Og Anda gli islandesi Sólstafir avevano lasciato trasparire un sound che, per quanto immaturo, risultava essere del tutto peculiare e personale, Masterpiece of Bitterness costituisce un deciso passo verso quello che può essere duplicemente considerato quale un Olimpo o un gorgo per i fan della band.

Sin dalle pennellate rosee che vergano delicatamente il delicato artwork è difatti facile intendere come nemmeno in questo frangente i Sólstafir desiderino soddisfare il gusto del pubblico più intransigente, né tantomeno riprendere la medesima formula delle origini, ripetendosi stancamente. Facendo dunque di Í Blóði Og Anda non già un traguardo, bensì un trampolino mediante il quale prendere ulteriore slancio, gli islandesi continuano a plasmare la materia di quella sintesi mai del tutto compiuta tra post rock, post metal e, seppure in minima parte, black che sboccerà definitivamente con Köld, salvo poi cedere il passo alle sonorità maggiormente diafane e quasi del tutto spogliate della componente estrema cui la band ci ha abituato sinora. Che il secondo lavoro in studio della combo di Reykjavík abbia un’anima sovversiva persino rispetto all’intricato ed interessante esordio è ben presto reso palese dalla scelta di porre come opener una traccia di ben venti minuti, I Myself the Visionary Head, decisione che finirà di certo scoraggiare l’ascoltatore più superficiale, lanciando nel contempo una vera e propria sfida a quello più attento.

Il brano ci accoglie inaspettatamente con un vocalizzo lirico riverberante che tratteggia uno dei riff principali, immediatamente ripreso dagli strumenti cordofoni, frangenti la coltre di spesso silenzio che aveva dischiuso il platter nonché ben presto scandito da una sezione ritmica incalzante ed incisiva. Il distintivo timbro sgraziato di Tryggvason, marchio inconfondibile impresso a fuoco su ogni release degli islandesi, rende il brano, sinora monolitico, massa vivida, sanguinante e pulsante in forza dell’innesto tra estenuanti dilatazioni quasi drone -dominate dalla corposa e brillante prova incisa dalle quattro corde di Austman - e sezioni più serrate. La successiva Nature Strutter gode invece di una maggior compattezza, sostanziandosi di linee chitarristiche maggiormente elaborate, in grado di delineare armonizzazioni e fraseggi d’impatto laddove Bloodsoaked Velvet appare lanciata nella dialettica tra riff volumetrico di radice marcatamente post metal ed un’anima più catchy che indugia persino in accelerazioni thrasheggianti. Del resto la camaleontica Ljósfari non fa che dimostrare una volta in più la versatilità dei nostri, unita alla capacità di trarre ispirazione dalle influenze più molteplici, spaziando tra intermezzi arpeggiati -debitori della lezione dei migliori Opeth - lacerati dalla consueta irruzione veemente e viscerale della componente più vorticosa ed estrema del loro sound. Quest’ultima è particolarmente preminente in Ghost of Lights , presumibilmente la traccia più aspra del platter, nel corso della quale riaffiora persino l’anima più propriamente black del combo, sotto forma di corrivi accenni di blast beat. Il sospetto della possibilità di un ripiegamento su sonorità maggiormente ortodosse è tuttavia ben presto fugato dalla trasognata ed eterea Ritual of Fire, nella quale le tinte pastello della più nota tradizione shoegaze diventano tutt’uno con il fondo abissale -popolato da sinistre dissonanze e inquietanti riff ricorsivi- del metal estremo. Nonostante qualche incertezza tipica di un songwriting non ancora perfettamente in grado di armonizzare gli elementi in gioco, il brano risulta essere l’highlight assoluta della release. Le movenze prettamente folk della conclusiva strumentale Náttfari ci accompagnano, con passo di danza, verso la conclusione della avvincente quanto impegnativa via del dubbio e della disperazione sin ora percorsa.

Masterpiece of Bitterness, caratterizzato peraltro da un minutaggio tutt’altro che esile, risulta infatti essere un lavoro cervellotico ed estenuante che può essere pienamente assaporato soltanto se si è in grado di abbandonarsi alle sue spire ricorsive, alla sua sostanza per dir così aeriforme e fugace. Nonostante una sorta di damnatio memorie che lo ha reso pressoché irreperibile in copia fisica e tendenzialmente obliato rispetto al resto della discografia della formazione, costituisce un ascolto indubbiamente stimolante non soltanto per i fan della band -i quali non faticheranno a scorgere in esso un caleidoscopio di spunti e soluzioni che giungeranno a piena maturità soltanto nei lavori successivi- bensì per chiunque sia affascinato dall’anima più sperimentale e rocambolesca della musica estrema contemporanea. La seconda release dei Sólstafir, difatti, in virtù della propria solidità intrinseca -e nonostante alcune ingenuità costitutive unite a passaggi eccessivamente prolissi- merita indubbiamente un posto d’onore tra le produzioni più coraggiose ed efficaci dell’ultimo decennio.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
81.5 su 2 voti [ VOTA]
InvictuSteele
Sabato 6 Maggio 2017, 14.26.35
1
Una delle migliori band in assoluto del nuovo millennio, ogni loro prodotto è oro. Voto 80 e i due capolavori sono dietro l'angolo.
INFORMAZIONI
2005
Spikefarm Records
Post Metal
Tracklist
1. I Myself the Visionary Head
2. Nature Strutter
3. Bloodsoaked Velvet
4. Ljósfari
5. Ghosts of Light
6. Ritual of Fire
7. Náttfari
Line Up
Aðalbjörn Tryggvason (Voce, Chitarra)
Sæþór Maríus Sæþórsson (Chitarra)
Svavar Austman (Basso)
Guðmundur Óli Pálmason (Batteria)
 
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