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Blotted Science - The Machinations of Dementia
24/06/2017
( 619 letture )
Rispolverando il primo e praticamente unico album dei Blotted Science (escluso l’EP uscito sei anni or sono), mi sono chiesto subito quale problema mentale abbia afflitto i tre musicisti in formazione durante la lavorazione di questo album interamente strumentale. Quando metti nella stessa stanza un genio della chitarra (ahimè sottovalutato) come Ron Jarzombeck dei seminali, quanto incompresi Watchtower, il tentacolare bassista Alex Webster (degli altrettanto fondamentali Cannibal Corpse) ed un turnista d’eccezione alla batteria come Charlie Zeleny (noto per aver suonato tra l’altro con Jordan Rudess), non si può fare altro che porsi una domanda del genere.

The Machinations of Dementia è un album complesso, nato come sodalizio estemporaneo da parte del dinamico duo Jarzombeck/Webster, che infatti sono i principali compositori di tutte le tracce di questo lavoro, un vero e proprio viaggio malatissimo nella psiche umana palesatosi attraverso sedici brani strumentali, tutti all’insegna di un progressive death metal iper tecnico, pregno di virtuosismi e saliscendi strumentali, anche se tutt’altro che fini a se stessi o prettamente onanistici. In questo album tutto è distorto, contorto, dalle distorsioni delle chitarre alle metriche insolite, ora di matrice jazz, ora più prettamente death metal, fino alla composizione, basata sulla teoria musicale dodecafonica e su passaggi atonali, che altro non fanno che rendere i pezzi più ostici ed inquietanti, visto che essendo afoni, non risolvono nulla, dando un senso di eterna sospensione. Questo è un disco che può essere visto tranquillamente come valvola di sfogo delle capacità tecniche del trio: si passa dai riff e gli assoli tecnici ed arzigogolati, il più delle volte stratificati tra effetti e sovraincisioni di Jarzombeck, al tappeto ritmico di Webster e Zeleny, ottimi nel riempire il vuoto lasciato con linee ritmiche originali ed ardite, a volte apparentemente caotiche e scollegate dal contesto, ma finissime nel loro dipanarsi lentamente, come una matassa di nodi, che si sciolgono ascolto dopo ascolto. Certamente però bollare tutto come un mero esercizio strumentale fine a sé stesso sarebbe fuori luogo, dal momento che sebbene l’impiego della tecnica sia strabordante e barocca nella sua accezione più ridondante ed elaborata, essa nei brani composti dal trio viene sfruttata per essere piegata al servizio dei brani, tanto è vero che in tutto il disco, scorrendo di traccia in traccia, è possibile trovare passaggi molto interessanti. Personalmente credo che il platter debba essere ascoltato nella sua interezza, senza fare troppe distinzioni tra un titolo e l’altro, in modo da potersi fare un’idea precisa della proposta dei Blotted Science. Tuttavia, se fra di voi dovesse esserci qualcuno che proprio non può fare a meno di qualche riferimento specifico ecco a voi qualche cenno sui passaggi migliori (anche se come avrete capito, ci troviamo su alti livelli più o meno su tutte le composizioni).
Si parte subito ad altissimi livelli con l’opener Synaptic Plasticity, primo esempio lampante dello stile del gruppo che si diletta tranquillamente tra riff di stampo prog death, una sezione ritmica folle e compatta e una sequenza di assoli velocissimi al limite tra il jazz fusion e il mathcore più cerebrale. Laser Lobotomy si colloca sulle stesse coordinate, variando di poco le carte in tavola, mettendo sempre in evidenza la capacità di Jarzombeck di sciorinare scale su metriche atipiche con una facilità disarmante, oltre a qualche effetto vagamente industrial delle sei corde che dà alla composizione un tocco di futuristico.
Scorrendo avanti la tracklist, altri momenti particolarmente intensi sono senza dubbio la stordente e velocissima Oscilation Cycles e la fulminea R.E.M., un brano che nel suo minuto scarso di durata potrebbe ricordare i Dream Theater sotto anfetamine con il doppio della velocità e soprattutto senza tastiere. Ottima anche la successiva Night Terror per via della destabilizzante alternanza tra riff stoppati in controtempo, i fraseggi fusion e i fulminei cambi di velocità al limite del grind. Citerei ancora, giusto per completare il quadro complessivo anche Amnestesia, l’unico pezzo “semplice” dove la batteria non fa prigionieri con blast beat e chitarre al limite dell’assurdo per quanto tecniche e veloci. In questo brano sembra quasi che i nostri si siano divertiti a provare i limiti fisici dello strumento e anche personali, ricavando qualcosa di allucinante, al limite del grottescamente parodico. Chiudono il disco le due tracce gemelle Adenosine Breakdown e Adenosine Buildup. La prima è l’ennesimo labirinto strumentale avventuroso ed inquietante, una sorta di jam in cui i Death e gli Strapping Young Lad più visionari ipoteticamente s’incontrano. La seconda è l’unico brano totalmente arpeggiato con chitarre in pulito, ma disturbante poiché totalmente atonale e privo di risoluzione. Sembra quasi che i nostri si siano divertiti a lasciare volutamente qualcosa d’incompiuto (l’arpeggio dura giusto una manciata di secondi scarsa) giusto per reiterare quel senso di nausea presente in tutto il disco dovuto alle vertigini da disorientamento.

The Machinations of Dementia è un album molto particolare, decisamente ostico e che richiede parecchi ascolti per essere apprezzato appieno in ogni sfumatura. Forse è anche il lavoro che mostra maggiormente i “muscoli” e la potenza di fuoco che Ron Jarzombeck e compagni sono capaci di sfoderare. Ma soprattutto il chitarrista è riuscito e riesce tutt’ora a stupirmi. Infatti, sebbene sia abituato alla schizofrenia dei fraseggi del musicista già ampiamente esibiti con i suoi Watchtower, questo lavoro lo pone ad un livello superiore in termine d’inventiva e capacita di osare. Certo a volte rischia parecchio, ma come si suol dire, la fortuna aiuta gli audaci. L’unico difetto del disco sta nella produzione, che per quanto perfetta in certi punti lascia poco spazio, negandogli il giusto risalto nei brevi sprazzi solisti. Ciò nonostante, mi sento di consigliare questo lavoro soprattutto ai fan del technical death più esasperato, ma anche ai fan del progressive maggiormente sregolato ed avanguardistico, oltre che ovviamente ai fan della prima ora e fanatici di Cannibal Corpse e Watchtower, ma anche per quelli del mathcore più sperimentale, in quanto nonostante la difficoltà di assimilazione iniziale, ampiamente giustificata, alla lunga The Machinations of Dementia saprà conquistarvi, ritagliandosi un piccolo spazio nel vostro cuore malato di metallari. Un disco per pochi, da maneggiare con cura e ascoltare in religioso silenzio.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
99 su 3 voti [ VOTA]
The Void
Martedì 27 Giugno 2017, 17.52.18
2
Comprato un paio di anni fa e lo gestisco gelosamente. Disco davvero ostico ma che lascia di stucco una volta assimilato: ogni ascolto dà cose diverse. Tecnica non fine a se stessa. Bello bello bello.
LORIN
Domenica 25 Giugno 2017, 12.07.51
1
Disco a dir poco stupendo.
INFORMAZIONI
2007
Eclectic Electric
Prog Death
Tracklist
1. Synaptic Plasticity
2. Laser Lobotomy
3. Brain Fingerprinting
4. Oscillation Cycles
5. Activation Synthesis Theory
6. R.E.M
7. Night Terror
8. Bleeding in the Brain
9. Vegetation
10. Narcolepsy
11. E.E.G Tracings
12. Sleep Deprivation
13. The Insomniac
14. Amnesia
15. Adenosine Breakdown
16. Adenosine Buildup
Line Up
Ron Jarzombek (Chitarra)
Alex Webster (Basso)
Charlie Zeleny (Batteria)
 
RECENSIONI
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