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Ulver - ATGCLVLSSCAP
26/06/2017
( 617 letture )
I lupi norvegesi forse mutano continuamente nel corso del tempo, come gli Ulver. Ma è più facile pensare che questi ultimi siano sempre stati un’entità a se stante, più grande del simbolo che più di vent’anni fa i nostri hanno scelto per presentarsi al mondo musicale. Entità è a tutti gli effetti la parola più adatta a descrivere la creatura di Krystoffer Rygg, slegata da qualunque tipo di collocazione standardizzata dell’universo artistico contemporaneo. Quest’opera dal titolo impronunciabile (composto dalle iniziali dei dodici segni dello zodiaco) unisce musica sperimentale, ambient, rock psichedelico, krautrock, post rock, il tutto in un modo possibile solo agli Ulver e a pochissimi altri.
Nel febbraio del 2014, i nostri si misurarono nel corso di alcuni live con l’improvvisazione, registrandone accuratamente i risultati per una successiva limatura in studio. Il full length che testimonia questo esperimento, ATGCLVLSSCAP, è comunque molto avvicinabile ad un album da studio, nonostante le chiare basi d’improvvisazione su cui si fonda sempre riscontrabili negli 80 minuti di durata. La band è d’altronde da sempre meticolosamente dedita al dettaglio, poiché ogni particolare concorre alla creazione dell’atmosfera desiderata; in questo caso incerta, labile, incoerente tra un pezzo e l’altro e variegata come poche volte nella carriera della band. Frutto di uno sfortunato smarrimento o di un consapevole salto nel vuoto? Senza dubbio, del secondo.

L’inizio del tredicesimo album degli Ulver rimanda subito ai Popol Vuh, tanto che sulle prime si ha la sensazione di essere immersi nella natura di un film di Werner Herzog; ma England’s Hidden si allinea presto agli esperimenti ambient del gruppo norvegese, mettendo in scena una gamma impressionante di suoni che rende difficile all’ascoltatore restare indifferente. Dalla nebbia fuoriesce lentamente il post rock di Glammer Hammer (una nuova versione di Glamour Box, presente in Messe I.X-VI.X), giocato sul riverbero delle chitarre e su un’imponente batteria tribale, che crea uno dei momenti più coinvolgenti e suggestivi dell’album. L’approccio percussivo pervade anche la successiva Moody Stix, che continua a richiamare idealmente alla natura, all’esplorazione, all’avventura, reiterando accordi in una maniera simile a quella degli ultimi Swans, nonostante il pezzo sembri piuttosto riproporre i Can senza una qualsivoglia esuberanza strumentale. Cromagnosis prosegue inizialmente il percorso intrapreso dalla traccia precedente, pur con un’inedita sensazione di malinconia: guidata da basso e batteria, vive di divagazioni psichedeliche e noise di chitarra e tastiera, per poi spingersi nel finale verso territori quasi prog metal, con un riff stoppato che finalmente da al basso la possibilità di variare e improvvisare. The Spirits That Lend Strength are Invisible ci riporta all’ambient di matrice krautrock, chiaro frutto dell’esibizione, del momento, della spontaneità, fedelmente trasmessa dalla produzione del fondamentale Daniel O’Sullivan. Chiude la prima metà Om Hanumate Namah, pregna in tutto di misticismo, richiamando per questo ancora una volta gli Swans, nonostante l’ossessività apocalittica messa in musica dalla band di Michael Gira si distanzi molto dagli intenti quasi ascetici degli Ulver.

Il lato B riparte dall’elettronica: Desert/Dawn sembra voler semplificare i primi esperimenti elettronici fatti dall’act norvegese, avvicinandosi allo stile dei Kraftwerk; ma progressivamente si tramuta in qualcosa di meno giocoso e molto più epico, rimarcando l’assoluta unicità dei Lupi. D-Day Drone si collega prepotentemente alla recente collaborazione con i Sunn O))), alla ripetizione insistita di suoni/rumori minimali, che anche qui però è solo un preludio a qualcos’altro, per la precisione ad un più “consueto” giro ambient: essenziale, filmico, accomunabile ai Godspeed You! Black Emperor per i campionamenti vocali che accompagnano la fine del brano. Gold Beach riporta alla luce quelle atmosfere eteree presenti in Shadows of the Sun: un ambient crepuscolare, che pare colorarsi dell’arancio-giallo oro dell’alba. Segue una bella versione “rock” di Nowhere/Catastrophe, traccia conclusiva del capolavoro Perdition City; sicuramente non all’altezza dell’originale, ma l’aura che il pezzo si porta appresso non può che rendere emozionante questa Nowhere (Sweet Sixteen). Ecclesiastes invece riprende il finale di Tomorrow Never Knows -anche questa in origine su Perdition City- sul quale il mastermind Kristoffer Rygg canta alcuni versi dell’Ecclesiaste. Il brano è una lunga messa à la Coil capace di racchiudere le tante suggestioni evocate durante l’ascolto, riassumendo il contenuto ampio e profondo dell’album con un perfetto connubio di parole e musica. Solaris poi ci traghetta verso la fine dell’opera, nonostante sembri un brano che, più che voler chiudere una porta, vuole aprirne una che si affacci sull’oceano.

Gli Ulver consegnano agli archivi un altro tassello della loro produzione artistica; più riuscito di alcuni, meno riuscito di tanti altri, ma pur sempre un’esperienza da ricordare. ATGCLVLSSCAP dimostra ancora una volta la complessità del gruppo norvegese, votato a seguire ogni stimolo creativo gli si presenti; infatti questo è un lavoro basato sulle idee, sulla voglia di sperimentare e di evolversi, sulla sincera e genuina ispirazione, ma più di tutto è basato sulla libertà che gli Ulver si sono guadagnati nel corso degli anni, sul poter fare ciò che si vuole di se stessi. Ad ogni opera pubblicata, sembrano sempre essere avanti a tutti nel panorama musicale.



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
78 su 1 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Sabato 12 Agosto 2017, 21.04.16
3
Dopo i nomi con le parentesi, tocca ai nomi incomprensibili degli album. Cioè, parlandone con un amico ce lo stavamo dicendo, ma come si dovrebbe dire un nome del genere? atlgcvvkitevivvcap ma nemmeno il barese è così incomprensibile
Rob Fleming
Venerdì 7 Luglio 2017, 15.12.06
2
Strano episodio all'interno della loro discografia, di certo non si può negare la bellezza di Om Hanumate Namah; Glammer Hammer; Moody Stix; Nowhere (in cui Garm ci delizia ad ogni nota); Solaris. 78
zakyzar
Martedì 27 Giugno 2017, 15.51.13
1
non siamo ai livelli di perditioncity (se si vuol fare un paragone quello che rappresenta x il black il madrigal ,perdition lo fa x lelettroambient)ma siamo comunque a dei livelli altissimi ..diciamo sugli 80 ,il dubbio che permane e'questo :nell'ambito black ambient ,,dove sarebbero arrivati???
INFORMAZIONI
2016
House of Mythology
Inclassificabile
Tracklist
1. England’s Hidden
2. Glammer Hammer
3. Moody Stix
4. Cromagnosis
5. The Spirits That Lend Strength are Invisible
6. Om Hanumate Namah
7. Desert/Dawn
8. D-Day Drone
9. Gold Beach
10. Nowhere (Sweet Sixteen)
11. Ecclesiastes (A Vernal Catnap)
12. Solaris
Line Up
Jørn H. Sværen (Voce)
Kristoffer Rygg (Voce, Programming)
Daniel O’Sullivan (Chitarra, Basso, Programming)
Tore Ylwizaker (Tastiera, Programming)
 
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