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All That Remains - Madness
16/05/2017
( 455 letture )
Madness degli All That Remains: un titolo che si presta a facili battute, perché questo album è davvero da pazzi e purtroppo non nel senso buono del termine. È anche vero che il gruppo da tempo ci rende perplessi con i continui alti e bassi della loro carriera: già nel 2012 ci delusero con lo scialbo Overcome, facendoci rimpiangere lo smagliante metal core di This Darkened Heart (che nel 2004 contribuì ad arricchire la fioritura del genere) e The Fall of Ideals, riprendendosi leggermente con For We Are Many e A War You Cannot Win, due lavori sommariamente heavy metal/ metal core con una forte autoctonia. E se nel penultimo lavoro The Order of Things la svolta heavy/hard rock era evidente ma perlomeno dignitosa, non riusciamo invece a dare un motivo a Madness. Insomma ciò che non convince nella discografia e spesso anche all’interno degli album stessi è il continuo andirivieni dei generi affrontati, come se i nostri volessero in effetti fare più generi insieme ma non siano in grado di mescolarli al meglio, con un risultato che sfiora l’incoerenza.
Non è assolutamente più possibile parlare a cuor leggero di metal core -forse nemmeno di metal- perché in questo album, a parte un tentativo nella prima traccia (che un po' ci inganna facendoci sperare nel proseguire del lavoro) non ne troviamo quasi per nulla. Abbiamo per la maggiore una specie di hard rock/pop che vorrebbe essere colto e ispirato ma in fin dei conti non lo è, cadendo facilmente nello scontato. Un ascolto che può essere affrontato ma senza nessuno tipo di stimolo da parte dell’ascoltatore.
E’ un vero peccato perché i nostri inizialmente avevano tutte le carte per essere riconosciuti a primo ascolto e con piacere: i riff di chitarra guizzanti e a metà fra l’heavy metal e lo swed death e la distinguibile voce di Phil Labonte su tutto, forte di ottimi harsh vocals (ora caduti nel dimenticatoio) e clean vocals peculiari. Quest’ultimi ora hanno solo un esito fastidioso, perché ci tocca sorbirci un cantato scialbo e fatto alla bell’e meglio (non tecnicamente ma a livello di intenzione) per ben 12 tracce: sì, abbiamo niente poco di meno che 12 tracce e questo diventa davvero invalidante per l’ascoltatore, perché questo lavoro purtroppo sembra non finire mai.

Triste da dire, questo è un album noioso: è rimasta l’impronta made in USA, ma non c’è nessun picco qualitativo e le canzoni se rimangono in testa vi rimangono solo perché si avvalgono di motivi già sentiti (come ad esempio If I’m Honest che ricorda palesemente How You Remind Me dei Nickelback). In effetti sì, i nostri sembrano aver svoltato la loro attitudine a una sorta di rock americano dei poveri con inserti alternative/electronic pop (come in Nothing I Can Do) e questo è un vero peccato quando si parte da una base qualitativamente alta come ad esempio in theThe Fall of Ideals, dove avevamo tutto del metal core, melodia squisita, aggressività perfettamente dosata, buone idee. Ora ciò si è perso in una nebulosa di rock insipido e vanamente fiducioso, con i nostri trasformati in giovani di belle speranze anche se giovani non lo sono più, e proprio per la loro maturità ci si sarebbe aspettato qualcosa di più ponderato e ricco. Soprattutto risulta fastidiosa la sensazione di accozzaglia derivante dall’inserire alla buona dei tentativi di tornare al vecchio genere, quasi un contentino che però non funziona assolutamente.
Sia chiaro, non si demonizza la scelta di alleggerirsi, di trasformare ogni pezzo in una ballata sentimentale, perché è in effetti questo il tentativo che gli All That Remains stanno facendo; tuttavia si critica il modo in cui ciò è fatto: queste canzoni sembrano non riuscire a smuovere nemmeno l’emotività. E allora di che cosa stiamo parlando? Il lavoro finisce per perdere la maggior parte del suo significato. Solo alcuni pezzi conservano una minima percentuale di attitudine del passato, come la già citata opening track Safe House e Open Grave, ma senza infamia e senza lode.

Anche a livello testuale si scivola facilmente nella banalità e ciò non fa che contribuire al degrado, perché se avessimo potuto dare almeno un senso lirico a questo lavoro avremmo potuto parlare bene di qualcosa. Dunque non essendoci il salvabile da salvare, possiamo a malincuore concludere che questo album è inutile e non apporta niente di positivo alla già discutibile carriera della band negli ultimi anni. Esso è in ultima analisi una gran delusione.
Per concludere, va bene essere produttivi e sfornare album, questo ci piace, ma non si comprende come una band si possa buttare via così, né si tollera: per citare loro stessi, This is Madness, Madness. E come già detto in passato riguardo gli All That Remains, “ciò che rimane” è davvero poco se non niente.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
50 su 2 voti [ VOTA]
ledb
Sabato 20 Maggio 2017, 14.36.38
2
Io con loro mi ero fermato al buon "The Falls of Ideals". Peccato per tutte le opere che han fatto seguire, perché secondo me avevano il potenziale per fare cose interessanti.
Metalraw
Giovedì 18 Maggio 2017, 17.47.59
1
La disamina di Vale è ottima e prosegue il discorso ''critico-costruttivo'' che avevamo intrapreso tempo fa con (l'altrettanto scialbo) predecessore. Brava.
INFORMAZIONI
2017
Razor & Tie
Rock
Tracklist
1. Safe House
2. Madness
3. Nothing I Can Do
4. If I'm Honest
5. Halo
6. Louder
7. River City
8. Open Grave
9. Far from Home
10. Trust and Believe
11. Back to You
12. Never Sorry
Line Up
Philip Labonte (Voce)
Oli Herbert (Chitarra)
Mike Martin (Chitarra)
Aaron Patrick (Basso, Cori)
Jason Costa (Batteria)
 
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