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Rikard Sj÷blom`s Gungfly - On Her Journey to the Sun
20/05/2017
( 1036 letture )
A breve distanza da The Unbendable Sleep (2016) torna con un nuovo disco uno dei polistrumentisti pi¨ interessanti degli ultimi anni. Rikard Sj÷blom, cantante, chitarrista e tastierista (amante del buon organo Hammond) propone nuovamente una miscela di prog rock fortemente ispirato dai grandi classici degli anni settanta. Dopo l'uscita di +4626- Comfortzone, ultimo disco della sua band nativa Beardfish, l'artista svedese Ŕ stato reclutato nel 2015 dai ben noti Big Big Train per entrare ufficialmente nella formazione del gruppo, con il quale ha poi pubblicato Folklore (2016) e Grimspound (2017). Anni di intensa attivitÓ per l'artista, che sono convogliati nella pubblicazione di questo ultimo On Her Journey to the Sun, sotto il monicker di Rikard Sj÷blom`s Gungfly: quest'ultimo termine svedese viene tradotto in italiano -letteralmente- come pantano.
Ironia della sorte tuttavia, per quanto all'artista piacesse il pensiero di un terreno instabile, incapace di offrirci una superficie solida dove saltare in caso di errori, l'impressione che si ha ascoltando questo platter Ŕ che la propria base sia tutt'altro che un pantano.

Da un lato ci sono ottime basi musicali, una tecnica indiscussa e anche delle buone scelte musicali, tuttavia vi Ŕ un fondo di ispirazione verso i grandi classici molto forte. Passaggi Hackettiani, strutture e scelte stilistiche quasi completamente derivative dagli anni d'oro dei Genesis, nonchÚ qualche sfumatura tipica dei primi gruppi neoprogressive (che a loro volta di certo non si erano risparmiati sulle citazioni del prog anni settanta). Basta ascoltare i primi minuti della longeva Of the Orb per venire catapultati nel passato, in quello che sembra quasi un reprise di Selling England by the Pound. Il brano di apertura, fra arpeggi romantici, strofe dal cantato malinconiche particolarmente riuscite e riff barocchi prende tutti i clichÚ del prog rock d'annata, risultando tuttavia uno dei migliori pezzi del lotto. Il ponte completamente irregolare e strumentale mette in risalto un'ottima produzione, moderna, calda e leggermente rÚtro nelle scelte stilistiche al tempo stesso. La successiva titletrack si muove su binari pi¨ vicini al pop acustico, senza sfociare nella banalitÓ, tuttavia non lascia la voglia di ascoltare nuovamente il pezzo come succede con il suo predecessore. Dopo un finale leggermente pi¨ in vena del resto del brano, procediamo con He Held an Axe, che si dimostra ispirato e molto ricco nella sua atmosfera profonda e immersiva. La prova vocale di Rikard Sj÷blom inizia lentamente a decollare, rendendosi pi¨ originale e colorata rispetto ai pezzi precedenti, toccando in alcuni punti delle sfumature molto personali. Un buon passaggio dalle tinte maestose lancia infine l'assolo di chitarra, non del tutto brillante e un po' troppo fiacco, per poi lasciare spazio a una canzone dalle tinte decisamente pi¨ rock. My Hero mette in risalto dei riff pi¨ duri (soprattutto nel finale quasi grunge), dove chitarra, basso e batteria iniziano a inseguirsi in funambolici giochi di tecnica e atmosfere spensierate. La cosa che pi¨ risalta di questo pezzo Ŕ la prova dei fratelli Diamant alla sezione ritmica, in grado di trascinare tutto il pezzo con un gran groove, teso e in alcuni frangenti di buon impatto, capace di spostarsi fra strofe pi¨ canoniche e brevi assoli di tastiere alla stregua del jazz pi¨ classico. Il piano che apre If You Fall (Part 1), accompagnato subito dopo dalla chitarra acustica ci fa tornare alle atmosfere progressive degli anni settanta pi¨ vicine al lato malinconico dei Pink Floyd. Tuttavia la canzone offre una gran bella prova al microfono di Rikard Sj÷blom, dove diversi registri ed effetti creano una contrapposizione di voci toccante e veramente ben riuscita, che rimanda molto agli ultimi lavori dei Soulsavers con Dave Gahan. Polymixia Ŕ un lunghissimo strumentale decisamente ben riuscito, che intervalla frangenti pi¨ tirati ad altri pi¨ distesi e spensierati. In questi lunghi undici minuti abbondanti ad avere la scena sono gli incastri fra chitarra e synth, intervallati da un meraviglioso assolo di pianoforte verso i quattro minuti, che si dilata in un atmosfera ancora una volta Floydiana. Lo strumentale va continuamente a crescere fino ad esplodere su synth ancora pi¨ pomposi e calde distorsioni che ci portano tra paesaggi anni settanta e scenari neoprogressive. Over My Eyes, ballad dal sapore malinconico e a tratti melenso, non regge il confronto del suo predecessore, offrendo una serie di elementi che potevano essere sfruttati meglio. Il pezzo e il successivo singolo Old Demons Die Hard scivolano via senza infamia e senza lode. Quest'ultimo, a parte alcuni echi dei King Crimson anni ottanta, offre ben poco nonostante la sua longevitÓ. Risulta pi¨ interessante, anche se tutt'altro che brillante, la placida e rilassante Keith (The Son of Sun). Lo strumentale offre una lunga serie di arpeggi e intrecci di chitarre limpide e pulite, che si muovono sinuose su una sezione ritmica in perenne cambiamento. Il passo profondo di Rasmus Diamant e la voce ipnotica di Rikard Sj÷blom aprono l'ultima grande suite del disco. The River of Sadness si dipana lentamente fra giochi funambolici di pianoforte, cambi di tempo tipici del prog pi¨ classico e synth quasi spaziali. Sempre parlando di altre dimensioni, non si pu˛ citare la breve All a Dream, che ci catapulta in una dimensione onirica e cupa.

Il senso di nostalgia che ci lascia la traccia di chiusura di questo platter ci lascia pensare questo sentimento sia preponderante nel gruppo vista la proposta musicale. Le sensazioni post ascolto sono abbastanza contrastanti: da una parte abbiamo oggettivamente ascoltato un buon disco, non brillante ma sicuramente degno di nota e con qualche traccia veramente buona. Tuttavia Ŕ inevitabile notare una sensazione di ôgiÓ sentitoö fortissima. Il problema pi¨ pesante di questo On Her Journey to the Sun infatti Ŕ proprio il suo esser completamente derivativo: le due influenze principali sono chiaramente quelle dei Genesis e dei Pink Floyd e, in maniera minore, di tanti altri gruppi come i King Crimson, i Marillion e tanti altri. Siamo lontani anni luce dal discutere il fatto che il platter sia brutto e, come precedentemente detto ci sono tracce assolutamente brillanti come Of the Orb e If You Fall (Part 1) (alla quale mi auguro segua una part 2!). Tuttavia si ha come l'impressione, di tanto in tanto, di perdere il filo conduttore del disco e di quello che in realtÓ Ŕ lo stile vero e proprio dei Rikard Sj÷blom`s Gungfly. In conclusione il platter rimane assolutamente valido, consigliato ai pi¨, ma non di certo a tutti coloro che cercano qualcosa di innovativo e strabiliante.



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
alex
Martedý 13 Novembre 2018, 23.30.24
1
ma nessuno dei siti di rifermento ita si Ŕ degnato ancora di recensire il nuovo lavoro?
INFORMAZIONI
2017
InsideOut
Prog Rock
Tracklist
1. Of the Orb
2. On Her Joruney to the Sun
3. He Held an Axe
4. My Hero
5. If You Fall (Part 1)
6. Polymixia
7. Over My Eyes
8. Old Demons Die Hard
9. Keith (The Son of Sun)
10. The River of Sadness
11. All a Dream
Line Up
Rikard Sj÷blom (Voce, Chitarre e Tastiere)
David Zackrisson (Chitarre)
Sverker Magnusson (Tastiere)
Martin Borgh (Tastiere)
Rasmus Diamant (Basso)
Petter Diamant (Batteria)
 
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