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Solstafir - Berdreyminn
30/06/2017
( 2282 letture )
Tre anni, questo il lasso di tempo che separa Berdreyminn dal suo predecessore. Tre anni di silenzio tanto più colpevole, per dir così, quanto più si considerano le non del tutto chiarite circostanze in cui si è consumato l’abbandono dello storico batterista Pálmason. Lasciando tuttavia a lato qualsiasi polemica o speculazione in merito, risulta essere palese quanto le modifiche di line-up non siano stati gli unici mutamenti a coinvolgere la combo islandese. Chiunque sia minimante familiare con quanto sia stato prodotto dai Sólstafir sino a questo punto scorgerà indubbiamente nel connubio amorfo tra black, post metal e post rock variamente modulata la sintesi messa in atto da Tryggvason e soci sin dagli esordi. E il fan della prima ora che abbia avuto la costanza di seguirli sino allo splendido Ótta, non potrà non notare come l’anima più estrema del sound sia stata progressivamente attenuata in favore delle tinte più eteree, sinuose e drammatiche dell’amalgama sonoro proposto. Ciò tuttavia non ha mai implicato uno snaturamento o un render maggiormente fruibili al grande pubblico le produzioni susseguitesi nel corso degli anni. Queste ultime difatti, similmente alle figure ambigue dei gestaltisti, non hanno che mostrato sfaccettature differenti di un’unica creatura sicché, già a partire dalla opener Silfur-Refur, non sorprende il trovarsi dinanzi l’ennesimo ribaltamento prospettico. Il fraseggio melanconico che introduce il brano si apre immediatamente ad un riffing riverberante e dinamico, che, sebbene sia supportato da una sezione ritmica piuttosto netta e ben scandita, non frange mai il tenue andamento del brano, sottolineato da venature di organo e sezioni lasciate ad impalpabili armonizzazioni chitarristiche. La successiva Ísafold si caratterizza per una vocazione indubbiamente catchy, esplicitata mediante un riff principale dal sapore new wave ed un songwriting piuttosto lineare e diretto che, complice un minutaggio decisamente esiguo, si configura come la traccia probabilmente più eterodossa del platter. Hula mostra invece un afflato prossimo -perlomeno dal punto di vista melodico- alle precedenti fatiche dei Sólstafir massimamente evidente nel gioco tra fraseggi pianistici, partiture chitarristiche tratteggianti inquietudine; a ciò si aggiunge la ruvida -ma al contempo ricca di pathos- performance di Tryggvason. Quasi come in un crescendo la successiva Nárós, pur conservando intatta tutta la carica emotiva veicolata sinora, osa in ritmiche più sensibilmente incalzanti ed in un intreccio chitarristico più fitto e corposo senza tuttavia assolutamente sfociare nelle sferzanti incursioni post metal caratterizzanti lavori come Masterpiece of Bitterness e Svartir sandar. Hvít Sæng, una delle composizioni meglio congegnate del platter, mostra la duplice natura di lieve ballad affidata a voce e piano nella prima sezione e di trascinante e inquieto brano post rock nella conclusione. Ambátt dischiude invece un’ispirazione progressive nelle sue movenze discontinue, dipinte dalle quattro corde Austmann, un diafano sottofondo tastieristico ed efficaci pennellate chitarristiche. A chiudere il sipario su Berdreyminn è Bláfjall riproponente gran parte delle strutture sinora evidenziate riuscendo nonostante ciò a tener desta l’attenzione dell’ascoltatore grazie a linee melodiche efficaci nella loro essenzialità.

Da quanto si è detto sinora appare dunque chiaro come l’ultima fatica dei Sólstafir obliteri definitivamente la radice più propriamente metal che, pur essendo stata notevolmente ridimensionata ed edulcorata in Ótta, permaneva quale elemento peculiare dello stile della formazione. Non risulta essere tuttavia tale depurazione e progressione verso lidi post rock e new wave ciò che rende Berdreyminn un lavoro ispirato, gradevole ma non del tutto soddisfacente bensì l’insistenza quasi ricorsiva sulle medesime soluzioni e strutture, soprattutto per quanto concerne la seconda parte della tracklist. Sebbene ciò sia in parte bilanciato dalla scelta di armonizzazioni e linee melodiche efficaci e di impatto, incide sulla longevità del full-length rendendolo meno convincente con il susseguirsi degli ascolti.

Pur presentando tali criticità, Berdreyminn può essere consigliato senza indugio tanto a chiunque abbia seguito i Sólstafir sino ad adesso quanto ai fruitori di post-rock essendo in ogni caso un’opera intrigante, ben realizzata nonché impreziosita da un artwork raffinato ed elegante.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
90.41 su 24 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Lunedì 26 Febbraio 2018, 12.31.58
18
album carino ma non supera la sufficienza, era da un bel pò che non li riprendevo i Solstafir, da quando hanno ammorbidito le sonorità -senza però rovinarsi-, anche se qualcosa ho ascoltato di qua e là dell'ultimo periodo. Manca giusto la disperazione dei lavori passati.
Kyrion
Giovedì 28 Dicembre 2017, 23.00.05
17
Grande album, moderno, ispirato. Bellissime atmosfere. Voce pazzesca.
paju
Domenica 24 Dicembre 2017, 15.35.45
16
grande band e grande album.. una ventata di aria fresca per chi ascolta rock estremo senza perdersi in troppe etichette. E poi ha quell originalita' tutta loro degl iartisti islandesi (vedisigur ros, Bjork). Bravi. e particolari.
Todbringer83
Giovedì 7 Dicembre 2017, 17.51.37
15
Dissento completamente dalle considerazioni finali del recensore. Il valore aggiunto di questo lavoro è da ritrovarsi proprio nel sound che si fa più etereo, intimista e riflessivo rispetto al passato (non che nei lavori precedenti non lo fosse). Per tutta la durata dell'album l'impronta è chiaramente Solstafir, e non ci trovo nulla di snaturato, tra l'altro col susseguirsi degli ascolti a mio avviso guadagna e accresce il proprio pontenziale rendendolo a detta di chi scrive senza indugio alcuno una delle migliori uscite del corrente anno. Inferiore a Kold, superiore ad Otta, se la gioca con Svartir Sandar. Bentornati ! 85
Diamond
Martedì 14 Novembre 2017, 18.19.39
14
Amo i Solstafir e questo disco non fa eccezione quando voglio concentrarmi sono una garanzia
Tartu
Martedì 26 Settembre 2017, 14.57.43
13
la terza canzone mi ricorda wicked game di chriss hisaak, possibile? mah...comunque il disco e' molto bello
Vecchio Sunko
Lunedì 3 Luglio 2017, 15.47.19
12
Bello... 80
Le Marquis de Fremont
Lunedì 3 Luglio 2017, 14.04.24
11
Non sono del tutto d'accordo con la recensione, pardon. Certo non sono black e non sono duri ma la qualità delle canzoni e la loro intrinseca bellezza, non si discutono, almeno per me. Hanno fatto anche altre cose altrettanto valide e forse diverse ma questo non toglie nulla, a quanto contenuto in questo album. Lo trovo raffinato e molto intenso. Per me, assieme a Wolfheart, Fen e Red Moon Architect, tra le migliori uscite dell'anno. Au revoir.
Macca
Sabato 1 Luglio 2017, 20.38.49
10
Per me voto basso, bellissimo album. Bisogna anche considerare il momento particolare in cui il disco è nato per trovare la giusta chiave di lettura in un sound volutamente più etereo e malinconico rispetto al passato. Nattleite tecnicamente molto preparata ma faccio sempre un po fatica ad arrivare in fondo alle sue recensioni, stile un po troppo arrotolato e barocco per i miei gusti (detto col massimo rispetto).
InvictuSteele
Sabato 1 Luglio 2017, 17.31.06
9
Concordo con il voto. Questa volta sono un pochino deluso, fermo restando che si tratta comunque di un buonissimo album, ma lo ritengo troppo orecchiabile e leggero. Otta era leggero e molto melodico ma meno orecchiabile e un po' più difficile, anche se tutto insieme mi stancava abbastanza per via della sua lentezza. Credo che Kold e Svartir Sandar restino i due capolavori assoluti della band, il giusto connubio tra potenza e melodia e atmosfere. Questo qui per ora non mi convince, lo trovo il più debole di tutta la discografia di questa enorme band.
freedom
Sabato 1 Luglio 2017, 14.55.00
8
Meglio del precedente. Bellissimo.
Graziano
Sabato 1 Luglio 2017, 13.28.55
7
Capisco chi non ha gradito la sterzata verso lidi post/modern rock. Effettivamente i trascorsi blck/viking son davvero lontani. Resta però un disco di un'intensità rara, dove la semplicità non è per forza una pecca, ma un punto di forza al servizio di ottime canzoni.
Michele
Sabato 1 Luglio 2017, 10.12.28
6
A me è piaciuto molto. Lo trovo molto riflessivo e vicino ad un certo tipo di musica etnica, se prendete questo termine con le pinze. Ci sono ritmi ripetitivi, melodie soffuse, sbalzi d'umore improvvisi. Per me è stato più ostico di Otta, ma alla fine si è dimostrato un gran bel disco che ci mostra una band decisa a non fermare la propria evoluzione stilistica, il che fa loro onore a prescindere.
Alex Cavani
Venerdì 30 Giugno 2017, 22.44.00
5
Molto più "immediato" di Otta, che ancora oggi ritengo bellissimo, ma difficilmente lo ascolto tutto d'un fiato, questo disco invece ha fatto presa nel profondo fin da subito con la sua rarefattezza e insieme la sua spigolosità morbida e delicata. Forse non sarà omogeneo come il precedente o innovativo come Svartir Sandar, ma la classe c'è tutta e si muove su lidi diversi; pezzi come Hula e Dýrafjörður parlano da soli, ma in realtà in tutti c'è qualcosa che colpisce all'istante. E poi quel glockenspiel
Ventodell'EST
Venerdì 30 Giugno 2017, 21.48.26
4
Criticita'?????!!!!! Siamo al cospetto di un lavoro sopra le righe, musicalmente più ' variopinto del precedente .. Discografia da grande band.. La cosa più' abominevole nn e' il voto in se stesso... e' il commento del tutto fuori posto!!! 85/90 come giusto che sia per un album ottimo
Cerberus
Venerdì 30 Giugno 2017, 20.20.59
3
connubio amorfo tra black, post metal e post rock? Ma davvero?
Doom
Venerdì 30 Giugno 2017, 18.34.19
2
Ascoltato troppo poco...comunque si, piu leggerino e easy. Le atmosfere loro pero' ci sono ancora. Ripasso tra un po'...Ma Otta e Svartir Sandar secondo me sono difficili da raggiungere.
ocram
Venerdì 30 Giugno 2017, 17.54.02
1
Per me bellissimo, al pari dell'osannato Otta. Sarà il loro disco più solare e leggero, ma rimane comunque megnifico e Hula è semplicemente commovente. Voto 88
INFORMAZIONI
2017
Season of Mist
Post Rock
Tracklist
1. Silfur-Refur
2. Ísafold
3. Hula
4. Nárós
5. Hvít Sæng
6. Dýrafjörður
7. Ambátt
8. Bláfjall
Line Up
Aðalbjörn Tryggvason (Voce, Chitarra)
Sæþór Maríus Sæþórsson (Chitarra)
Svavar Austmann (Basso)
Hallgrímur Jón Hallgrímsson (Batteria, Voce)
 
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