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A Perfect Murder - Strength Through Vengeance
15/07/2017
( 503 letture )
2006, Montreal. In un periodo nel quale molte band giocano con sfumature emozionali, la band canadese rientra in scena con somma prepotenza, dodici mesi dopo il violento, breve e grezzo primo full-length (Unbroken, 2004). Il five-piece è amalgamato a dovere e reduce da grandi tour in terra natia e negli States. Con una formazione abbastanza consolidata si aprono le danze, con mamma Victory alle spalle e un sacco di pomposa promozione: il metal è vivo!
Al di là delle sensazioni pre-release, classiche per l’epoca e per etichette relativamente giovani e giovanili quali la Victory appunto, quello che abbiamo tra le mani oggi è un dischetto di notevole e violento iper-valore. Grande sostanza, grande impatto, dedizione sopra la media e un carico di groove metal spaventosamente convincente. Già, la band del nord non si perde in chiacchiere e segue a ruota le influenze del passato, ricreando passaggi, note, stili e stilemi tipici dello speed-thrash d’annata, pescando a piene mani anche dai primissimi ’90, con i classici capisaldi del nuovo metallo a stelle e strisce (Pantera, Machine Head), attitudine punk/hardcore e un sacco di headbanging furioso e furibondo.

Si parte in sesta con la terremotante, terrorizzante e solenne title-track, che sfiora i 6 minuti spezzandoci il collo con le sue continue accelerazioni speed e i riff circolari, accompagnati da una batteria tecnica e potente, chitarre sferraglianti e voce abrasiva. Ibridi mai nati di Metallica, Pantera, e Exodus si scontrano in un sali-scendi vapo-ritmico di consistenza titanica. Il bridge in up-tempo ci scortica vivi portandoci nella polvere estrema del pit: armi in pugno e fronti grondanti, corna al cielo e mosse bizzarre. Un tripudio di heavy metal polveroso e gocciolante e una sequenza di assoli impressionante, per un crescendo strumentale da dieci e lode, mai domo, che sfocia in un secondo bridge dai toni muscle/groove. Incipit corposissimo e assolutamente metallico nel suo incedere fiammeggiante. Rimaniamo non solo colpiti ma anche interessati nel procedere dell’ascolto. Dopo un buon debutto, decisamente più semplice e HC, i nostri padiglioni auricolari non possono che giovare e gioire di tanto buon HM, lavico e sincero, potente devoto e ben studiato.

Frughiamo ogni dubbio: gli A Perfect Murder non inventano nulla, non lo hanno mai fatto né lo faranno mai. Sono una band di fabbri, umili servitori del metallo, con buone doti e idee semplici ma efficaci. 100% puro acciaio e deviazioni ridotte all’osso. Così come nell’opener schiaccia-mandibole, anche la seguente e abrasiva Black Hate Machine ci sconquassa senza sosta, propendendo più per il groove d’autore, almeno fino alla porzione centrale, tutta solista e in levare. Si esaltano le doti chitarristiche del duo Carl Bouchand / Pierre Remillard, con il primo a sciorinare assoli al fulmicotone, distorsioni e wah-wah, e il secondo a pestare sulle frequenze ritmiche, che nell’epilogo divengono sludgy e pesanti come macigni. Fading d’ordinanza e tutti negli spogliatoi per una breve sosta rinfrescante. Ma non c’è troppo tempo, e anzi siamo richiesti immediatamente sul terreno di gioco, già devastato dal pogo. Fango, terriccio, pioggia fastidiosa e la potenza del mid-tempo panteriano Wake Up and Die, dove il rock’n’roll si mescola con il thrash per un mini singolo che potrebbe essere datato 1991. Il periodo, come sempre, è importante per contestualizzare il tutto, con la piena ascesa della NWOAHM, le influenze impazzite e i richiami a ogni genere e sotto-genere esistente. Ma qui nella casa dell’Omicidio Perfetto nulla è lasciato al caso, al commercio o alla facile melodia. Qualche sprazzo di clean vocals, qualche harsh meno invasivo e il southern che si impossessa di qualche nota, ibridando il tutto quanto basta per farci rincorrere nelle paludi. Swamp thrash.
Né tregua né sosta, né resa né disarmo nella quarta badilata, quella Snake Eyes che gioca con il rifferama tipico di Darrelliana memoria, carico di hard blues e groove, che anticipa il puntuale e vibrante solo destrutturato e tipicamente anni ’80 di Bouchand, adeguatamente doppiato dalle fucilate di Yan Chausse, batterista solidissimo e motore ritmico infaticabile.

Quarantatré minuti di divertimento, di sincero amore per quella che è l’essenza del groove metal, con tutti i cromi e i crismi che questo comporta. In bilico tra velocità, mid-tempo e stop’n’go, l’album procede senza intoppi per tutta la sua (giusta) durata, con solo un piccolo passaggio a vuoto (la sufficiente Path of Resistance, compatta e breve ma decisamente fuori fuoco in quanto a songwriting). Salvata solamente in parte dalla porzione strumentale, la canzone funge da ponte con la seconda parte dell’album, che non ci delude affatto. Time Changes Nothing, pessimista già dal titolo, ci accompagna con i suoi 5 minuti strumentali cupi e sofferti, sabbathiani nell’incedere primario e perfettamente bilanciati tra chitarre acustiche e note nere come la pece. È un momento per riprendere fiato oppure è solo un nuovo incipit di distruzione e stordimento? La risposta, come spesso accade, è prettamente soggettiva, ma quando partono le note rétro-vintage di Deceit of Man non possiamo far altro che impazzire e distruggere tutta la stanza. Ecco di nuovo il senso di onnipotenza metallica che ci pervade, così poco sensato e selvaggio, portatore di ritmiche poderose, stacchi di batteria azzeccati e rallentamenti più ragionati. Strength Through Vengeance è un ottovolante che gira a mille chilometri all’ora, e il bridge di Deceit ci accompagna per mano nel nostro passato con un pregevole assolo, classicissimo nella forma ma assolutamente gustoso. Il ritmo sale e così l’up-tempo di Body ci prende per la gola, fermando le nostre pulsazioni per una manciata di minuti egregiamente suonati.
Insomma, ce n’è per tutti i gusti (o quasi) in questo platter, e se Rotten I e Suffocation of Thought (quest’ultima con il suo favoloso bridge alla Accept) non fanno altro che regalarci violenza, riff, assoli e citazioni a iosa, il finale dell’album è tutto da scoprire e bramare con occhi insanguinati e voglia di violenza, con la sovra citata porzione crudo-strumentale di Time Changes Nothing e, soprattutto, con il finale / epilogo al fulmicotone: Slave the Masses è deflagrante e atomica.
L’ultima traccia dell’album, nei suoi 3 minuti e 40 secondi, ci chiude in una stanza dei ricordi per farci uscire con le ossa rotte. Continui richiami, accelerazioni, rallentamenti, e una prestazione generale davvero notevole. La chiusura racchiude lo spirito della band e dell’album, indirizzandoci verso il thrash furioso del vorticoso bridge: un tornado che spazza via, lasciando solo pacifica devastazione in un progressivo salendo strumentale/chitarristico al quale non potrete rimanere indifferenti. Sfida accettata.

La seconda uscita della band canadese anticipa di poco i tempi del revival, aggiungendo stile sbilenco, grezzume, tanta volontà e –soprattutto- vero heavy metal. È a tutt’ora il tassello più apprezzato e riuscito del combo, che le ha provate tutte nel corso della sua carriera: dall’HC di Unbroken al southern-blues di War of Aggression, passando per questa inconfondibile mazzata sonora dell’epoca (mi viene da scrivere la solita banalità sul passare del tempo…). Al termine della lettura fate quello che volete, ma un ascolto a Strength Through Vengeance dovete darlo, possibilmente con una birra ghiacciata, il sole a picco e una pozzanghera fangosa ai vostri piedi. Nessuno esce vivo dal pit.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
81 su 3 voti [ VOTA]
Valerio
Domenica 16 Luglio 2017, 10.37.49
3
Groove corposissimo, non tutti i brani sono ben riusciti ma, nel complesso, un ottimo album ben strutturato e spaccatimpani.. C'è di tutto : Trash, heavy, rock, groove, ben suonato da musicisti di tutto rispetto anche se non raggiungeranno mai l'apice di tanti altri. Da ascoltare per gli amanti del genere.
Max2
Sabato 15 Luglio 2017, 16.07.23
2
A mio parere il loro miglior album. Picchiano duro, mescolano un po' di tutto e alla fine il risultato è notevole. Proviamo a berla questa birra ghiacciata e a riascoltarli in tutto relax, anche se parlare di relax con questi brani è un eufemismo. D'accordissimo con il voto.
Plin
Sabato 15 Luglio 2017, 12.01.04
1
Tosti e grezzi. Amalgama perfetto tra grove e heavy metal veramente devastante. Solo per orecchie allenate ☺.
INFORMAZIONI
2005
Victory
Groove
Tracklist
1. Strength Through Vengeance
2. Black Hate Machine
3. Wake Up and Die
4. Snake Eyes
5. Path of Resistance
6. Deceit of Man
7. Body and Blood
8. Rotten I
9. Suffocation of Thought
10. Time Changes Nothing
11. Slay the Masses
Line Up
Kevin Randel (Voce)
Carl Bouchard (Chitarra)
Pierre Remillard (Chitarra)
Dave Bayreuther (Basso)
Yan Chausse (Batteria)
 
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