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The Good, the Bad & the Queen - The Good, the Bad & the Queen
20/06/2017
( 510 letture )
Siete mai stati partecipi di un evento unico ed irripetibile? C'è stato un episodio segnante della vostra vita che difficilmente dimenticherete? Ebbene a tal proposito ognuno di noi possiede una propria e personale risposta e ovviamente nessuno conosce la versione altrui. Poniamo però che Damon Albarn sia tenuto a donarci un responso in merito, nell'ambito della sua carriera artistica. La mente di Blur e Gorillaz avrebbe sicuramente l'imbarazzo della scelta considerati i diversi progetti realizzati nel corso degli anni ma ci piace pensare che alla fine, dopo un'accurata ed attenta riflessione, la sua decisione ricada sull'album del 2007 The Bad, the Good & the Queen.

Ambizioso esperimento di una band senza nome, il disco racchiude le molteplici sonorità utilizzate nelle precedenti esperienze musicali dal compositore inglese. È una release figlia della scuola britannica appresa in età giovanile, ma è anche e soprattutto il prodotto di una Londra ormai svanita: una città ipnotica, sfumata nei suoni e distante nel tempo; dalle tetre tinte ottocentesche post rivoluzione industriale ma simultaneamente calma, psichedelica e sessantiana. Per raggiungere tale risultato l'autore si è servito della suadente produzione di Danger Mouse e delle geniali costruzioni realizzate in prima persona tramite pianoforte e tastiere. La creazione di basi di accompagnamento complesse è imprescindibile per il sound espresso sull'LP, il quale assume di buon grado tinte psychedelic rock rasentando più volte una sofisticata elettronica. I cori onnipresenti e i ritmi costantemente bassi della sezione ritmica sono determinanti per il mantenimento di tali atmosfere. Il basso dell'ex Clash, Paul Simonon e la batteria di Tony Allen sembrano emettere suoni sotto una qualche sorta di sottile ed automatico incantesimo. Completamente diversa è invece l'azione dolce ed oscura della chitarra acustica di Simon Tong: essa sottolinea ecletticamente le esecuzioni desolanti e melodrammatiche del singer, diventando la chiave di lettura dei testi; ponendosi come strumento narrativo di storie d'amore, di guerre e di lunghe attese, di scene raffiguranti ricordi vacui ed indistinti del proprio Paese (l'Inghilterra appunto). Elementi quelli succitati, che talvolta si fondono assieme nella stessa song, in uno stretto e forte connubio nostalgico.
Le tracce scorrono l'una dopo l'altra come un continuo flusso d'acqua, amalgamandosi fra loro in un'unica grande pozzanghera e (s)materializzandosi rapidamente, tanto che risulta complesso descriverle singolarmente. Nella prima parte l'ascoltatore viene stregato e sedato da una magica cortina di fumo: l'ombrosa e spettrale History Song, la cadenzata e melliflua 80's Life (la quale evoca Beatles e Beach Boys), gli effetti del synth sulla splendida Northern Wale contribuiscono a mantenere una soffusa e psichedelica resa sonora. Kingdoom of Doom sposta il tiro su territori indie di ultima generazione profondamente british, mentre Herculean è una canzone malinconica ma allo stesso tempo piena di speranza; sul finale la potente e maestosa base porta in un'altra dimensione dalla quale si viene rigettati al fine di esplorare la misteriosa e pacifica Behind the Sun. L'orrifico sottofondo di The Bunting Song introduce ad una fase del platter più riflessiva e se possibile ancor più riuscita. Il settimo pezzo è un triste racconto torbidamente narrato da Albarn; esso segue la stessa linea melodica sgretolandosi prima del finale in un vortice d'inquietudine. Fortunatamente ci pensano dei lontani e delicati arpeggi di chitarra a riportare l'armonia, confezionando la dolcissima Nature Springs: un brano di chiara ispirazione "radioheadiana" con una forte vena acustica. Il fischiettio finale e le sviolinate da tragedia all'insegna del terrore sono un breve momento di panico che svanisce totalmente sul passaggio folk e poco imponente di A Soldier's Tale, il quale serve ad introdurre l'avvio altrettanto folklorico e fantasmagorico della ritmata Three Changes: song roboante dove basso e batteria divengono protagonisti e nella quale rock ed elettronica si fondono assieme in maniera sublime. Green Fields è una ballata pseudovirtuale (l'autore narra di aver scritto la canzone anni fa, prima della guerra, da qualche parte sulla Goldhawk Road) con un soave ritornello dai tratti nuovamente folk. La conclusiva titletrack serve ai musicisti per liberarsi della pacatezza e sensibilità espressa sinora, così gli ultimi quattro minuti sono strumentali ed esclusivamente dedicati a spunti alternative possenti. Un finale fagocitante e delirante in modo da surclassare le precedenti sinfonie.

Le esperienze pregresse dei membri della band (rock, britpop, elettronica, punk e musica africana) hanno avuto un'importanza rilevante sulla riuscita del disco, ma è la capacità creativa del Damon musicista, songwriter e tecnico a rendere il prodotto di alto livello. L'utilizzo che fa degli strumenti compositivi, il lavoro operato sulla propria voce - manomessa ed elettronica con interpretazioni sofferenti, tranquillizzanti ed a tratti persino indifferenti - sono un valore aggiunto e hanno permesso la fluidità e mescolanza dei diversi generi proposti. Infine non guasta il retrogusto esclusivamente britannico che pervade l'album. A breve dovrebbe uscire il secondo annunciato capitolo di questa formazione, nel frattempo proprio Albarn ha rilasciato un'intervista a Q Magazine dicendo che la Brexit è un meraviglioso punto di partenza per creare nuovo materiale. Attendiamo pazienti…



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
84 su 2 voti [ VOTA]
AnalBag
Venerdì 23 Giugno 2017, 16.49.20
1
avevo rimosso questo ennesimo progetto di Albarn,avevo sentito qualche canzone tempo fà e mi ricordo di essere stato positivamente colpito,vedrò di riascoltare il disco completo appena potrò!
INFORMAZIONI
2007
Parlophone, Honest Jon’s
Rock
Tracklist
1. History Song
2. 80's Life
3. Northern Whale
4. Kingdom Of Doom
5. Herculean
6. Behind the Sun
7. The Bunting Song
8. Nature Springs
9. A Soldier's Tale
10. Three Chances
11. Green Fields
12. The Good, The Bad & The Queen
Line Up
Damon Albarn (Voce, Pianoforte, Tastiere)
Simon Tong (Chitarre)
Paul Simonon (Basso)
Tony Allen (Batteria)
 
 
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