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Nightbringer - Terra Damnata
08/07/2017
( 581 letture )
A seguito di una attesa durata tre anni dalla pubblicazione dell’album Ego Dominus Tuus, silenzio discografico interrotto solamente dal recentissimo split in compagnia di Abigor, The Darkened Shade e Mortuus, gli statunitensi Nightbringer tornano sul mercato con il nuovo, quinto full-length intitolato Terra Damnata, ancora una volta marchiato Season of Mist.
L’intervallo di tempo trascorso sembra non aver in alcun modo alterato il linguaggio dei nostri, una interessante miscela di diversi ingredienti black metal di matrice scandinava rivisitati in salsa moderna. Pertanto, chi ha osservato le diverse tappe dell’evoluzione del combo dal Colorado, a partire dai primi passi compiuti nel 1999, all’ascolto di questo nuovo platter non riscontrerà particolari stravolgimenti del loro naturale percorso artistico.

Quanto appena affermato è subito evidente nell’opener As Wolves Amongst Ruins, sorretta dalla devastante sezione ritmica composta dal drummer Menthor e dal bassista Norgaath, e costruito attorno a complessi fraseggi delle chitarre suonate dai polistrumentisti Naas Alcameth, VJS e Ophis. A differenza di act quali Emperor e Dimmu Borgir, fra le principali e dichiarate influenze, che hanno fatto della tastiera lo strumento chiave per la creazione del proprio celebre sound, i Nightbringer compiono la precisa scelta di approcciare uno stile decisamente meno orchestrale, facendo propri gli elementi piu heavy delle band citate ed amalgamandoli con una massiccia dose della tipica ferocia del metal estremo svedese.
L’ottima capacità di offrire valide alternative batteristiche al classico blast beat contribuisce a rendere il brano più eterogeneo, senza per questo perdere un briciolo dell’intensità che lo permea nella sua totalitò. In quest’ambito multiforme, l’utilizzo delle voci è estremamente coerente ed interessante. Il difficile compito è perfettamente assolto dal singer principale Ar-Ra'd al-Iblis, coadiuvato da Naas Alcameth e Ophis, diverse personalità che arricchiscono la proposta con uno spettro di altrettanti stili. La chiusura è affidata a un’azzeccata outro sinfonica, uno degli sporadici momenti in cui i sintetizzatori suonati da VJS assumono un ruolo di primo piano, altrimenti quasi sempre relegati sullo sfondo come soli strumenti ausiliari.
La successiva Misrule si caratterizza per il suo violentissimo incipit black metal sul cui riffing di base insistono ossessivi giri di chitarra, quasi come in un continuo e dissonante assolo che si protrae per tutta la sua durata, anche quando questo rallenta bruscamente per calarsi in un’atmosfera più angosciante e morbosa, scandita da lenti colpi di rullante. Il tema teatrale e magniloquente dell’arte dei Nightbringer è affrontato in Midnight’s Crown. Questo scenario è imbastito principalmente su un cantato veemente e quasi narrante, molto vicino a certi frangenti dell’interpretazione di Shagrath in Spiritual Black Dimensions, lasciando poi che il brano si trascini verso i ferali meandri del metallo nero ispirati a Dark Funeral e Setherial.
Se fino a questo momento Terra Damnata si è fatto apprezzare per la sua notevole qualità, il pezzo a seguire soffre di una netta flessione compositiva. Of the Key and Crossed Bones, difatti, pur partendo molto bene con un efficace e oscuro mid tempo doomish, si perde nel prosieguo quando accelera per rientrare nei canoni più classici del black, inficiato da una stesura troppo monocorde e, di conseguenza, poco convincente.
Si torna però immediatamente su buoni livelli con Let the Silence Be His Sacred Name, l’opera più lunga del lotto, aperto da un inserto pianistico che lascia subito il campo a una repentina esplosione sonora. Gli otto minuti di cui si compone danno occasione al gruppo di cimentarsi in un’elaborata suite, combinando un vasto assortimento di riff e cambi di tempo, il tutto sempre dettato da una violenza devastante, non disdegnando brevi divagazioni verso lidi sonori più quieti.
Le dinamiche ritmiche in slow tempo rappresentano una costante spesso riscontrabile all`interno delle composizioni dei sei musicisti e costituiscono le fondamenta della successiva Inheritor of a Dying World. Trattassi di una canzone cui è difficile assegnare un’univoca chiave di lettura, dove l’intelaiatura ancora una volta doom accoglie intrecci chitarristici in qualche modo accostabili alle prestazioni di Ihsahn e Samoth in IX Equilibrium.
In mezzo ad un così ampio ventaglio di soluzioni e influenze c’è spazio anche per un passaggio totalmente alieno al contesto dell’album. The Lamp of Inverse Light è un tentativo sperimentale, apocalittico, dal deciso carattere industrial, specie per quanto riguarda gli effetti vocali, e impreziosito da un piacevole pattern melodico che si ripete sino alla fine. Un episodio che si determina fra i più particolari ma anche fra i più riusciti, a dimostrazione di una band che non manca di coraggio nell`esplorare anche lande sonore differenti.
Si rientra infine nei più consueti canoni espressivi con Serpent Sun, traccia finale che racchiude sapientemente tutti gli elementi tipici della proposta dei Nightbringer, sia dal punto di vista dello scheletro portante, sia che da quello della cura degli arrangiamenti.

In conclusione, Terra Damnata è un lavoro strutturalmente complesso, ricercato e valorizzato da un’eccellente produzione che ne esalta le tante peculiarità. Sebbene si tratti di un disco non scevro da qualche caduta di tensione, in ogni caso circoscrivibile alla sola parte centrale della tracklist, il risultato complessivo è certamente di notevole fattura, un prodotto che solo una formazione dalle non comuni qualità tecniche come i Nightbringer avrebbe potuto realizzare e per questo è lecito aspettarsi in futuro ulteriori passi in avanti. Coloro che hanno apprezzato l’ensemble americano per le loro precedenti fatiche in studio non rimarranno senz’altro delusi da queste otto nuove tracce, le quali potranno incontrare il consenso anche dei nostalgici di sonorità nordiche ormai appartenenti ad un glorioso passato su cui è stata abilmente cucita una rinnovata e più contemporanea veste musicale.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
76 su 3 voti [ VOTA]
Todbringer83
Lunedì 18 Dicembre 2017, 22.34.50
4
Ascoltato un paio di volte. Mi ha detto molto poco. Intricato e complesso come lavoro, ma che finisce inesorabilmente per rivelarsi un freddo e tetro ibrido a tratti snervante. 59
Dany71
Martedì 11 Luglio 2017, 17.04.23
3
The lamp of inverse light non è un brano. È uno stacco prima dell'ultima traccia per rifiatare. Probabilmente il recensore era ironico.
Kenos
Lunedì 10 Luglio 2017, 8.45.03
2
Li seguo anch'io dall'uscita di Death and the Black Work, che non mi entusiasmò per nulla ma faceva comunque intravedere un gran potenziale. Infatti da Hierophany of the Open Grave c'è stato un salto di qualità, e Ego Dominus Tuus resta uno dei dischi black più affascinanti degli ultimi anni. Forse questo non si mantiene agli stessi livelli ma resta un'ottima prova, come minimo. Non avranno inventato nulla, ma per me si distinguono, li riconoscerei tra mille.
Doom
Domenica 9 Luglio 2017, 14.36.44
1
Li seguo ( anche se con un po' di distacco) dagli esordi. Pur avendo uno stile abbastanza ricercato e ostico i loro full non mi hanno hanno mai impressionato. Molto meglio gli split, specialmente quello con i Dodsengel. Tutta via questa potrebbe essere la volta buona a quanto pare anche da un rapido ascolto. Anche qui mi riservo piu in la' un giudizio sull'album. Comunque buona analisi Pavi, ogni tanto vale la pena spendere due parole in più. Bravo
INFORMAZIONI
2017
Season of Mist
Black
Tracklist
1. As Wolves Amongst Ruins
2. Misrule
3. Midnight’s Crown
4. Of the Key and Crossed Bones
5. Let Silence Be His Sacred Name
6. Inheritor of a Dying World
7. The Lamp of Inverse Light
8. Serpent Sun
Line Up
Ar-Ra'd al-Iblis (Voce)
Naas Alcameth (Chitarra, Voce, Basso)
Ophis (Chitarra, Voce, Basso)
VJS (Chitarra, Tastiere)
Norgaath (Basso)
Menthor (Batteria)
 
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