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He Is Legend - Few
07/05/2017
( 792 letture )
Un risolino strozzato gli riempì la gola. Si girò e si appoggiò alla parete mentre ingoiava le pillole. «Il cerchio è completo», pensò mentre il letargo definitivo gli strisciava nelle membra. «Il cerchio è completo. Un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra la fortezza inattaccabile dell'infinito.
Io sono leggenda». (Richard Matheson, I Vampiri, titolo originale I Am Legend, 1954)


E’ quando pensi che niente possa più sorprenderti che commetti uno dei più banali degli errori. Almeno se rapportiamo questo concetto al mondo della musica. Da qualche parte, là fuori, c’è qualcosa o qualcuno ancora capace di stupirti, di colpirti. C’è stato, c’è o ci sarà. Poco ma sicuro. Così, mentre ti culli nella tua fortezza di certezze, un bel giorno il tuo orecchio viene raggiunto da qualcosa che non si aspettava, qualcosa di non immediatamente decifrabile e catalogabile e, d’improvviso, annaspi nella sorpresa, mentre finalmente la curiosità si fa strada, secondo dopo secondo e ti chiedi “e questi, chi diavolo sono?”. “Questi” sono un gruppo di Wilmington, North Carolina, dal buffo ma immediatamente riconoscibile monicker He Is Legend e Few è il loro quinto album. Quinto album. In effetti, proseguendo con l’ascolto, è evidente che non abbiamo a che fare con dei dilettanti di belle speranze e che difficilmente una band al debutto sarebbe stata già così matura, complessa, stratificata, colpita e carica di segni, così capace di accettare che la vita ha molte più sfumature di quelle che appaiono agli occhi di un giovane saldo nei propri principi e sicuro che questi lo aiuteranno davvero a penetrare l’oscuro futuro davanti a sé. Nella musica di Few questa certezza ha cessato da tempo di detenere il timone e gli occhi di chi detta la rotta hanno visto ben altre tempeste e sofferto ben altre delusioni. Qualcosa di quella convinzione resta e probabilmente non sarà mai del tutto vinta, ma il tempo ha scavato, lasciato esperienze, ferito e frustrato, finché diventa chiaro che accettare qualche compromesso, se volto a proprio favore, fa compiere più strada che un muro di certezze invalicabile e cieco. Ammesso che non si perda se stessi, nel frattempo.

La carriera della band inizia a fine anni ’90, ma solo nel 2003 il gruppo trova una sua stabilità e il monicker definitivo e già nel 2004 arriva il primo EP, 91025, seguito dal primo album I Am Hollywood pubblicato alla fine dello stesso anno. Da allora la band inizia a girare gli States in tour e incontra le prime difficoltà legate ai cambi di formazione, fermandosi per due anni, tra il 2009 e il 2011 e ritrovando infine sé stessa, con la pubblicazione nel 2014 di Heavy Fruit, altro disco dal moderato successo in patria, che ha poi portato alla nascita di Few. Lo stile della band ha conosciuto un altrettanto costante mutamento, passando dal metalcore iniziale ad un complesso e difficilmente catalogabile alternative metal, che combina elementi sludge/southern ad altri hard rock, stoner, post e via discorrendo. Il cantante Schuylar Croom assomma a sé in un certo senso il peso di questa trasformazione, avendo quasi del tutto abbandonato il growl e lo screaming iniziale, per concentrarsi su uno stile decisamente variegato, che non disdegna qualche ricorso alle harsch vocals, ma in generale si concentra molto sulla melodia e sull’interpretazione, variando di continuo timbro e coloritura della voce, in modo davvero encomiabile. Il resto lo fanno i compagni di strada del singer, creando un magma sonoro in continua ebollizione, sempre mantenendo una certa aggressività di fondo, che non manca di ricordare le influenze hardcore della band, ma le frulla in un contesto che sa di sludge/alternative/southern/post metal e non offre moltissimi punti di riferimento, se non per pochi fugaci momenti, quando fantasmi di Corrosion of Conformity (ascoltare in particolare la conclusiva The Garden), piuttosto che Black Stone Cherry/Nickelback, vengono fuori e si fondono con le altre influenze. La scaletta che fuoriesce da questo scontro di influenze è per forza di cose piuttosto articolata, eppure indiscutibilmente omogenea, tanto a livello qualitativo, quanto di bagaglio espresso. In effetti, si potrebbe dire che il gruppo gioca con la propria ampia tavolozza espressiva, finanche a lambire territori psichedelici e grunge, ma tutto sommato lo faccia con cognizione di causa e senza voler sembrare “strana” a tutti i costi. Anzi, verrebbe da dire che Few, nella sua schizofrenia e aggressività, sia un disco tutto sommato molto melodico e piacevole da ascoltare, in perenne bilico tra sfuriate e strofe ben congeniate, riff di matrice Mastodon/Helmet e refrain contagiosi. I brani sono in effetti tutti ben congeniati e delineati, sempre piuttosto brevi, e non si assiste mai ad una mera esibizione di forza, ma piuttosto ad un corretto uso dei vari elementi, che conferma la maturità compositiva, esecutiva ed espressiva raggiunta dagli He Is Legend. In questo senso, la doppietta iniziale rappresentata da Air Raid e Sand fornisce in maniera più che adeguata un’idea di cosa il gruppo sia in grado di fare e ci proietta più che bene nel mondo multicolorato di Few. Un mondo ricco di cambi di tempo, dissonanze, riff quadrati e assoli, ritmiche in controtempo e molto articolate, nelle quali la sezione ritmica fa davvero un gran lavoro assieme alle chitarre ricoprendo un ruolo fondamentale. Altra carne al fuoco la troviamo ascoltando la più alternative ed esaltante Beaufort e l’ottima Silent Gold, praticamente un brano di hard rock/post grunge quasi perfetto e siamo solo al quarto brano. Alley Cat è la più easy listening del lotto e conferma al contempo la qualità di scrittura dell’album, nel quale tutti i particolari sono ricercati con attenzione e la costruzione dei brani è molto più complessa e ricercata di quanto traspaia. Ed ecco con Jordan venir fuori le influenze stoner/southern e l’influenza dei Corrosion of Conformity viene filtrata attraverso le diverse matrici musicali della band, che riesce davvero a infilare di tutto in neanche tre minuti di canzone. Il trittico di brani che segue va a costituire una sezione peculiare, nella quale l’atmosfera dei brani si fa notturna ed emergono forti influenze psichedeliche, in particolare in Call Ins, nella quale sembra di ascoltare un ipotetico mix tra Tool e Foo Fighters, mentre Gold Dust mantiene una più forte variabilità rock nonostante la partenza e Eastern Locust, collegata alla precedente e all’apparenza la più riflessiva delle tre, si trasforma presto con la distorsione, che porta ad un crescendo finale con una sequenza decisamente veloce e aggressiva che esalta l’ottimo refrain. La parte finale del disco si segnala soprattutto per la presenza di The Garden, unica canzone che supera i sei minuti, in un contesto che oscillava tra i due e trentacinque di Sand e i quattro e undici di Silent Gold. La lunga introduzione doom e il finale psicotico e dissonante non fanno che confermare l’abilità di questi ragazzi di mescolare le carte a proprio piacimento. Nel mezzo anche l’intro jazzato di Fritz the Dog, che confermano l’altissimo livello tecnico della band, come la sua follia, quasi di stampo Faith No More, nel mescolare influenze disparate in un contesto assolutamente fluido e fruibile nella sua assurdità e il riff post metal di The Vampyre, altra gemma di un disco che non finisce di stupire.

Few è un disco fresco, ispirato, coinvolgente, che nella brevità dei brani riserva sorprese una dopo l’altra. Molto melodico, a suo modo, fruibile praticamente da chiunque, ma al tempo stesso portatore di una complessità tecnica encomiabile, come anche di una quantità di influenze a dir poco stordente. Un disco, peraltro, nato da una raccolta fondi e che ha portato la band a scegliere un piccolo cottage sperduto nel nulla come base operativa e punto di raccolta per scrivere i brani. Ci sarà sempre chi preferirà la schiettezza e la brutalità di una band ai suoi esordi, ma questo è un album che porta addosso i segni della maturazione, del superamento dell’età assoluta e del raggiungimento di quella della relatività. Qua c’è sperimentazione e contaminazione, quanto melodia e appeal. La trasversalità metallica della proposta può davvero raggiungere chiunque e al tempo stesso restare materia per pochi che ne sappiano cogliere fino in fondo le enormi implicazioni, all’apparenza molto semplici e consequenziali. Probabilmente non figurerà nelle classifiche di fine anno dei magazine e delle riviste che contano e sicuramente è difficile considerarlo un capolavoro, ma Few è uno di quei dischi che ascoltato e apprezzato oggi, continuerà a rimanere intoccato dal tempo e fresco come la prima volta che si è ascoltato. Non sono tante le band capaci di questo equilibrio quasi perfetto e gli He Is Legend sono riusciti nel difficile compito di crescere rimanendo unici, aprendosi alla contaminazione e alla melodia, guadagnando in personalità e complessità. Finalmente, una sorpresa.

“I was inspired by the words of Helena Blavatsky. She’s basically the godmother of the occult, and she dedicated one of her books to the few. Basically, that means the few that follow the way. I thought it was very fitting for what we do.” ( Schuylar Croom)



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
Marco
Giovedì 1 Giugno 2017, 16.32.09
2
Mi fa piacere che finalmente anche qui da noi qualcuno si sia accorto della loro esistenza visto che sono una band della madonna nonché una delle mie band preferite. Sì, i ragazzi sono al quinto album e sfornano in continuazione capolavori, ne sanno e ne sanno tanto. Per chi non li conoscesse consiglio di andarsi a sentire ad esempio il precedente Heavy Fruit del 2014 che è un disco semplicemente pazzesco. Ora mi ascolterò questo nuovo lavoro ma siccome li conosco so che posso fidarmi ad occhi chiusi.
Awake
Lunedì 15 Maggio 2017, 22.45.11
1
Grande recensione, soprattutto l'incipit... chapeau!!! L'album non l'ho ancora ascoltato, provvederò.
INFORMAZIONI
2017
Spinefarm Records
Alternative Metal
Tracklist
1. Air Raid
2. Sand
3. Beaufort
4. Silent Gold
5. Alley Cat
6. Jordan
7. Gold Dust
8. Call Ins
9. Eastern Locust
10. Fritz the Dog
11. The Vampyre
12. The Garden
Line Up
Schuylar Croom (Voce)
Adam Tanbouz (Chitarra)
Denis Desloge (Chitarra)
Matt Williams (Basso)
Sam Huff (Batteria)
 
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