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Callisto - True Nature Unfolds
16/06/2017
( 437 letture )
Per potersi dotare di un apparato narrativo che ne celebri la leggendarietà e contemporaneamente contribuisca a disegnare i contorni del mito, qualsiasi movimento che si muova su uno sfondo storico, artistico o musicale è spesso disperatamente alla ricerca di una certificazione cronologica che ne attesti il definitivo avvento sulla scena, quasi a voler segnare una linea di netta demarcazione tra un “prima” fatto di elementi disordinatamente in formazione e un “dopo” divenuto improvvisamente organizzato e senza zone d’ombra. Così, pur cercando di sfuggire alle inevitabili rigidità e banalizzazioni che si nascondono dietro un simile approccio, è difficile restare indifferenti di fronte ai contorni da annus mirabilis che il 2004 ha assunto per il movimento post metal in rapida e globale diffusione dopo il cambio di millennio.
Nel breve volgere di quei dodici mesi, infatti, se dalla casa madre Neurosis arrivavano le onde perturbanti di una perla nera come The Eye of Every Storm, dallo stesso fronte nordamericano, versante Isis, si levavano le insegne di un capolavoro del calibro di Panopticon, mentre sul suolo europeo i Cult of Luna terminavano l’apprendistato dopo i primi due (già eccellenti, peraltro) full length e passavano direttamente al capitolo “opere d’arte”, con Salvation. Aggiungendo all’elenco altre uscite forse meno abbaglianti per successo e consenso ma dall’elevato peso specifico qualitativo (valga qui l’esempio dei Mouth of the Architect col loro debut Time and Withering), si ottiene un quadro d’insieme quanto mai ricco e articolato, a cui va ad aggiungersi la prova di una band finlandese attiva già da qualche anno su rotte parzialmente differenti.

Già, perché i Callisto (nome scelto per la musicalità del vocabolo, per lo meno per staffe e incudini educate al finnico eloquio) si erano segnalati fin dal 2002 grazie a un EP in cui i refoli core avevano incontrato con più che discreto costrutto suggestioni melodic death, secondo una traiettoria abbastanza classica per le band della terra dei laghi e dei boschi. Anche senza scomodare illustri paragoni con l’approccio degli Swallow the Sun degli esordi, in Ordeal of the Century l’innesto della componente melodico/atmosferica su una base ad alto tasso di abrasività sembrava puntare decisamente verso esiti estranei a quelle contaminazioni sludge di cui il post metal si nutre fin dalle origini quasi per definizione, ma evidentemente il quartetto di Turku stava ancora calibrando gli assi portanti della propria ispirazione, in attesa di dare risposte definitive nel debutto sulle lunghe distanze.
Ed eccolo, allora, questo True Nature Unfolds, che si aggiunge alle grandi uscite del 2004 sparigliando le carte delle attese rispetto al passato ma, allo stesso tempo, inserendosi nel filone post con una dose di “eresia” altrettanto significativa che, se per alcuni potrà essere sinonimo di debolezza, per altri è piuttosto da annoverare tra i tratti virtuosi di una personalità in prepotente affermazione. Probabilmente consci dell’impossibilità genetica di inerpicarsi sui sentieri neurosisiani lastricati di potenza e oscurità ed estranei del pari alla magniloquenza sfoggiata con disarmante naturalezza dai vicini di casa di Umeå, i Callisto si orientano soprattutto seguendo la bussola Isis, ma hanno il grosso merito di sfuggire a qualsiasi tentazione di fredda emulazione puntando su una componente spesso in secondo piano nella tradizione post, cioè un’attenzione fuori dal comune per la rifinitura delle parti che conduce, in ultima analisi, a territori in cui campeggiano eleganza e raffinatezza, secondo un canovaccio di lì a poco seguito con esiti ancora più proficui dalla coppia Mead/Bennett, in casa Minsk. Ed è ancora tipicamente isisiano il relativo arretramento del ruolo del cantato, con Markus Myllykangas sulle orme di Aaron Turner ad accompagnare piuttosto che a squarciare la tela narrativa, complice uno scream sabbiosamente avvolto in una sorta di velo che ne attutisce le potenziali spigolosità “drammatiche”.
Non che l’impianto complessivo viri verso eterei lidi ambient o imbarchi liofilizzazioni esasperate, tutt’altro, ma indubbiamente, rispetto alla produzione dei padri nobili del genere, i fans più ortodossi troveranno meno arditezza nelle architetture e una parallela propensione alla fruibilità della proposta, che non scivola comunque mai sull’insidioso terreno dell’easy listening a tutti i costi. Nove tracce dal minutaggio ragionevole, per gli standard post, più un breve intro che riporta le coordinate geografiche di Gerusalemme, True Nature Unfolds esce sotto le insegne della minuscola Fullsteam Records ma, a testimonianza del sempre proficuo lavoro dei talent scout in servizio permanente sotto il fertile cielo scandinavo, già nel 2005 la Earache Records (fresca di rilascio di Salvation ed evidentemente a caccia di legittimazione tra i devoti del nascente genere) si sarebbe preoccupata di arruolare i finlandesi, procedendo alla ristampa del platter modificandone la sola cover.

Ma, anche a dispetto di una voluminosa bibliografia recensoria fiorita negli anni, attenzione a non spingere troppo il pedale dell’assimilazione tra i Nostri e i Cult of Luna, perché, anzi, i passaggi meno riusciti dell’album sono proprio quelli in cui Myllykangas e compagni tentano di avvicinare il modello di Umeå, regalando alla prova dei fatti episodi non del tutto convincenti (Blackhole e, in misura pur molto meno significativa, Masonic, riscattata da un ottimo finale). Fortunatamente, ci pensa quasi subito un brano come Limb: Diasporas ad alzare la soglia di interesse (recuperando in parte le spinte melodeath dell’EP di debutto ma immergendole in un’atmosfera decisamente più rarefatta), anche se per la vera esplosione della miscela bisogna aspettare la successiva Cold Stare: frammenti di Ghost Brigade (ante litteram, ovviamente) e Swallow the Sun incontrano sorprendenti sfumature prog, mentre un sax disegna delicati arabeschi jazz/fusion, il tutto accompagnato da un crescendo di tensione ben gestito grazie all’ossessiva ripetizione del tema portante della traccia. Allo stesso modo non manca il bersaglio Storm, aperta dai muliebri gorgheggi di Kim Maenpaa ma arricchita presto da un forte retrogusto doom, in vista di un finale dove effettistica e ricorso alle pelli ossessivamente incalzate ci scaraventano in un orizzonte squisitamente neurosisiano.
Se la coppia Caverns of Khafka/Like Abel’s Blood Cried for Revenge mantiene alta la soglia di attenzione in virtù di un consistente apporto psichedelico (con note di merito molto più per la prima che per la seconda, un po’ troppo trascinata col pilota automatico inserito), tocca ai panorami space/cosmic di Worlds Collide aprire una nuova finestra sul fronte dell’ispirazione della band, anche in questo caso anticipando ciò che un altro grande combo come i Rosetta era sul punto di elaborare. Il finale, affidato alle spire sinuose di The Great Divorce, è il perfetto distillato dell’intero platter, incarnazione di una poetica in cui gli elementi atmosferici (qui potenziati per puntare dritti ad esiti ipnotici) trasfigurano profondamente la materia oscura da cui pure i Callisto hanno preso canonicamente le mosse per imbarcarsi sul vascello post. L’inquietudine arretra, il fango sludge rientra nelle profondità dove si era aperto un varco, il paesaggio si addolcisce e, inattesi, si aprono spazi contemplativi…

Ottimo capitolo iniziale di una carriera che ha forse nel complesso mantenuto molte meno promesse di quante lasciate intravedere, perfetto esempio di come si possano maneggiare con cura e profitto elementi classici di un genere e inclinazioni personali in parte divergenti, True Nature Unfolds è un titolo necessariamente da riscoprire, alla luce dell’evoluzione del post metal negli ultimi tre lustri. Per tutti gli amanti delle tonalità di grigio, per chi preferisca aggirarsi sull’orlo dell’abisso sentendo il richiamo delle profondità senza però avere la tentazione o la forza di affrontarle, i Callisto degli esordi sono una delle possibili risposte.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
94.4 su 5 voti [ VOTA]
Matteo BTBAM Galli
Giovedì 22 Giugno 2017, 14.31.08
6
Ottimo album. Non al livello dei primi Cult of Luna, maa comunque di caratura superiore. Non concordo su Blackhole, definito un pezzo non convincente: il riff portante si scolpisce nella memoria dell'ascoltatore per non lasciarlo più (sono anni che non ascolto l'album ma lo posso canticchiare come fosse ieri). 90 fisso
Red Rainbow
Lunedì 19 Giugno 2017, 21.51.28
5
Concordo in pieno, InvictuSteele, sia nel giudizio sul successivo Noir sia sulle perplessità dopo il cambio di genere. Avevano tutti i numeri per diventare la risposta europea ai Minsk, ma purtroppo hanno fatto scelte diverse, nonostante da Providence in poi abbiano anche arruolato un singer di tutto rispetto come Jani Ala-Hukkala.
InvictuSteele
Lunedì 19 Giugno 2017, 17.33.00
4
Grandissimo @Lux, dagli un ascolto, questo disco è fenomenale, il secondo pure, grazie anche a inserti jazz che sono davvero interessanti. Dal terzo disco in poi sono diventati molto elettro-rock, cambio di genere netto, purtroppo.
AdeL
Domenica 18 Giugno 2017, 0.31.41
3
Callisto: distinti e ricercati, magnifica band. Era da tempo che aspettavo questa recensione, ne valeva la pena! Grazie Red.
lux chaos
Sabato 17 Giugno 2017, 22.51.41
2
Non li conosco InvictuSteele, se ti piacciono gli darò una chance!
InvictuSteele
Sabato 17 Giugno 2017, 15.10.09
1
Meraviglia di album. I Callisto hanno pubblicato questo e il secondo disco "Noir" che sono entrambi di una bellezza devastante. Poi hanno cambiato stile, commercializzandosi e mi hanno deluso molto, ma i primi due album sono gioielli di metal-core.
INFORMAZIONI
2004
Fullsteam Records
Post Metal
Tracklist
1. 31 46° N, 35 14° E
2. Blackhole
3. Limb: Diasporas
4. Cold Stare
5. Storm
6. Caverns of Khafka
7. Like Abel’s Blood Cried for Revenge
8. Worlds Collide
9. Masonic
10. The Great Divorce
Line Up
Markus Myllykangas (Voce)
Johannes Nygård (Chitarre)
Juho Niemelä (Basso)
Ariel Björklund (Batteria)
 
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