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The Roommates - Fake
03/06/2017
( 721 letture )
Con la locuzione di genius loci si intende individuare l'insieme delle caratteristiche socio-culturali, architettoniche, di linguaggio, di abitudini che caratterizzano un luogo, un ambiente, una città. Un termine quindi trasversale, che riguarda le caratteristiche proprie di un ambiente interlacciate con l'uomo e le abitudini con cui vive questo ambiente. Suole indicare il "carattere" di un luogo. (Wikipedia)

È inevitabile che anche la musica, come espressione del proprio tempo e dell’identità di una particolare classe sociale o scena artistica, trasmetta all’ascoltatore l’idea di un luogo ben preciso. Se si pensa alla scena hardcore americana, ad esempio, come a quella thrash, verrà subito in mente la dicotomia tra East e West Coast. Una dicotomia che indica un modo diverso di intendere, suonare e comporre uno stesso tipo di musica. Così può dirsi dell’hard rock inglese rispetto a quello americano, del power/speed e del thrash tedesco, ancora rispetto a quello americano, del prog italiano rispetto a quello inglese, e via di esempi. Uno dei generi più caratterizzati in questo senso è senz’altro il country, americano per eccellenza, come il southern rock, piuttosto che quell’heartland rock che da Springsteen a Bob Seger a Jackson Browne, ha cantato la realtà del duro lavoro operaio e contadino, dell’impiegato come del proletario, di quella classe sociale intermedia, che crede ancora nel Sogno Americano, perché è tutto quello a cui può aspirare per andare oltre una vita fatta di bollette e lavoro oscuro e mortificante, spersonalizzato e privo di qualunque reale soddisfazione personale. Parlando di rock psichedelico, invece, come non pensare alla California di fine anni Sessanta, come baricentro musicale di un intero genere, salvo poi ricordarci che in Inghilterra esisteva un gruppetto come i Pink Floyd di Syd Barrett?
Ebbene una volta guardata la copertina di Fake, album dei Roommates, difficile non fare una immediata associazione con il più classico hard rock americano, al limite sporcato di blues o forse di stoner, vista l’enfasi sul deserto e sulle motociclette, guidate da due ruvide bikers. Una associazione del tutto legittima e in effetti non del tutto campata in aria, che ci rimanda ancora una volta agli States, alle loro highway e alla fervida scena musicale autoctona.

In effetti, una volta premuto play e ascoltate le prime note di Light, così come la linea melodica e le successive armonie, sarà difficile non ritrovarsi catapultati in pieno immaginario a stelle e strisce. Ma se è all’hard rock che le aspettative si erano rivolte, sarà una bella sorpresa scoprire che in realtà il disco è in gran parte acustico e che southern, country, folk, blues e rock giocano un ruolo enorme, arrivando in seconda battuta a toccare anche la psichedelia e, quando i watt e la distorsione fanno il loro ingresso, lo stoner. Eppure, Light, con la sua atmosfera spensierata e allegra, i cori aperti ed ottimisti, non può non ricordarci gli America, oltre agli ovvi riferimenti della Allman Brothers Band, dei Lynyrd Skynyrd e di altre southern band. D’altra parte, le armonie vocali saranno altrettanto ben presenti nell’economia dei brani, donando un fascino retrò alle composizioni, ma garantendo al tempo stesso un piacere di ascolto e una certa varietà di approccio che non guastano affatto. In effetti, la band nasceva come trio acustico e solo in un secondo tempo ha trovato un batterista a tempo pieno ed è giusto rimarcare come le canzoni reggendosi tranquillamente anche senza il suo contributo, guadagnano e non poco dalla presenza di un musicista fisso in quel ruolo, come confermato proprio dal finale della prima traccia. La parte elettrica, come detto, tende invece verso uno stoner psichedelico adrenalinico e intenso e Blow Away è il miglior esempio di questa vena compositiva, con le chitarre ben in evidenza e i cori che esaltano il brano e le sue venature desertiche, mentre anche il basso riempie lo spettro sonoro ponendosi al centro della scena. Fakin’ Good Manners è invece una bellissima ballata acustica con tanto di archi e contrabbasso e una linea melodica che come le precedenti fa centro, e una voce che per certi versi potrebbe ricordare come approccio quella di James Hetfield, mentre Black Man Guardian riporta distorsioni e hard rock a manetta in prima linea. Anche qua le armonizzazioni si confermano arma in più del gruppo, ma colpisce anche la capacità dei Roommates di passare in maniera così disinvolta da atmosfere acustiche ad elettriche, mantenendo una coerenza encomiabile e una ispirazione sincera e potente. Empty Love resta a metà via tra acustico ed elettrico, inserendo anche una vena più leggera e quasi pop/rock. On Water Wings è invece un breve e dolcissimo strumentale acustico, nel quale fa nuovamente capolino una voce femminile, per poi arrivare alla conclusiva I Smile, traccia ancora acustica che riprende la strada dei primi brani e chiude in modo perfetto un lavoro appena sotto i trenta minuti di ottima musica.

Come non farsi trasportare dalla musica dei Roommates? Composizioni tutte felici, molto ottimiste e piacevoli, suonate divinamente e ottimamente interpretate, con l’intreccio degli strumenti che esalta quello delle voci e un’atmosfera, come dicevamo in apertura, così dannatamente statunitense da risultare irresistibile e dannatamente efficace nel ricostruire un immaginario tipico, ma non banalizzato, per un gruppo che di americano non ha nulla. Perché i Roommates sono in realtà di Ventimiglia ed è a maggior ragione che un plauso va alla loro musica e all’ottima resa di Fake, album come detto piuttosto breve, ma assolutamente capace di prendere per mano l’ascoltatore e portarlo via, verso strade polverose e lunghe migliaia di chilometri, che portano direttamente alla terra del sogno, ad una California dell’anima e dello spirito, quella che tutti sogniamo e immaginiamo al termine della Route 66 e di tante storie che abbiamo imparato ad amare. Non c’è un difetto per un disco del genere da sottolineare, quindi, non resta che fare i complimenti alla band per questa opera prima e farsi cullare ancora una volta dalle bellissime melodie e dalle armonie esaltate dalle tre voci maschili di Davide Brezzo, Danilo Bergamo, Marco Quattrocorde (un nome, un destino) e da quella femminile di Valentina Carenzo, degnamente accompagnate dalla batteria di Alessio Spallarossa (Sadist). Dischi così fanno bene all’anima. Consigliatissimi.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Il Gabibbo
Domenica 18 Giugno 2017, 17.17.32
1
Ma al basso c'è il mitico Marco (sc)Oreggia! Belandi!!
INFORMAZIONI
2017
Nadir Music
Rock
Tracklist
1. Light
2. Blow Away
3. Fakin' Good Manners
4. Black Man Guardian
5. Empty Love
6. On Water Wings
7. I Smile
Line Up
Davide Brezzo (Chitarra, Voce)
Danilo Bergamo (Chitarra, Voce)
Marco Quattrocorde (Basso, Voce)
Alessio Spallarossa (Batteria)

Musicisti Ospiti
Marco Ferretti (Banjo su traccia 5)
Corrado Trabuio (Violino, Viola su traccia 3)
Walter Ferrandi (Contrabbasso su tracce 3,6,7)
Valentina Carenzo (Voce su tracce 3,4,5,6,7)
Marco Rebaudo (Sassofono soprano e baritono su traccia 4)
Mauro Brezzo (Sassofono alto e tenore su traccia 4)
Mr. Timothy (Voce su traccia 4)
 
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