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Reverend Bizarre - In the Rectory of the Bizarre Reverend
03/06/2017
( 1292 letture )
Ed il Doom si ri-manifestò in tutta la sua purezza.

Visto dalla superficie, il doom può sembrare un genere particolarmente ortodosso e difficilmente incline a mutare il suo numero esiguo di canoni. Nella sua concezione classica potrebbe essere così, ma occorre tenere in considerazione che, soprattutto negli anni '90, il movimento nel suo complesso subì significative rielaborazioni, che ne comportarono una diramazione in differenti modalità di essere inteso. A mo' di esempio potremmo citare la Sacra Triade Inglese che consacrò la nascita del doom/death, i Thergothon che ne estremizzarono ulteriormente il verbo con il loro funeral, gli immensi Melvins che furono fondamentali (in questo caso si parla di fine anni '80) nel gettare le fondamenta dello sludge, i Cathedral e gli Electric Wizard che, da una fase iniziale sabbathiana, passarono alle contaminazioni dal sapore stoner e psichedelico. Potremmo disquisire ancora a lungo su questa sorta di diaspora, ma in fin dei conti è importante focalizzare questo: alla fine del decennio il quadro d’insieme era diventato a tal punto eterogeneo che, nonostante la radice comune, la linea di contatto con quel passato in cui si era materializzato e dispiegato il bagliore primordiale si era a grandi linee spezzata, mentre contemporaneamente si affermava una pericolosa tendenza alla ricerca esasperata della diversificazione, spesso anche in maniera grottesca, verso un gravoso carico di barocchismi inutili. Quasi per reazione contraria, in una sorta di gioco di pesi e contrappesi, un giovane finlandese poco più che ventenne, tale Sami Albert Hynninen (alias Magister Albert, poi Albert Witchfinder), muoveva i suoi passi in una direzione diametralmente opposta, con l'intenzione di cogliere nuovamente l'essenza di quel “big bang” che si era incarnato nella canzone Black Sabbath, ma anche nei suoi retroscena ascendentali ovvero Cream, Iron Butterfly, Steppenwolf, Blue Cheer, Led Zeppelin, The Crazy World of Arthur Brown e tutto il movimento rock psichedelico dei '60, includendo inoltre tutto ciò che veniva classificato come prima ondata del movimento doom, su tutti Pentagram, Saint Vitus, Trouble, Witchfinder General, Paul Chain. Questa strana ossessione lo spinse ad abbandonare gradualmente gli altri progetti musicali, diventando così perno e legge non scritta attorno a cui far muovere il processo compositivo dei suoi Reverend Bizarre, per lo meno in quella che ora consideriamo la prima fase della loro carriera, quella indubbiamente più significativa. Animarsi di tali propositi sperando di crearsi un varco all'interno di ciò che era la scena di quegli anni, equivaleva a schiantarsi su una barriera apparentemente priva di punti di rottura: oltre alla situazione descritta precedentemente riguardo la scena doom, infatti, occorre tenere in considerazione anche il fatto che il black metal si trovava all'apice della sua fase commerciale e che, in linea generale, la musica estrema insisteva verso produzioni che esasperavano tecnica, velocità e perfezione “a tutti i costi” avvalendosi, nella maggior parte dei casi, di produzioni fredde e plastiche, nella sostanza l'esatto contrario di ciò che erano i Reverend Bizarre, che in questo finiranno per rappresentare “l'estremo in senso inverso”. Marci, rozzi, pachidermici, agghindati con pesanti e ridicoli crocifissi in ferro battuto, pezzi lunghissimi con strutture ridotte all'osso costituite da riff semplici ripetuti in maniera asfissiante, strumentazione becera e di bassa qualità (diavoletto di Vicar a parte), il terzetto finnico rappresentava tutto ciò che non si voleva vedere e tanto meno ascoltare all'epoca perché, si sa, è difficile aprire gli occhi e mostrarsi obiettivi di fronte ad una proposta di valore nel bel mezzo di uno stato di suggestione di massa. Potete di conseguenza immaginarvi le reazioni ai loro primi live: non era un evento insolito che questi ragazzi dovessero far fronte al disinteresse e all’indifferenza generale, quando non ad insulti e derisioni varie.

Nonostante una situazione apparentemente scoraggiante, non erano mancati a livello mondiale estimatori che avevano mostrato un considerevole entusiasmo nei riguardi del demo Slice of Doom. Questi segnali spinsero i Reverend Bizarre a perseverare sul proprio tracciato, pur non possedendo una piena consapevolezza riguardo la reale portata di questi cultori dell'underground. Per la pubblicazione del primo full-length, la band ottenne l'appoggio della piccolissima etichetta Sinister Figure ed all'interno di questo ambito cominciarono ciò che Albert Witchfinder battezzò poi come le maledette sessioni di In the Rectory of the Bizarre Reverend. Con un budget pari a zero, infatti, il terzetto fu costretto a ripiegare su un registratore analogico dotato di nastri già sfruttati dagli overdubbing e quindi con possibilità di re-incisioni limitate. Considerando inoltre che si doveva incidere ogni singola traccia di strumento con un unico take (quindi dall'inizio alla fine rinunciando a suddividere il brano in diverse sezioni), oltretutto senza l'impiego del metronomo, l'asticella del grado di difficoltà si elevava su livelli non indifferenti, comportando un considerevole dispendio temporale e conseguentemente una totale distruzione fisica e mentale. Eppure questa contingenza, che finiva per circoscrivere drammaticamente possibilità e alternative, in sede di incisione, costituirà uno dei punti di forza assoluti di questo album: le oscillazioni dei battiti temporali, le conseguenti imprecisioni e sbavature nell'esecuzione e soprattutto la crudezza con cui i suoni sgorgavano, l'insieme di tutti questi fattori riportava in auge un modo di intendere la musica primordiale, “innocente”, decisamente lontano anni luce dai processi produttivi moderni che furono lo standard di quell'epoca, tanto da contribuire in modo più che significativo, agli occhi dei posteri, alla rivalutazione (non di certo a questi livelli estremi, beninteso) della registrazione in analogico proprio perché la pasta sonora si collocava in una dimensione certamente più carnale e prossima al reale.

Sin dai primi “rintocchi” del mestissimo frangente di apertura di Burn in Hell! si mette immediatamente a fuoco che In the Rectory of the Bizarre Reverend viaggia in realtà a pari velocità attraverso due concezioni parallele: una classica che, coerentemente con quanto disquisito, ricalca retrospettivamente l'ideale di quel doom purissimo, primitivo e privo di contaminazioni, l'altra, più innovativa, che è in realtà lo specchio contorto di questa fisima e che va a permeare l’intero lavoro di un'aura potente ed estrema, impregnandolo di un'oscurità, morbosità, sofferenza che difficilmente riescono a trovare eguali in questo campo. Ad una concezione strutturale estremamente statica per effetto della quale i pezzi si trascinano producendo un minutaggio (eccetto Doomsower) mostruoso, nonché ad una caratterizzazione dettata dall'abuso ossessivo e perverso di una manciata di riff (che di per sé potrebbero anche bastare per produrre un continuum di sgomento nell'ascoltatore), si intercalano le linee vocali di Magister Albert; il suo timbro suggestivo e le sue capacità interpretative cariche di teatralità e pathos collocano questo lavoro di prepotenza dentro la piccola nicchia delle eccellenze del doom underground. All'interno di questa prima traccia possiamo trovare a circa sei minuti uno stacco la cui sequenza di accordi è un chiaro tributo alla canzone Black Sabbath. La successiva In the Rectory ha la funzione di rendere ancora più chiara la prima dichiarazione di intenti, soprattutto nella sua prima fase, dove si ha l'impressione di ascoltare un riff degli Iron Butterfly rallentato al limite dell'umana concezione. Questo flusso mortifero viene temporaneamente interrotto da una sezione centrale più vivace, donando un piccolo momento di respiro in cui la chitarra di Vicar si lancia in una sorta di assolo estatico conducendoci infine al cerimoniale solenne interpretato brillantemente dall'ugola del frontman finlandese. The Hour of Death, inizialmente introdotta da un delicato arpeggio di basso, esplode in tutta la sua maestosità poggiandosi su riff granitici e sulfurei, creando un contesto morboso ideale affinché Albert possa calarsi al meglio nella parte di un devoto cristiano che in preda al delirio cerca di barattare la sua vita con quella della sua morente metà, mentre la sua sofferenza tradotta in musica diviene quasi una parentesi temporale che non scorge un epilogo. Sodoma Sunrise è un altro capitolo che non lascia scampo; strutturalmente risulta similare a In The Rectory se si considera che nel “core” del brano ritroviamo un istante nel quale analogamente ma con un diverso approccio i Nostri accelerano le pulsioni catapultandosi in un'immaginaria danza orgiastica, mentre i due estremi (introduttivo e finale) sfruttano un unico, tetro riff nel quale si possono udire i vocalizzi austeri che sembrano scandire una liturgia blasfema. Doomsower, oltre a presentare una struttura più snella e battiti decisi nel timing (definizione da prendere con le dovute precauzioni, visto che si sta parlando pur sempre di doom), risulta decisamente utile nel contribuire a conferire all'intero lavoro un'impronta più dinamica, staccandosi momentaneamente dalle atmosfere opprimenti dipanate precedentemente ma soprattutto preparandoci mentalmente ad affrontare la mastodontica Cirith Ungol. Qui ventuno minuti di riff rallentati e reiterati all'esasperazione, insieme al riproporsi della stessa formula vocale (finale a parte) di Magister Albert, ci trasportano in una sorta di evocazione rituale, polverizzando qualsiasi scintilla emozionale e trascinandoci nell'ombra attraverso la finale litania dell'anello di Sauron:
Ash nazg durbatulûk, ash nazg gimbatul, ash nazg thrakatulûk agh burzum-ishi krimpatul.

Il tocco finale che completa questo lavoro è l'artwork; la band utilizzò lo splendido quadro di Francisco Goya Il Grande Caprone, riadattandolo nei colori al fine di fonderlo con la musica in una specie di processo alchemico. In the Rectory of the Bizarre Reverend inizialmente non trovò il riscontro che meritava, in primo luogo perché la Sinister Figure non lo promosse in maniera adeguata a causa di una crisi interna che la fece dissolvere nel nulla. Scatoloni di copie marcivano in qualche garage, fino a quando la band non passò sotto le insegne della Spikefarm Records. Da allora il resto è semplicemente storia, oltre ad aver resistito brillantemente all'incedere del tempo questo album rappresenta tuttora un oggetto di culto per tutti i die-hard del genere e anche oggi, a dieci anni dallo scioglimento, i Reverend Bizarre sono ricordati quali ultimi alfieri del doom metal più incorruttibile, nonché per il loro importante contributo nel modificare ulteriormente la scena fino ad arrivare e ciò che nella quotidianità respiriamo.

Ed è proprio alla luce di quest’ultima osservazione che ci sentiamo di proporre un'ultima considerazione, che possa essere interpretata semplicemente quale spunto di riflessione. Storicamente i grandi cambiamenti si sono verificati grazie a piccole realtà non di rado inizialmente catalogate come voci fastidiosamente fuori dal coro; risulta dunque importante, al di là dei micro-trends che normalmente e ciclicamente si affermano all'interno del mondo metal (con l’inevitabile corollario della folla di emuli che si accodano al carro dei vincitori, per essere puntualmente spazzati via dall’oblio al primo ritirarsi della marea), continuare a guardare dentro l'abisso dell'underground con curiosità seguendo quelle che sono le proprie percezioni, il proprio gusto intrinseco e l'istinto, evitando così di ricadere in quelle vane suggestioni figlie degli abbagli di massa. Questo perché la maggior parte delle bands che si muovono nei meandri dell'underground sono principalmente mosse dall'autentica passione di proporre musica al di fuori delle logiche commerciali e rappresentano ciò che di più genuino si può cogliere dalla musica stessa.

Adesso sono ovviamente orgoglioso di tutto quello che è accaduto in passato. Eravamo soli contro tutta quella masserella della musica mainstream, e tutto ciò che di buono ci è capitato è stato il frutto del nostro lavoro e delle nostre idee. Non dobbiamo niente a nessuno su questo livello. E quello che siamo diventati negli ultimi anni era una bizzarra band che aveva invaso le classifiche finlandesi con tutti gli album che aveva pubblicato.
Albert Witchfinder



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
legalizedrugsandmurder
Venerdì 20 Luglio 2018, 18.39.30
13
gruppo straordinario, quanto mi mancano
Polzen
Venerdì 20 Luglio 2018, 17.12.58
12
Grandissimo disco d'esordio, ma Crush the insects per me è INSUPERABILE
No Fun
Sabato 12 Maggio 2018, 14.49.38
11
Apro il libretto e vedo la foto: i nostri tre nella stessa posa e vestiti esattamente come i Black Sabbath di Paranoid. Poi come sempre mi immergo nella lettura dei ringraziamenti vari e vedo citati i maestri del genere, i classici dell'heavy metal ottantiano e i precursori degli anni settanta e la frase : fuck the weak stoner bullshit!! Metal Rules!!! Ottimo. È per questo che mi capita spesso di preferire il primo album di una band ai successivi: è l'album dove vorresti dire tutto, dove finalmente esprimi quello che vuoi, dove ti mostri e fai vedere che hai attitudine da vendere. Inizio quindi l'ascolto. Dopo un paio d'ore posso dire che mettersi in quella posa come i Sabbath, citare i mostri sacri e fare gli sbruffoni non è una posa: i nostri ci sanno fare alla stragrande! E adesso mi vado ad ascoltare Crush the Insect.
MrFreddy
Giovedì 8 Giugno 2017, 13.20.06
10
Tre album, tre capolavori del genere. Forse questo è quello che mi piace MENO. Ma nel senso che se a questo do 90 tranquillamente, agli altri due anche di più. Band a dir poco fondamentale.
Undercover
Martedì 6 Giugno 2017, 0.41.04
9
Lo ritengo lievemente inferiore a "II: Crush The Insects", ma per questo confermo il 90, a quello darei anche un 95, "Doom Over The World" e "Cromwell" sono due inni per me fondamentali. I Reverend Bizarre sono stati dei grandi e concordo pienamente con la riflessione che conclude la bella recensione.
Awake
Domenica 4 Giugno 2017, 0.11.15
8
È un po' che lo ascolto ma non mi arriva niente, ho grossi problemi con il doom sia chiaro...
Ciccio
Sabato 3 Giugno 2017, 23.59.38
7
Boom...disco pachidermico! Grandioso.
Awake
Sabato 3 Giugno 2017, 17.22.50
6
Ok... ehm... Goya, ho visto ora... saluti!!!
Awake
Sabato 3 Giugno 2017, 17.18.03
5
Qualcuno sa chi è l'autore del dipinto in copertina?
InvictuSteele
Sabato 3 Giugno 2017, 16.13.41
4
Grandissimo album di doom metal, il problema è che non sono mai riuscito a trovarlo.
Doom
Sabato 3 Giugno 2017, 12.24.56
3
Ottimo album. Pezzi lunghi e asfissianti..il loro migliore.credo.
Hard & heavy
Sabato 3 Giugno 2017, 11.34.15
2
Un capolavoro del doom. Nel complesso, questo è un incredibile album di metal doom, ma probabilmente troppo intenso per quelli nuovi al genere. I fans del doom lo ameranno, ma quelli nuovi al genere doom probabilmente troveranno Candlemass & Solitude Aeturnus più accessibili. VOTO 94
Polzen
Sabato 3 Giugno 2017, 11.32.10
1
IL doom dei duemila, semplicemente IMMENSI
INFORMAZIONI
2002
Sinister Figure
Doom
Tracklist
1. Burn in Hell!
2. In the Rectory
3. The Hour of Death
4. Sodoma Sunrise
5. Doomsower
6. Cirith Ungol
Line Up
Magister Albert (Voce, Basso)
Peter Vicar (Chitarra)
Earl of Void (Batteria)
 
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