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Solitude Aeturnus - Into the Depths of Sorrow
01/07/2017
( 1790 letture )
Non è errato ritenere che senza i Candlemass probabilmente la storia del doom non avrebbe potuto annoverare nelle sue gloriose fila una delle band più importanti e significative di tutti i tempi. A dirla tutta, un altro effetto collaterale, affatto secondario, sarebbe stato probabilmente anche un percorso assai diverso per un’altra delle band più importanti della scena: i texani Solitude Aeturnus. Già dal monicker è infatti evidente il tributo che gli statunitensi innalzano ai maestri svedesi, e quello che è tributo nel nome, diventa evidenza nel tessuto strumentale e nelle atmosfere evocate nella musica da parte dei cinque di Arlington. Formati nel 1987 da John Perez, chitarrista già all’opera con i thrashers Ripping Corpse, i Solitude Aeturnus nascono dal desiderio di quest’ultimo di sganciarsi dai limiti del thrash per approdare verso un sound nuovo e più complesso. Sotto il primevo monicker Solitude, Perez assembla una line up con la quale dà vita al primo demo, dal titolo Justice for All. La band incontrò delle difficoltà cercando di affermarsi nella zona col suo sound particolare e questo provocò grandi cambiamenti che portarono però a quella che sarebbe diventata la formazione classica, con l’arrivo di Edgar Rivera come seconda ascia, Lyle Steadham al basso, John “Wolf” Covington alla batteria e, soprattutto, Robert Lowe alla voce. Dopo qualche ulteriore assestamento, la formazione riesce ad attirare le attenzioni della King Klassic che spedisce tutti ai Dallas Sound Lab per dare vita a quello che sarà il leggendario album di debutto, Into the Depths of Sorrow. Ma le cose non decollarono affatto come nelle speranze del gruppo, perché nonostante la velocità con la quale le registrazioni furono portate a termine, un mixaggio disastroso costrinse ad una gara contro il tempo per rimettere a posto le cose col budget risicatissimo a disposizione e, nonostante questo, il disco non uscì che nel luglio del 1991, ossia un anno e mezzo dopo essere stato registrato, a causa della mancanza totale di fondi della King Klassik che spinse il gruppo a trovare una nuova label, la lanciatissima Roadrunner. Non proprio un inizio facile, per quello che è però destinato ad essere ricordato come uno dei debut album più belli in ambito doom di tutti i tempi.

Già dal titolo è facile immaginare come l’album rappresenti un viaggio intenso e profondo in un mondo oscuro e carico di malinconia, tristezza, disperazione. Eppure, come in una sorta di “pessimismo cosmico” rivisto sotto la lente leopardiana dell’ultimo periodo, la connotazione epica del doom della band, così come le evidenti influenze thrash e persino vagamente prog, conferiscono alla musica una connotazione eroica e combattente, che sembra spingere verso coloriture più dure e affatto rassegnate, rispetto ad un “destino” opprimente e apparentemente senza scampo. Per quanto sia forte infatti la sensazione di disperazione e languida decadenza e abbandono di sé, la scelta dell’oblio e dell’inevitabile morte sembra non riuscire a prendere il sopravvento in un contesto nel quale l’animo ferito non si rende mai del tutto sconfitto e domo davanti all’avversità e alla consapevolezza dell’inevitabile. Merito va tanto alla sezione ritmica impostata da Steadham e Covington, centrata su un uso molto presente del doppio pedale e di ritmiche che tendono spesso al thrash, coadiuvata da un riffing che alterna passaggi catacombali e ricchi anche di tessiture melodiche o arpeggiate di altissimo spessore a cui si affiancano assoli rapidissimi e molto tecnici. In questo contesto, ecco ergersi la meravigliosa voce di Robert Lowe, qua ancora piuttosto pulita e squillante, pur senza raggiungere gli altissimi picchi del successivo Beyond the Crimson Horizon, che sembra adagiarsi sulla base composta dai compagni e donargli uno spessore infinitamente superiore in termini di emozione, grazie a qualità da interprete superiori alla media e all’uso insistito di sovraincisioni che donano quel sentore spettrale e malinconico che tanto esalta questo disco, anche rispetto ai successivi, donandogli un’aura nebbiosa, triste, infinitamente decadente e al contempo fiera e coraggiosa. Il finto coro ecclesiale che apre il disco già ci predispone all’atmosfera dell’album, ma l’entrata di Opaque Divinity è una di quelle che segnano un’epoca: il riff potente e spettrale, l’entrata della batteria che innalza la dinamica abbondando poi di doppio pedale, la voce in recitativo che si alterna e contrasta con la potente entrata di Lowe nella strofa, gli arpeggi melodici che innalzano la tensione emotiva del brano, tutto contribuisce a proiettare l’ascoltatore nel disco, fino all’accelerazione centrale che lancia il bel solo di chitarra in perfetto stile heavy/thrash, con tanto di decelerazione nella seconda parte a dilaniare il cuore dell’ascoltatore. Siamo già su livelli altissimi e Trascending Sentinels non fa che alzarli ulteriormente trasportandoci di peso nella bruma carica di presagi che appare nella non stupenda copertina, per poi colpirci con un mid tempo che più epico non si potrebbe, sul quale la band costruisce un brano perfetto ed evocativo come pochi, terreno di caccia per un Lowe magnifico. Dreams of Immortality, rocciosissimo mid tempo squassato dalla incontenibile batteria di Covington si fa forte di un sentore orientaleggiante che innerva sia la linea melodica che i consueti rapidissimi assoli di Rivera e Perez ed è ancora notevolissima la capacità della band di alternare riff di una pesantezza inenarrabile ad accelerazioni ritmiche quanto mai fondamentali in brani così lunghi e strutturati, di fatto mai noiosi o statici nonostante la perenne atmosfera plumbea che li permea. Il primo anthem dell’album porta il titolo di Destiny Falls to Ruin, non per particolari differenze rispetto ai brani che lo hanno preceduto, ma semplicemente per un refrain piuttosto cantabile e che fa presa immediata, oltre che per una durata abbastanza inferiore alla media, che si attesta solamente sui cinque minuti. Dopo questa piccola “boccata d’aria” è tempo di salire a bordo della White Ship e di farsi condurre lungo la sua rotta; siamo al cospetto di uno dei brani più intensi, struggenti ed evocativi dell’epopea doom, niente meno. Ancora una volta le sovraincisioni vocali di Lowe che richiamano fantasmi quanto sirene, intervengono come evocate dalle nebbie di un viaggio indimenticabile, ancora una volta spezzato dalle feroci accelerazioni centrali, le più veloci dell’album, che ci conducono poi alle salvifiche onde conclusive e, in un gioco di rimandi all’arpeggio che apre Mirror of Sorrow. Nuovo tuffo al cuore per l’ascoltatore, questa semiballad vive della sofferta interpretazione di Lowe come dell’alternanza tra pulito e distorto: niente di nuovo se vogliamo, ma con una intensità d’esecuzione che solo i maestri possono vantare. Chiude Where Angels Dare to Tread, canzone che, come Destiny Falls to Ruin si candida a rappresentare il lato più “diretto” del disco e a giovarsi di un altro refrain da mandare subito a memoria: l’apertura a dirla tutta è ancora una volta catacombale e lentissima, soffocante, ma stavolta l’alternanza con le accelerazioni tipiche della band non è ridotta alla parte centrale della canzone, innervandone tutta la struttura, col risultato di una canzone movimentata che si apre in maniera memorabile sul refrain, che non lascia prigionieri.

Into the Depths of Sorrow è a tutti gli effetti un disco incredibilmente maturo e delinea grandemente la particolare visione dei Solitude Aeturnus, debitori indubbiamente dell’approccio metal proprio dei Candlemass, come anche della loro capacità di alternare riff potentissimi a repentine accelerazioni, ma se vogliamo gli statunitensi spingono ancora oltre queste caratteristiche, suonando anche più aggressivi degli svedesi pur senza perdere in solennità; altresì, la timbrica stentorea, potente e la notevole estensione di Lowe si discostano molto dalla tipica interpretazione di Messiah Marcolin, ricollegandosi semmai in generale ai cantanti metal, senza perdere mai una tipica impronta doom che lo porta a dilatare le parti vocali, adagiandosi sul magma dei compagni in maniera comunque molto teatrale. Il risultato finale è inevitabilmente un doom metal epico e coinvolgente, struggente e potente, capace di lasciare profonde emozioni nell’ascoltatore che difficilmente rimarrà indifferente di fronte a tanta potenza evocatrice e a brani lunghi, complessi e molto articolati, dotati di numerosi cambi di tempo e melodie che stregano, letteralmente. Forse la lunghezza delle canzoni e il ripetuto uso dell’alternanza lento/veloce/lento, che caratterizza praticamente quasi tutte le canzoni del disco, alla lunga finisce appena per stancare ed è vero che nei successivi album la band riuscirà a contenere meglio le proprie enormi capacità esecutive e di songwriting, ma l’atmosfera che pregna questa opera prima non è ripetibile e resta uno dei punti massimi di tutto il movimento doom. L’infinita tristezza che emerge da queste canzoni e al tempo stesso la forza con la quale la musica si rivolta contro l’inevitabile in una impari battaglia destinata alla sconfitta, lasciano un segno che non si cancella né si dimentica. Un capolavoro che resiste agli anni e si staglia inattaccato nella sua tragica bellezza.



VOTO RECENSORE
93
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
Legalisedrugsandmurder
Domenica 18 Ottobre 2020, 19.49.12
11
Ottimo debutto. Il meglio però secondo me arriverà con l'accoppiata Trough.../Downfall.
Le Marquis de Fremont
Venerdì 4 Settembre 2020, 13.23.07
10
Era da un po' che li avevo nel mirino e finalmente ho trovato il tempo di ascoltarli, in questi giorni tra i filari della Valpolicella e senza pallose compagne... Concordo in pieno con la bellissima recensione. Qui siamo su livelli di coinvolgimento, emozione intensa anche se basata su un pattern di tristezza e malinconia, veramente alti. Da non credere per una band che viene dal Texas. Non so se sono le mie orecchie o le mie Sennheiser ma mi sembra che la registrazione sia piuttosto bassa. Comunque grande disco e grande band. Vedo di proseguire con gli altri. Au revoir.
ObscureSolstice
Lunedì 3 Luglio 2017, 21.11.39
9
che band...che band...totale stima. Che fa da filo conduttore con i Candlemass
Vittorio
Lunedì 3 Luglio 2017, 11.20.51
8
Bellissimo, secondi forse solo ai Candlemass. Beyond The Crimson Horizon è addirittura più bello.
ayreon
Domenica 2 Luglio 2017, 9.52.01
7
io li vidi da spalla ai saviour machine in germania
duke
Sabato 1 Luglio 2017, 18.33.47
6
disco di una bellezza straordinaria....tra i dischi piu' belli del genere....
InvictuSteele
Sabato 1 Luglio 2017, 17.37.42
5
Eh qui siamo su livelli altissimi, un capolavoro, anche se forse il seguente sarà migliore. Comunque grande band che ha raccolto molto poco in carriera.
lisablack
Sabato 1 Luglio 2017, 14.27.30
4
Emozioni a fior di pelle, trasmette proprio cosa significa essere soli, che a volte, può diventare terribile. Stupendo.
Hard & heavy
Sabato 1 Luglio 2017, 12.25.31
3
una sola parola Capolavoro
Jo-lunch
Sabato 1 Luglio 2017, 11.32.34
2
Lizard, non trovi che questa band trentennale abbia prodotto e raccolto poco rispetto alle notevoli capacità dimostrate? Certamente la continua alternanza dei vari componenti non l'ha aiutata molto senza dimenticare che il temporaneo abbandono di Lowe, a suo tempo, l'ha alquanto danneggiata. Concordo nel ritenere questo uno dei miglior album doom di tutti i tempi e il voto è giustamente appropriato. Consiglio un ascolto a tutti quelli che non li conoscono, ne vale la pena.
Undercover
Sabato 1 Luglio 2017, 11.26.20
1
Maestri, per me non hanno nulla da invidiare ai Candlemass, sono fondamentali tanto quanto quelli, non a caso gli svedesi punteranno in futuro proprio su Lowe per sostituire Marcolin.
INFORMAZIONI
1991
Roadrunner Records
Doom
Tracklist
1. Dawn of Antiquity (A Return to Despair)
2. Opaque Divinity
3. Trascending Sentinels
4. Dreams of Immortality
5. Destiny Falls to Ruin
6. White Ship
7. Mirror of Sorrow
8. Where Angels Dare to Tread
Line Up
Robert Lowe (Voce)
John Perez (Chitarra)
Edgar Rivera (Chitarra)
Lyle Steadham (Basso)
John "Wolf" Covington (Batteria)
 
RECENSIONI
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