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Kampfar - Fra Underverdenen
10/06/2017
( 1212 letture )
Che il nome dei Kampfar non potesse passare inosservato a chiunque apprezzasse un black innervato da contaminazioni non indifferenti di folk fu ben presto evidente sin dall’esordio del combo norvegese, rappresentato da Mellom Skogkledde Aaser . Tale lavoro -perla di rara bellezza sebbene non del tutto priva di asperità- mostrava una sintesi efficace e compiuta tra la verve di Dolk, rappresentante l’elemento estremo della formazione nonché l’afflato maggiormente volto agli elementi più vicini ai suoni ed al cuore della propria terra, incarnato da Thomas. Fra Underverdenen (Dall’oltretomba ), licenziato nel 1999 a due anni esatti dal predecessore, risulta esserne in tal senso il degno successore.

L’azzurro glaciale dominante nell’artwork di Mellom Skogkledde Aaser viene sostituito dallo smeraldo delle conifere, preludio alla frequentazione -perlomeno a livello tematico- di un sottobosco putrescente e malsano popolato da troll, stregonerie e malefici senza tempo, cui il titolo stesso fa segno trasportandoci vivamente nella fascinazione dei Kampfar per il versante più cruento e morboso della mitologia nordica. Il delicato incipit arpeggiato dischiudente I Ondskapens Kunst trasfigura immediatamente la narrazione fiabesca suggeritaci dal packaging nel logos del pentagramma, snodandosi prontamente attraverso il gioco tra un mid tempo chitarristico teso e drammatico vivacizzato da incalzanti riffing dal tenore epico. Quest’ultimo è stretto nelle maglie di una sezione ritmica in blast beats gelida e tagliente. Spettrali echi affidati al didgeridoo -strumento che, pur non essendo proprio della tradizione scandinava, sarà sempre particolarmente caro ai nostri- introducono la successiva Troll, Død Og Trolldom e ricorsivamente tornano a scandirne sezioni in cui il ritmo si dilata facendosi venefico, antagonisticamente avvinghiato ad esplosioni dopaminergiche marcatamente second wave quasi a sottolineare la duplice natura ferale e ad un tempo stregonesco delle figure evocate nel testo. Tale polarità è esaltata dalla performance mirabilmente versatile di Dolk, in grado di spaziare da uno screaming sferzante a suoni sepolcrali e gutturali.

La fitta coltre tetra che sino a questo punto aleggiava nello spirito dei brani si dissolve parzialmente con Norse -tratto peraltro dall’omonimo EP, di poco precedente il full-length- incentrato su un pattern maggiormente epico ed arioso dal feeling folkeggiante ed a tratti persino danzereccio. E’ tuttavia sufficiente proseguire l’ascolto con Svart Og Vondt per realizzare quanto si trattasse di null’altro che una corriva parentesi nella fitta trama intessuta dai Kampfar. Il brano difatti, sin dalle prime note, rapisce l’ascoltatore nella raggelante malignità dei mormorii emessi da bestie ripugnanti (knurr fra motbydelige dyr) e tra le feroci tempeste (piskende storm) qui evocati mediante riff tetri e solenni in chiave minore esaltati dall’incedere cadenzato delle pelli. La successiva Mørk Pest dall’andamento maggiormente dinamico, si configura probabilmente come la composizione recante il fraseggio più evocativo del platter, in bilico tra l’anima maggiormente spensierata di Norse e le atmosfere maligne sinora delineatesi, trasmettendoci quasi il medesimo misto di incanto ed orrore che potremmo provare dinanzi ad una qualsiasi delle illustrazioni contenute nella Svartedauen di Kittelsen.

A concludere il platter la poco convincente titletrack strumentale, consistente in un lungo e dilatato solo di basso arricchito da un onnipresente didgeridoo nonché da alcune linee di synth. Le sonorità piuttosto psichedeliche ed allucinate del pezzo difatti non possono che apparire piuttosto fuori luogo date le premesse della produzione laddove il fan della prima ora si sarebbe probabilmente aspettato un brano dalla natura maggiormente folk. Ed è in proprio tale elemento a risultare ben poco esplicitato -sebbene comunque ancora presente e pervasivo- rispetto a quanto avveniva in Mellom Skogkledde Aaser , dando luogo a tracce maggiormente agili e compatte che fanno trasparire un interesse più vivo nella componente più propriamente black del sound della formazione. Ciò tuttavia non comporta affatto né un’inversione di tendenza rispetto all’ispirazione originaria dei Kampfar né tantomeno un deficit qualitativo della proposta contraddistinta, sin dagli esordi, da un songwriting coinvolgente e mai abusato in grado di far propri -senza tuttavia incorrere in facili banalizzazioni- stilemi ampiamente collaudati ai tempi facendone una sintassi rappresentante un unicum nella scena estrema.

Fra Underverdenen costituisce in ultima analisi non soltanto un disco indispensabile per approcciare e comprendere l’intera produzione dei Kampfar bensì un full-length fondamentale qualora si intendano esplorare, a ritroso, le radici di un certo modo di intendere il black metal costituendo indubbiamente un’inimitabile pietra miliare che qualsiasi appassionato di musica estrema dovrebbe conoscere e far propria.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
90 su 1 voti [ VOTA]
d.r.i.
Lunedì 12 Giugno 2017, 7.23.28
2
Ogni uscita un centro!
Doom
Sabato 10 Giugno 2017, 11.11.04
1
Secondo capolavoro dei Kampfar, che aggiungo hanno solo fatto capolavori...o quasi. Come giustamente detto qui le atmosfere glaciali di Mellom si trasformano in quelle verdi delle loro foreste. Gia solo dall'arpeggio iniziale si intuisce la splendida riuscita dell'album. Semplicemente indispensabili Kampfar per chi ama queste sonorità. Aggiungo che di tutti i vecchi gruppi norvegesi sono quelli che sono invecchiati meglio e si sono sempre mantenuti su altissimi livelli di ispirazione anche negli ultimissimi. Dolk, un grandissimo. Ottima recensione Costanza, davvero ben fatta. Ora attendo sempre da te il terzo capolavoro Kvass.
INFORMAZIONI
1999
Hammerheart Records
Black
Tracklist
1. I Ondskapens Kunst
2. Troll, Død Og Trolldom
3. Norse
4. Svart Og Vondt
5. Mørk Pest
6. Fra Underverdenen
Line Up
Dolk (Voce, Batteria)
Thomas (Chitarra, Basso)
 
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