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Cult of Erinyes - Tiberivs
03/06/2017
( 258 letture )
“Ritualistic black metal” è l'etichetta che ha deciso di affibbiarsi il combo Cult of Erinyes, guidato dal mainman Corvus. Noi comuni mortali potremmo definirlo semplicemente “black metal”, o magari “atmospheric black metal”, ma la verità è che mai come nel caso di questa band belga le etichette risultano assolutamente futili e limitanti. Ebbene sì, perché i Cult of Erinyes, fin dagli esordi con l'EP Golgotha, hanno costruito uno stile difficilmente catalogabile, e difficilmente accostabile ad altre realtà della scena attuale o del passato: non è black metal old school, grezzo e mal registrato, ma neanche simile a certe produzioni moderne che puzzano un po' di plastica, né men che meno ad alcuni dischi infarciti di tastiere simil-ambient che vorrebbero essere spacciati per black metal per il solo fatto di contenere qualche scream o qualche riff in tremolo. No, Tiberivs ultima fatica di questa formazione, non è niente di tutto ciò: nonostante ripetuti ascolti, non si riescono infatti a cogliere le varie sfumature del sound e soprattutto l'intento “ritualistico” della loro musica. Questo termine infatti, non va inteso in senso strettamente musicale/strumentale, bensì, stando alle parole dello stesso Corvus, come un modo per comunicare lo scopo alla base della musica dei Cult of Erinyes, ovvero di trasportare l'ascoltatore in altre dimensioni e, in un senso “spirituale”, elevarlo.

Nel caso di questo disco, abbandonati i toni apocalittici del precedente Blessed Extinction, il concept ci catapulta direttamente nell'antica Roma, all'epoca dell'imperatore Tiberio, ovviamente. Questo concept particolare non va però ad intaccare la sostanza della musica dei Cult of Erinyes, che rimane immutata nei suoi canoni principali, restando ancorata a un black metal ortodosso per certi versi, ma non scevro di soluzioni originali.
Dal punto di vista musicale, infatti, in Tiberivs troverete interessanti digressioni ambient, vocals crude e sporche, assoli di pregevole fattura (gentile concessione di Baron) che sono forse il vero quid in più dell'album, momenti lenti e riflessivi in cui la chitarra si getta in riff aperti e carichi di riverbero, ed altri decisamente più veloci dove la sei corde si fa più caotica senza però perdere un buon gusto melodico.
Nel complesso niente che faccia gridare al miracolo, per carità, però non si può negare una certa qualità compositiva del combo e va riconosciuto lo sforzo di cercare spunti più personali e “inusuali”. Ogni musicista fa il suo lavoro egregiamente, a partire dal singer Mastema, che ha abbandonato la band subito dopo l'uscita del disco in questione, il quale non solo è autore dei testi e ideatore del concept, ma è protagonista di una prova vocale di tutto rispetto, variegata e sicuramente di effetto. Le tastiere, a cura di Déhà, sono relegate a pochi momenti e nonostante siano un elemento marginale per il gruppo, sono inserite bene nel contesto sonoro e mai fuori luogo. Unica pecca nel sound è la quasi totale assenza del basso, che potrebbe benissimo non suonare per tutta la durata del platter senza che nessuno se ne accorga, quando invece avrebbe potuto contribuire a “ingrossare” il suono che risulta un po' carente nelle basse frequenze.
Il full-length è molto omogeneo e scorre abbastanza bene nonostante i non pochi 55 minuti di ascolto; la conclusiva For Centuries To Come, dal titolo molto suggestivo, nei suoi ben undici minuti di durata racchiude un po' tutte le caratteristiche del sound targato Cult of Erinyes: parti veloci alternate ad altre più cadenzate, assoli abbastanza melodici ma mai fuori contesto, intermezzi dal sapore dark ambient e persino alcune parti di chitarra in clean; il tutto condito con un ottimo drumming e screaming lancinanti. Questo non vuol dire che basta ascoltare questo pezzo, che comunque rimane il migliore del lotto, per conoscere tutto il disco: ogni brano ha il suo perché e il suo posto preciso all'interno di questo lavoro, dall'intro Achaea, 41 B.C. fino proprio a For Centuries To Come, passando per la bella Germanicus, dai tratti quasi thrash in alcuni punti, e la velocissima Loner.

Ci troviamo quindi di fronte ad un uscita più che discreta, da parte di una formazione che ha raggiunto una certa maturità stilistica e ha trovato un sound abbastanza personale e che funziona, nonostante, come già accennato, non sia nulla di miracoloso. Tiberivs è comunque un album ben composto e ben suonato, e un ascolto lo merita sicuramente, così come merita di essere approfondita questa band, se non lo avete già fatto, se siete amanti del black metal, underground e non.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Doom
Lunedì 5 Giugno 2017, 14.24.37
1
Sembrerebbe un album interessante...devo farci un pensiero o comunque ascoltarlo un po'. L'esordio A place to call my unknown era un prodotto alquanto valido.
INFORMAZIONI
2017
Code666 Records
Black
Tracklist
1. Achaea, 41 B.C.
2. Nero (Divine Providence)
3. Casus Belli
4. Bred For War
5. Loner
6. Germanicus
7. First of Men
8. Damnatio Memoriae
9. For Centuries To Come
Line Up
Mastema (Voce)
Baron (Chitarra)
Corvus (Chitarra, Basso)
Algol (Basso, Chitarra)
Déhà (Batteria, Tastiera, Chitarra)

Musicisti Ospiti
Alex (Basso in traccia 1)
Marc DeBacker (Chitarra)
 
RECENSIONI
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