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Rival Sons - Hollow Bones
11/06/2017
( 1903 letture )
Forse è presto per stendere un bilancio della carriera dei Rival Sons. La band, formata solo nel 2008 a Long Beach, ha debuttato col primo album autoprodotto Before the Fire nel 2009 e non può certo dirsi "veterana", né tanto meno "arrivata". C’è da credere anzi che la fame di ulteriori riconoscimenti e il desiderio di ergersi oltre quel limite che ormai da più di un decennio sta di fatto impedendo a qualunque band proveniente dall’universo rock di raggiungere la fama internazionale, resti comunque ben più che in sottofondo, per un gruppo ormai molto ben conosciuto nel circuito rock mondiale, ma probabilmente altrettanto sconosciuto al grande pubblico. Un obbiettivo che sembra assolutamente nelle corde della band statunitense, proprio per la trasversalità della proposta, che può piacere tanto a chi vive di pane e rock, quanto a chi in realtà ascolta tutt’altro. Fatto sta che Hollow Bones comincia ad essere già il quinto album da studio, senza considerare l’EP del 2011 e anche se la corsa dei ragazzi sembra assolutamente nel pieno del proprio svolgimento, forse non è poi così azzardato buttare uno sguarda indietro e cominciare a fare il punto della situazione, proprio alla luce di quanto ritroviamo all’interno della loro ultima fatica, Hollow Bones. Un disco questo che, forse per la prima volta, non mostra una particolare evoluzione rispetto al precedente The Great Western Walkyrie, tanto da potersi quasi definire una seconda parte di quest’ultimo, con tutte le conseguenze del caso.

Per chi non avesse mai frequentato la band, è giusto ribadire quanto già detto in occasione degli album precedenti: la musica proposta dai quattro riesce in maniera mirabile e forse ineguagliata a cogliere il meglio del rock psichedelico americano di fine anni 60, unendolo alla grande tradizione hard rock settantiana, inglese ma non solo, per un risultato davvero grandioso in termini di songwriting e qualità strumentali. Che siano accusati di plagiare semplicemente quanto fatto da altri, è lo scotto minimo da pagare e non sono pochi quelli che ritengono di non potersi emozionare di fronte ad un gruppo che, volenti o nolenti, riproduce in maniera assolutamente fedele e quasi calligrafica, uno stile che fa parte del bagaglio musicale di chiunque si avvicini a questo mondo. Eppure, sembra davvero ingiusto non tributare alla band un sentito plauso per il modo e la qualità con la quale questo vero e proprio tributo viene condotto. Qua non si parla semplicemente di un copia/incolla facile facile: l’intensità e la capacità di emozionare non si inventa dal nulla, si possiede o non si possiede. I Rival Sons la possiedono e sono riusciti praticamente in ogni album a farle occupare un posto primario, vincendo il rischio di apparire come semplici manieristi. Qua il talento è talmente evidente e straripante che anche il peggior detrattore farà fatica a intaccarlo. Il nucleo forte del gruppo, formato dal chitarrista Scott Holiday, compositore di indubbia qualità e dal batterista Mike Miley, potente e fantasioso interprete della scuola batteristica settantiana, è tuttora capace di esaltare i brani donandogli quel groove che li rendono vivi, elettrici, carichi di tensione e al tempo stesso fruibili pressoché a chiunque. La differenza, poi, la fa da sempre la meravigliosa voce di Jay Buchanan, cantante davvero straordinario, dotato di una estensione notevole, ma anche di una qualità da interprete rara, cui è davvero difficile resistere.
Gli album pubblicati finora sono caratterizzati da un percorso molto regolare: grezzo, potente e affascinante Before the Fire; dirompente, ammaliante e caratterizzato Pressure & Time; variegato, colorato, ruffiano, Head Down; maturo, scuro, elettrico, ambizioso, The Great Western Walkyrie. Difficile pronosticare cosa sarebbe stato Hollow Bones, anche perché una volta trovata la quadratura col disco precedente, capace di rendere più personale, compresso e carico di fuzz e feedback il loro hard rock blues, poteva darsi che il percorso di crescita conoscesse una battuta d’arresto, un accontentarsi di quanto raggiunto oppure, ancora più insidiosa, poteva arrivare la più classica delle crisi di ispirazione. Giocando sempre sulle stesse coordinate, era più che possibile che il quinto album mostrasse una flessione inattesa, ma più che comprensibile. In realtà, la storia è appena diversa: come detto il disco somiglia moltissimo al precedente, molto più di quanto non somigli ad Head Down, a livello di suoni e approccio, almeno. Musicalmente, invece, la band resta assolutamente ancorata al proprio repertorio assodato, cercando ancora una volta di rinnovarne la carica di ispirazione. Un obbiettivo molto difficile da raggiungere e che pure, anche stavolta, viene raggiunto, con l’aggiunta di alcuni nuovi “classici” da inserire di corsa nel repertorio stabile delle esibizioni dal vivo. Purtroppo, arrivati al quinto album e con uno stile che ormai tende a restare più o meno lo stesso, seppur con qualche piccola aggiunta che di volta in volta aiuta a diversificare l’ascolto, l’effetto sorpresa scema paurosamente e la sensazione di già sentito, così come gli inevitabili rimandi ad altre band, finiscono per ridurre un po’ l’enfasi sul risultato finale, col rischio che Hollow Bones risulti meno interessante di quello che è, fino al punto da apparire come il disco meno interessante rilasciato finora dai Rival Sons. In realtà, scendendo poi nel dettaglio è molto ma molto difficile identificare una sola canzone brutta in questo album e molto difficile anche trovarne una di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno, cosa che invece in altri dischi si poteva anche fare. Certo, probabilmente proprio la opener Hollow Bones Pt. 1 risulta fin troppo simile ad altre canzoni del gruppo e così il primo vero brano d’impatto è la seguente Tied Up, gran bella traccia con un eccelso lavoro di Buchanan e Holiday. Bella anche Thundering Voices, mentre la successiva Baby Boy piace un po’ meno, pur riprendendo il rock solare e scanzonato di Head Down, con una enfasi elettrica che quello non possedeva. Molto meglio la successiva Pretty Face che alterna i propri chiaroscuri in maniera più stimolante e apre la strada per il pezzo forte del disco, la lenta, ipnotica ed emotivamente splendida Fade Out. Qua la band torna su livelli di intensità superiori e propri solo dei grandi. Lo stesso può dirsi per la saltellante cover del classico blues Black Coffee, rovente e graziata dalla strepitosa prova di tutta la band, con Buchanan sempre in testa, ma senza che gli altri appaiano sbiadite immagini sullo sfondo. Hollow Bones Pt. 2 pur riprendendo il riff della prima, si mostra molto più dilatata e psichedelica, riprendendo lo stile di alcune tracce classiche della band come Manifest Destiny e pur senza toccare quei livelli riesce a farsi apprezzare in modo particolare, anche grazie agli interventi del Wurlitzer e alla ottima prova di Miley, in piena trance simil-Bonham. Chiude All that I Want, una ballad crepuscolare interpretata alla grande da Buchanan e dalla slide di Holiday, che ben chiude una seconda parte di album su ottimi livelli.

Arrivati in fondo all’ascolto, potrà sembrare che Hollow Bones chiuda una epoca nella carriera dei Rival Sons. Il primo disco nel quale non si registra un vero e proprio cambiamento, sia esso sostanziale o formale, finisce così per segnare un apparente momento di stanca nella produzione del quartetto statunitense. Ascoltato poi con maggior approfondimento, ci si rende conto che così non è, che il talento della band è riuscito ancora una volta a tirare fuori un gran bel disco, con qualche perla da aggiungere alla lista. Un po’ meno del solito a dire il vero, ma sempre in maniera sufficiente per mantenere uno status ormai acquisito e che difficilmente qualcuno riuscirà ad insidiare. Probabilmente, non basterà per compiere un ulteriore step e convincere chi è sempre stato scettico nei confronti della proposta del gruppo. Prima o poi questo momento arriva, per la quasi totalità delle band. Definirsi delusi da Hollow Bones sarebbe ridicolo: ci sono brani qua dentro che farebbero la gioia di chiunque ami questo genere e sentirli proporre da una band nata "solo" nel 2008 con una qualità esecutiva ed interpretativa del genere, fa ancora venire i brividi. Forse però un po’ di sorprese in più non avrebbero guastato, per una volta.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
84.2 su 5 voti [ VOTA]
Paolo Chieselli
Mercoledì 6 Dicembre 2017, 19.48.23
4
In effetti da un lavoro così deliberatamente targato a livello temporale è difficile aspettarsi originalità, ma il bello è che la qualità del gruppo permette loro di partire ad altissima quota, cioè da quell'altezza dove i gruppi storici ci avevano lasciato. Bisogna quindi emozionarsi per quello che in più sono riusciti ad aggiungere ad un genere già esplorato in tutte le direzioni, come per esempio l'attacco potentissimo e lancinante a metà di "Thundering voices" dove la chitarra con un riff distorto e compresso parte in contemporanea con la nota acuta della chitarra solista, già in assolo. Mai sentito, bellissimo.
Doom
Giovedì 17 Agosto 2017, 21.07.39
3
Incredibile la Earache non so' per quale motivo insieme alla super-ristampa di Dark recollections dei Carnage mi ha inviato una copia di quest'album....che fare...mmm....vedremo...
Rob Fleming
Venerdì 7 Luglio 2017, 15.08.20
2
I Rival Sons non deludono. Fade out è un super capolavoro che nel finale cita i Beatles di I want you; Thundering Voices sposa l'hard rock con la psichedelia; Black Coffee con la solita presenza fissa di Kristen Rogers ai cori (controllate: dove c'è Dave Cobb alla produzione ultimamente c'è lei ai cori); All that I Want chiude il tutto con indicibile bellezza. Nel loro genere sono tra i migliori. 80
Metal Shock
Sabato 1 Luglio 2017, 9.39.50
1
Ci avete messo un pò ma alla fine è anche arrivata la recensione di questo bellissimo album tarato Rival Sons, una delle migliori band hard rock, o retro rock, degli ultimi anni. La voce di Buchanan ci accompagna lungo un disco dove i riff di Holiday, chitarrista sottovalutato, sembrano usciti dagli anni settanta o anche sessanta. Canzoni più hard rock, altre più lente, ma un valore sempre altissimo. Black Coffee è strepitosa, un blues sofferto e che da anni non ascoltavo. Ripeto, album strepitoso, voto 90!!!!
INFORMAZIONI
2016
Earache Records
Hard Rock
Tracklist
1. Hollow Bones Pt. 1
2. Tied Up
3. Thundering Voices
4. Baby Boy
5. Pretty Face
6. Fade Out
7. Black Coffee
8. Hollow Bones Pt. 2
9. All that I Want
Line Up
Jay Buchanan (Voce)
Scott Holiday (Chitarra)
David Baste (Basso)
Mike Miley (Batteria)
 
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