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The Devil Wears Prada - Plagues
26/05/2017
( 437 letture )
The Devil Wears Prada: un nome che evocherebbe immantinente in chiunque il famoso film con Meryl Streep (che prima di tutto era un libro), ma questo non vale di certo per i fan del metal core. Infatti i The Devil Wears Prada sono una formazione proveniente da Daiton, Ohio, che vide la luce proprio durante gli anni d’oro del genere (più precisamente nel 2005).
Ciò che contraddistingue questa band e che specifica meglio in che modo abbia contribuito ad arricchire la scena metal core è la presenza di un tastierista nelle loro file – prima di loro in pochi nel genere potevano vantarne uno, i Bleeding Through su tutti– che in combo con i chitarristi riuscirà a creare dei suoni molto peculiari e soprattutto incredibilmente all’avanguardia per l’epoca.
Infatti la sperimentazione ha sempre avuto un discreto ruolo nel songwriting e nell’identità dei The Devil Wears Prada, ma se in Dear Love: a Beautiful Discord essa era ancora acerba e non del tutto definita (seppur si trattasse di uno splendido esordio), in Plagues diventa tratto caratterizzante: soprattutto le sonorità elettroniche da loro messe a punto sono assolutamente innovative e vanno a presagire tutta quella linea espressiva che darà vita alla seconda (se non addirittura terza) ondata della nuova scuola , ovvero l’electronic/digital metal core. Questo li renderà una delle band più rivoluzionarie nel panorama christian metal core.
Per il resto, abbiamo un metal core che già a livello strutturale è differente e ponderato, grazie ai giochi poliritmici e ai breakdown colti alternati a parti fortemente hardcore, che viene arricchito da molti altri fattori in una resa compositiva davvero particolare.

Le parti vocali senza dubbio stupiscono per la loro dicotomia: gli incredibili harsh vocals (sia screaming che growl) del frontman Mike Hranica -estremi persino per il genere e ai limiti dello screamo- sono davvero agli antipodi con i clean vocals del chitarrista Jeremy DePoyster.
Questi ultimi sono infatti dolcissimi, quasi efebici, anch’essi abbastanza precursori di un modo di cantare ancora più flautato e armonioso rispetto al metal core dell’epoca, uno stile che prossimamente sarebbe stato molto utilizzato nell’emotional core. Una potenza caustica e schiaffeggiante che si alterna con una delicata sensazione di interiorità, a cui contribuiscono le melodie malinconiche sia vocali che di chitarra e in generale un’atmosfera psicotropa e a tratti gotico-decadente grazie all’intervento delle tastiere e all’influenza melodic death. La resa sensitiva nel complesso è una sorta di rabbia bruciante e carezzevole, amara ma anche agrodolce, musica dai toni oscuri acquerellati da tratti pastello (immagine in qualche modo evocata anche dall’artwork della re-release dell’album, pubblicata l’anno successivo).
Il muro del suono è spesso e raschiante anche grazie alla produzione e alle distorsioni. Abbiamo una batteria ovattata essenziale ma presente e linee di basso che abbelliscono e riempiono il tutto, mentre le chitarre che si giostrano fra riff pastosi e dissonanti e parti solistiche melodiche semplicemente squisite, nell’ennesima contrapposizione, che in effetti non è l’ultima da portare all’attenzione.
Tenendo presente che il primo contrasto intrinseco al genere stesso è proprio l’apparente violenza in contrapposizione al messaggio e ai contenuti, i The Devil Wears Prada professano la loro devozione in chiave rivisitata tramite testi profondi che raccontano storie e sensazioni in maniera spesso ermetica e fosca, dunque non abbiamo sempre una componente lirica rassicurante o luminosa come ci si aspetterebbe dal christian metal core. Inoltre i nostri hanno l’abitudine di accostare alle loro composizioni di qualità e ai loro testi di valore dei titoli coloriti che paiono non avere altrettanta serietà (e il cui senso non sempre ci è dato capire). Vezzo curioso e divertente che proseguirà anche nel susseguirsi della loro carriera.
L’opening track Goats on a Boat parte con un exploit vocale su una base disarmonica che piano piano diviene in riff swedish metal e nel primo ritornello clean, non il più dolce dell’album ma che nell’insieme del pezzo di base molto aggressivo e spigoloso ci fornisce a chiare lettere l’idea dello stile dei nostri, se consideriamo anche le tastiere fortemente sinfoniche.
Questo assetto si ripropone con più melodia nel successivo Number Three, Never Forget, con un ritornello delicatissimo che ci ricorda tanto i Killswitch Engage di As Daylight Dies.
Segue HTML Rulez D00d, lampante esempio del valido songwriting della band, con il suo dinamismo, le sue poetiche linee vocali pulite davvero toccanti e mescolate perfettamente allo screaming e un bridge che ammalia con la sua geometria.
Ma è Hey John What’s Your Name Again? che davvero fa ringraziare di star ascoltando questo album, la vera punta di diamante: un pezzo che al meglio potrebbe rappresentare i The Devil Wears Prada, intensissimo anche a livello lirico. Mike Hranica dà semplicemente l’anima col suo screaming in crescendo, il cui apice è nel ripetere più volte la parola LIFE in una maniera così straziante che è impossibile non rimanere colpiti, per poi lasciare spazio a Jeremy DePoyster e il suo chorus toccante e riproporsi ancora più veemente sul finale.
La successiva Don’t Dink and Drance è magnificamente hardcore e possiamo ben dire che i primi cinque pezzi dell’album sono davvero straordinari soprattutto se considerati sia nel loro insieme che nel loro divenire. In realtà ogni pezzo dell’album ha il suo significato, come anche This Song Is Called con le tastiere preponderanti in stile neoclassico e l’intermezzo post-alternative o The Scorpion Deathlock con le sue sperimentazioni elettroniche commiste alle chitarre melodic death e il breakdown lentissimo in chiusura. Insomma un pezzo più significativo dell’altro.

Per concludere, questo è un album segnante sia nel panorama metal core che in generale nell’ambito della musica estrema: un modo per approcciarsi a un metal core differente già negli anni in cui esso si stava ancora affermando, precursore delle scuole che verranno a seguire e che si confermerà e maturerà ancora nelle successive uscite della band come With Roots Above and Branches Below e Dead Throne. Da ascoltare a scopo accademico e per non perdersi un lavoro furioso e ruvido ma calcolato, un misto di tragedia, poesia e geometria, in un esito semplicemente fuori dall’ordinario.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
66.66 su 3 voti [ VOTA]
baffo
Domenica 28 Maggio 2017, 19.39.26
1
@TheHumanRomance: ottima recensione questo gruppo non lo ascolto da tanto tempo, cosa ne pensi degli altri album dei The Devil Wears Prada(8:18 e Transit Blues)?
INFORMAZIONI
2007
Rise Records
Metal Core
Tracklist
1. Goats on a Boat
2. Number Three, Never Forget
3. HTML Rulez d00d
4. Hey John, What's Your Name Again?
5. Don't Dink and Drance
6. You Can't Spell Crap Without "C"
7. This Song Is Called
8. Reptar, King of the Ozone
9. The Scorpion Deathlock
10. Nickels Is Money Too
Line Up
Mike Hranica (Voce)
Jeremy DePoyster (Chitarra, Voce)
Chris Rubey (Chitarra)
James Baney (Tastiera)
Andy Trick (Basso)
Daniel Williams (Batteria)
 
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