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Joy Division - Unknown Pleasures
09/07/2017
( 1835 letture )
4 giugno 1976, Lesser Free Trade Hall, Manchester. Ci sono i Sex Pistols, l’entrata è 50 pence. Quella sera gli spettatori non sono neanche una cinquantina, ma quasi tutti rimarranno così colpiti dalla band londinese che a loro volta formeranno dei gruppi propri, quasi tutti nomi importantissimi. Fra i presenti: Howard Devoto e Pete Shelley dei Buzzcocks, Mark E. Smith dei The Fall, Mick Hucknall dei Simply Red e addirittura un giovanissimo Morrissey. Ciò che quella sera i Pistols dimostrarono ai ragazzi di Manchester fu di fondamentale importanza per la storia della musica: non hai bisogno essere un musicista per poter suonare. Adesso fa strano, ma allora il panorama rock era dominato dai giganti del progressive e del glam. Certo, qualche anno prima c’erano stati Stooges e New York Dolls, come anche dei Ramones, ma l’impatto dei Pistols fu incomparabile. I ragazzi inglesi erano stanchi degli assoli interminabili di tastiera, dei costumi sgargianti e dei glitter. Lo stesso Bowie aveva intuito qualcosa, uccidendo Ziggy Stardust e dando il via al suo "periodo berlinese" che avrebbe influenzato così tanto le band della nascente scena post-punk. Era anche un periodo buio per l’Inghilterra, fra disoccupazione dilagante e i presagi del thatcherismo che di lì a poco avrebbe reso la vita delle classi operaie, soprattutto quella di Manchester, un vero inferno. Fra questi ragazzi incazzati che il 4 giugno videro i Pistols ci sono tre poco più che ventenni ex compagni di scuola: Peter Hook, Bernard Sumner e Terry Mason, futuri bassista, chitarrista e batterista dei Warsaw. I tre quella sera stessa decisero di fondare una band loro, senza minimamente saper suonare degli strumenti. Nel suo libro “Joy Division - tutta la storia”, Hook scrive di quel concerto:

Ricordo di essermi sentito come se fossi rimasto chiuso in una stanza buia per tutta la vita – comodo, al caldo, al sicuro e in silenzio – e poi all’improvviso un rumore ancora più intenso, che mi mostrava un altro mondo, un’altra vita, una via d’uscita. All’improvviso non ero più comodo e al sicuro, ma non aveva importanza, perché mi sentivo alla grande. Mi sentivo vivo.

Hook il giorno seguente si fece prestare quaranta sterline dalla madre e andò a comprare il suo primo basso. Sumner aveva già ricevuto una chitarra per il Natale precedente, Mason dopo le prime prove si rivelò un batterista inadatto, tentò anche di fare il cantante ma i risultati furono disastrosi. Hook e Sumner si misero quindi alla ricerca di cantante e batterista. Al terzo concerto dei Pistols a Manchester, all’Electric Circus, notarono un tipo alto che indossava un cappotto con dietro scritto "Hate" con vernice arancione, vennero a sapere che era un cantante alla ricerca di un nuovo gruppo e subito andarono ad attaccare bottone. Il gioco era fatto: Ian Curtis era il nuovo cantante della band, senza neanche una vera e propria audizione. Mesi dopo, in seguito a varie prove con batteristi che puntualmente li mollavano appena ricevuta un’offerta da una band più popolare, reclutarono Stephen Morriss, ex compagno di scuola di Curtis, l’unico a rispondere ad un annuncio messo in un negozio di strumenti musicali. Nel 1977 nascono finalmente i Warsaw, nome suggerito da Curtis e ispirato da Warsawa di David Bowie, contenuta nell’album Low, uscito lo stesso anno, che in breve divenne il preferito del giovane cantante. Iniziarono a suonare in vari club della città, con un pubblico che variava dagli zero ai venti spettatori, ma presto riuscirono ad attirare l’attenzione dei Buzzcocks e si fecero assumere come band di supporto, ricevendo recensioni entusiaste. Dopo poco vennero a sapere che c’era già prima di loro un gruppo chiamato Warsaw Pakt e per evitare confusioni decisero di cambiare il moniker in Joy Division, nome nuovamente suggerito da Curtis e ispirato dal soprannome che i nazisti davano ai casotti adibiti alla prostituzione nei campi di concentramento menzionati nel romanzo "La Casa Delle Bambole" di Ka-Tzetnik 135633. Finalmente erano nati i Joy Division ed erano finalmente pronti a registrare il loro primo lavoro in studio: l’EP autoprodotto An Ideal For Living. Questi dodici minuti di musica non sono niente di trascendentale, ancora un punk primitivo e grezzo, ma si avverte il talento dei musicisti e Failures, la traccia finale, lascia intuire la strada che la band avrebbe percorso da lì ad un anno. L’EP creò diversi problemi d’immagine alla band, visto che la copertina, disegnata da Sumner, rappresentava un ragazzo della gioventù hitleriana intento a battere un tamburo; questo, unito al nome della band creò non pochi sospetti di simpatie naziste, che il gruppo ha sempre negato. Un fatto che non impedì alla band di ricevere offerte allettanti da diverse case discografiche, incluse 70000 sterline da parte della Creation Records. Chi li convinse a rifiutare le major in favore della neonata Factory Records fu il loro nuovo manager Rob Gretton, già al fianco dei seminali Slaughter & the Dogs, che portò queste ragioni: la band avrebbe registrato a Manchester e non a Londra, avrebbero lavorato con Martin Hannett (già produttore del primo album dei The Durutti Column) e, cosa più importante, avrebbero avuto libertà completa. Inoltre uno dei soci della Factory era Tony Wilson, anche lui insieme ad Hannett era al famoso concerto dei Sex Pistols. Wilson, noto presentatore televisivo, all’epoca conduceva il programma musicale "So It Goes" che aveva avuto fra gli ospiti i Beatles e, soprattutto, proprio i Sex Pistols. Wilson aveva già assicurato la propria stima alla band e, al momento delle firme del contratto, la sua la fece usando il sangue invece dell’inchiostro e i giochi erano fatti, i Joy Division avrebbero fatto il loro debutto per la Factory Records.
Tutta questa storia e questi intrecci servono a far capire come uno dei dischi più importanti della musica sia nato dal caso e dall’ingenuità dei suoi, inconsapevoli o meno, creatori. È dovuta una piccola digressione sulla figura di Wilson, un uomo che ha sacrificato gran parte della sua carriera e dei suoi soldi in nome della musica, prendendo sotto la sua ala, oltre ai Joy Division, gruppi sconosciuti (A Certain Ratio, Cabaret Voltaire e Happy Mondays fra gli altri) che produssero lavori considerati a posteriori delle pietre miliari ma che non ottennero alcun successo commerciale all’uscita. Wilson era solito dire "c’è chi fa soldi e c’è chi fa la storia" e, seguendo fino in fondo questa logica, ci rimise addirittura la vita quando nel 2007 gli venne un cancro e le cure risultarono troppo costose per lui. A posteriori non possiamo che rimpiangere figure, ormai rare, come quella di Wilson, persone che mettevano la propria passione al di sopra di tutto il resto, creando la storia.
Ma torniamo a Manchester, dove nell’aprile del 1979 i Joy Division entrarono finalmente negli Strawberry Studios pronti per registrare il loro album di debutto. Al quel punto la band aveva già un sound preciso, basato sulle linee pulsanti del basso di Hook (che, come è noto, si rifiutava di suonare come un "bassista normale"), la chitarra minimale di Sumner e la voce spettrale di Curtis. Allo studio entrò in scena Martin Hannett, una sorta di produttore/stregone che si rifiutava di lavorare se prima non riceveva la sua dose giornaliera di marijuana e che non parlava mai alla band di come stava mixando i brani, abbindolandoli con giri di parole astrusi. Ciò che veramente fece Hannet fu dare profondità e spazio al sound dei Joy Division, avendo intuito che il punk alla Sex Pistols stava già morendo, puntò più sull’atmosfera e sull’inquietudine più che sull’aggressività e nel fare ciò non fu minimamente intralciato dalla band: come lui stesso disse “erano la manna di un produttore, perche erano totalmente inesperti e non si opponevano minimamente a quello che facevo”. Hannett usò dei metodi di registrazione totalmente anti-convenzionali per Unknown Plesures, fra questi registrare la voce di Curtis attraverso un telefono per Insight, aggiungere il suono di vetri rotti in I Remember Nothing e far registrare a Sumner le parti di Candidate con la canzone al contrario perché, a quanto pare, al chitarrista piaceva di più così che normale. C’è da dire che Hannett ebbe la fortuna di trovarsi sottomano una band che aveva già pronte delle canzoni fantastiche; l’album infatti fu registrato in soli tre week-end, di notte, ovvero nelle ore in cui lo studio di registrazione costava meno. L’album inizia con Disorder, manifesto del Joy Division-sound, batteria chirurgia a introdurre un basso perpetuo prima dell’arrivo della chitarra a completare un meraviglioso tappeto su cui può stendersi placido il baritono incomparabile di Curtis. La tensione continua della canzone per la band è sinonimo di malessere interiore.

I've been waiting for a guide to come and take me by the hand,
Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?


Così si apre Unknown Pleasures, con una domanda.

Ho aspettato l’arrivo di una guida che mi prendesse per mano, queste sensazioni potrebbero farmi sentire i piaceri di un uomo normale?

Il protagonista di Disorder è alla perenne ricerca di qualcosa che lo faccia sentire un “uomo normale”, ma c’è una sorta di disordine che glielo impedisce e puntualmente lo rigetta nel baratro. Disorder fluisce in Day of the Lords, la chitarra è alta e sferraglia come fosse una macchia industriale, trascinata dal basso; c’è un qualcosa di profondamente sinistro nell’incedere di quest’ultimo, sensazione confermata dalle liriche, molto più crude:

This is the room, the start of it all
No portrait so fine, only sheets on the wall,
I've seen the nights, filled with bloodsport and pain,
And the bodies obtained, the bodies obtained.


Curtis disegna uno scenario d’infanzia doloroso e violento, seguito da una crescita da un senso di angoscia e paura, culminata nel grido sommesso:

Where will it end? Where will it end?
Where will it end? Where will it end?


La caratura di Curtis come scrittore è indubbia. È un romantico, in lui non c’è Johnny Rotten, ma la profondità e malinconia di Byron, Keats e Blake. Ian Curtis è stato forse il primo nella scena rock a passare da "fuck you!" a "I’m fucked up", presentando un’introspezione sulle emozioni più negative dello spettro umano, fino a quel momento quasi totalmente inedite. Candidate ha una struttura circolare, come se fosse una sezione di una jam nata in studio, la chitarra di Sumner si limita a fare da sfondo lasciando ancora una volta al basso il ruolo da "solista", la sensazione è quella di una ninnananna macabra. Insight inizia con i rumori del montacarichi dello studio, registrati e aggiunti da Hannet, ed è una piccola risalita dagli inferi, il protagonista afferma di non avere più paura, ma la sua è una vittoria di Pirro.

Guess you dreams always end.
They don't rise up, just descend,
But I don't care anymore,
I've lost the will to want more,
I'm not afraid not at all,
I watch them all as they fall


La disillusione è il tema portante, la consapevolezza agghiacciante che i sogni muoiono lì dove sono nati e l’unico modo per andare avanti è rinunciare a qualsiasi cosa ci sia di migliore. I remember when we were young canta un ventenne Curtis, la speranza non è contemplata, il passato è visto come un periodo lontano e sprecato, ma al tempo stesso viene rimpianto. New Dawn Fades, la più memorabile dell’album, poggia su un riff di chitarra oscuro e quasi sabbathiano, due riff, poche note ripetute implacabilmente prima di esplodere in un crescendo guidato ancora una volta dal sussurrato mantra messianico di Curtis, che sublima in un urlo agghiacciante e disumano.

Different colors, different shades
Over each mistakes were made
I took the blame
Directionless so plain to see
A loaded gun won't set you free
So you say


E poi arriva She’s Lost Control, forse la canzone più iconica del gruppo. Il testo fu ispirato da un incidente che avvenne nel luogo di lavoro di Curtis, in un’agenzia di collocamento. Una ragazza epilettica che faceva fatica a trovare e mantenere un lavoro ebbe un attacco proprio davanti a lui. Quando la chiamò a casa per sapere le sue condizioni gli dissero che era morta in seguito ad un altro attacco. Curtis, che in quel periodo aveva scoperto, al ritorno da un concerto, di soffrire anche lui di epilessia, ne rimase sconvolto, cosa che determinerà negativamente il resto della sua breve vita. La chitarra e il basso si intrecciano in modo perfetto con riff tanto elementari quanto efficaci, Curtis canta con un trasporto soprannaturale, aumentando la drammaticità della sua performance man mano che il ritmo si velocizza, guidato dal presagio di una fine che sembra sempre più vicina. Hannett ci mette del suo, aggiungendo degli effetti che esaltano il fatalismo delle liriche, da brividi gli echi aggiunti quando Curtis pronuncia "I lost control again".

And she turned around and took me by the hand and said,
I've lost control again.
And how I'll never know just why or understand,
She said I've lost control again.

And she screamed out kicking on her side and said,
I've lost control again.
And seized up on the floor, I thought she'd die.
She said I've lost control.

She's lost control again.
She's lost control.
She's lost control again.
She's lost control.


She’s Lost Control era anche il pezzo preferito da Hannett, che apprezzava particolarmente la batteria tribale di Morriss, tanto che gliela face registrare suonando ogni singolo componente uno alla volta, un lavoro improbo e maniacale che, secondo lui, serviva a rendere il suono della batteria più pulito e preciso, esperimento riuscito in pieno. Shadowplay è un altro dipinto in bianco e nero di una scena tragica, un assassinio notturno che si trasforma presto in un macabro rito ai piedi delle vittime.

In the shadowplay, acting out your own death, knowing no more,
As the assassins all grouped in four lines, dancing on the floor,
And with cold steel, odor on their bodies mad a move to connect,
But I could only stare in disbelief as the crowds all left.


Dominano le note glaciali della chitarra di Sumner, fredde e precise come delle coltellate. Una perfezione assoluta e sinistra domina la performance dei Joy Division. Wilderness è la stoccata personale di Curtis verso la religione, vista solo come un inganno verso le persone più semplici e malleabili. Ancora una volta la linea di basso di Hook è fantastica.

I traveled far and wide through many different times,
What did you see there?
I saw the saints with their toys,
What did you see there?
I saw all knowledge destroyed.


Interzone è forse la canzone fra tutte più debitrice della matrice punk della band, ed è l’unica non cantata solamente da Curtis; la linea principale infatti è di Hook, mentre Curtis fa il controcanto basso. Interzone ha un incedere veloce, quasi ansiogeno, tutto il contrario della successiva, e ultima, I Remember Nothing. Sei minuti di desolazione completa, che anticipano quanto la band farà nell’album successivo. Dopo dei vetri che si spezzano, il basso procede cadenzato con una lentezza finora inedita mentre la chitarra si limita a disegnare atmosfere lugubri con i suoi effetti, anticipando parzialmente quanto faranno dieci anni dopo le prime band post-rock. Curtis inchiostra un desolato paesaggio urbano dove tutti siamo uno vicino all’altro, ma ognuno rinchiuso nel suo piccolo mondo ridicolo, le relazioni non sono altro che vani tentativi di unire i nostri piccoli mondi. I Joy Divison suonano come se fossero in una cattedrale gotica vuota e buia e il mondo stesse finendo in quel momento, una marcia funebre privata e raccolta prima dell’inevitabile fine.

Get weak all the time, may just pass the time,
Me in my own world, yeah you there beside,
The gaps are enormous, we stare from each side,
We were strangers for way too long.


Qui si conclude Unknown Pleasures, indubbiamente un disco chiave sia per capire un movimento che stava nascendo in quegli anni e sia per capire degli stati d’animo complessi e oscuri che nessuno prima di questi ragazzi di Manchester era riuscito a mettere in musica così bene. Unknown Pleasures è un album fondamentale per chiunque, è un passaggio obbligato e difficile, perché per entrarci dentro appieno ci vuole tempo e pazienza e si può anche rimanerne delusi. I Joy Division continuarono la loro evoluzione con Closer, l’album successivo, prima che la tragica scomparsa di Curtis li lasciasse irrimediabilmente tarpati. Se in Unknown Pleasures c’è una sorta di primordiale rabbia interiore e ribellione, ovvia figlia delle influenze punk della band, in Closer domina un oppressivo senso di abbandono, un requiem perpetuo e sommesso che si insinua lentamente sotto la pelle dell’ascoltatore, era lampante che Curtis avesse già intuito il suo destino e abbia voluto mettere le sue sensazioni in musica nel modo più onesto possibile. Unknown Pleasures è la quiete prima della tempesta, Closer non è la tempesta, ma i ruderi che ne rimangono dopo. Ne riparleremo.



VOTO RECENSORE
100
VOTO LETTORI
95.55 su 27 voti [ VOTA]
VomitSelf
Sabato 15 Luglio 2017, 8.00.21
17
Che dire. Disco immenso. Anche se personalmente ho da sempre preferito il successivo, scurissimo testamento "Closer"...
Rob Fleming
Giovedì 13 Luglio 2017, 17.13.30
16
Days of lords, Candidate, Insight, New dawn fades sono brani che scrivono solo i fuoriclasse. E poi il gruppo sa anche pestare duro come conferma Interzone (non a caso coverizzata dai sublimi Warrior Soul). 90. E per me Closer è ancora più bello
Awake
Mercoledì 12 Luglio 2017, 12.18.11
15
Da brividi. Inutile perdersi in descrizioni: ascoltare, ascoltare e ascoltare fino allo sfinimento. Ottima recensione.
duke
Martedì 11 Luglio 2017, 21.23.38
14
disco e band fondamentali.....100 !
Stagger Lee
Martedì 11 Luglio 2017, 18.13.17
13
Una vera opera d'arte, il 100 ci sta tutto. Non conto quante magliette ho avuto con la copertina di questo disco...😄. E poi questi brani in sede live erano davvero spettacolari, toccanti. Soprattutto dal vivo sapevano davvero creare qualcosa di forte.
Le Marquis de Fremont
Martedì 11 Luglio 2017, 14.13.22
12
Non mi è mai piaciuto il punk (all'epoca, ero appunto, in UK) e da tutto quel baillame di band, mi piacevano solo Siouxie & the Banshees e questi Joy Division. Poi sarebbero venute altre band come Cure, Simple Minds, Ultravox e altri. Un album effettivamente "diverso". Mi ricordo che non facevamo molto caso ai testi, affogati nel generale "no future" della musica punk e per noi, festaioli studenti di Cambridge, era difficile cogliere la crisi dell'Inghilterra settantiana. Ma la musica era unica e tremendamente attraente. Personalmente amo di più Closer ma qui il voto altissimo ci sta tutto. Au revoir.
nonchalance
Martedì 11 Luglio 2017, 12.19.44
11
@enry: Facciamo S.V. ?!
Rejection
Martedì 11 Luglio 2017, 10.52.09
10
Uno degli album della mia vita. Pochi altri dischi mi hanno colpito e affascinato al primo ascolto come Unknown Pleasures. 100
enry
Martedì 11 Luglio 2017, 5.21.27
9
Visto che per me il 100 non esiste mi fermo 'solo' a 99.
InvictuSteele
Lunedì 10 Luglio 2017, 16.08.25
8
Uno dei dischi più leggendari della storia, l'album post punk più rappresentativo del suo genere. Voto 100
Testamatta ride
Lunedì 10 Luglio 2017, 12.37.02
7
Io azzardarei anche 101
galilee
Lunedì 10 Luglio 2017, 12.19.52
6
Grande album e grande band, anche se devo ammetterlo, le band e i dischi della new wave che mi hanno lasciato il segno sono altri. Ah, anche Closer merita parecchio.
angus71
Lunedì 10 Luglio 2017, 12.00.12
5
uno dei dieci dischi "all time" da custodire gelosamente sotto chiave e da ascoltare nei momenti giusti. a parte Ian Curtis, ho sempre avuto un debole per Peter Hook. grandi davvero.
Alex Cavani
Lunedì 10 Luglio 2017, 11.17.52
4
@Voivod Se vabbè ... Mi sono accorto ora del titolo che ho scritto, mea culpa! E dire che l'ho anche recensito ahah
Voivod
Lunedì 10 Luglio 2017, 10.10.02
3
Album epocale. Il film sulla vita di Curtis che ha citato Alex Cavani in realtà si chiama "Control" ed è stato diretto da Anton Corbijn, già fotografo di diversi artisti rock come Rolling Stones, Tom Waits, Nick Cave, Bryan Ferry e gli stessi Joy Division) e affermato regista di videoclip.
Zess
Lunedì 10 Luglio 2017, 1.41.44
2
Davvero c'è bisogno di commentarlo? Capolavoro e basta.
Alex Cavani
Domenica 9 Luglio 2017, 21.47.56
1
Vabbè cosa c'è da dire su questa opera d'arte? Voto che va oltre, recensione molto bella e disco che ascolto sempre almeno una volta a settimana, non posso fare a meno di pezzi come New Dawn Fades, Day Of The Lords e She's Lost Control. I Joy Division e in particolare B. Sumner mi hanno mostrato un nuovo modo di concepire la chitarra e quanto sia possibile veicolare emozioni tragiche e romanticismo decadente tramite solo tre strumenti. I testi di Curtis poi li ho studiati per anni, ancora più interessanti quelli di Closer (di cui a questo punto aspetto la recensione!), album che considero super ostico e davvero da ascoltare solo nella condizione adatta, parole che scavano nel profondo facendoti annegare nel nichilismo più totale. Se non avete mai ascoltato Unknown Pleasures fatevi un regalo e ascoltatelo ora, spesso i Joy Division sono ridotti a "idoli da magliette" o si paragona Ian Curtis a un Kurt Cobain meno famoso, ignorando lo iato di tempo tra i due... Un pezzo della mia vita e di molti altri penso, da non scordare. Consiglio anche il film "Closer" per farsi un'idea sulla vita di Curtis e della band e poi per sentire quanto hanno influito anche in Italia, bisogna ascoltare i primi lavori dei Diaframma
INFORMAZIONI
1979
Factory Records
Post Punk
Tracklist
1. Disorder
2. Day of the Lords
3. Candidate
4. Insight
5. New Dawn Fades
6. She’s Lost Control
7. Shadowplay
8. Wilderness
9. Interzone
10. I Remember Nothing
Line Up
Ian Curtis (Voce)
Bernard Sumner (Chitarra, Tastiera)
Peter Hook (Basso, Voce su traccia 9)
Stephen Morriss (Batteria)
 
 
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