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Elegy - Manifestation of Fear
15/07/2017
( 468 letture )
TRA PRIMATI E DIFFICOLTA’
La storia degli olandesi Elegy può essenzialmente dividersi in due parti: la prima, iniziata nel 1986, che si concluderà con l’uscita dell’album Lost nel 1995, la seconda con tutto quello che è venuto dopo, in seguito all’avvento di Ian Parry dietro al microfono della band a partire dall’EP Primal Instinct del 1996. Entrambe le parti della carriera di questo gruppo pioniere del prog/power metal sono contraddistinte da un elemento comune: non solo la qualità delle uscite ma, ancora di più, l’elevatissima instabilità della line up che, salvo alcuni elementi più o meno duraturi, ha visto un pressoché continuo avvicendarsi di persone all’interno della formazione. Un elemento questo da non trascurare assolutamente, non fosse altro per capire il motivo per il quale, ad un certo punto, gli Elegy sono andati di fatto in stasi, senza più dare notizie di sé. Partiti tra le più promettenti band dell’ondata prog metal che vide nei Queensryche e nei Fates Warning i capostipiti, gli olandesi riuscirono già con i primi demo ad attirare l’attenzione, tanto da diventare gruppo di supporto per i tour di Angel Witch, King Diamond, Hellion e per i Battlezone di Paul Di’Anno. Il debutto sulla lunga distanza arriverà però solo nel 1992, con Labyrinth of Dreams, disco che riuscì a sollevare un certo clamore attorno alla band, grazie ad una prestazione tecnica strumentale enorme, che non mancò di essere avvicinata subito agli allora appena esplosi Dream Theater. La commistione sonora degli Elegy, però, era comunque ancora più vicina al tipico metal prog ottantiano, con robuste iniezioni di doppia cassa e voce altissima, oltre al consueto panorama di influenze. Da qui l’avvicinamento piuttosto al sottogenere prog/power metal che non al prog metal puro, del quale furono comunque tra i primissimi esponenti.

Come detto, l’elevata instabilità della formazione minò e non poco la carriera del gruppo, che col successivo Supremacy (1994) aveva ormai raggiunto un livello altissimo, che metteva in mostra sia le enormi qualità del solista Henk Van Der Laars, sicuramente tra i massimi esponenti dello strumento in ambito metal in Europa, che quelle del singer Eduard Hovinga, voce pulita e classiche dinamiche ascensionali al massimo livello. Non che gli altri musicisti fossero dei comprimari, del resto. Purtroppo, qualcosa però non andò nella maniera sperata e anche se forti di un certo seguito, gli Elegy rimasero confinati nel limbo dei gruppi mai davvero esplosi e Lost non cambiò assolutamente la situazione, cosa che probabilmente portò all’uscita di Hovinga, del secondo chitarrista Gilbert Pot e del tastierista Gerrit Hager e all’arrivo di Ian Parry (ex-Hammerhead). Il talentuoso cantante e songwriter influenzerà profondamente il futuro corso degli eventi: è indubbio che la sua voce calda e roca, dotata di una ottima estensione e di una grande capacità interpretativa, ben si prestava a canzoni centrate sulle sue qualità e dotate di una maggiore propensione melodica ed è evidente come la sua presenza sposterà in maniera netta il baricentro della proposta musicale della band. Eppure, State of Mind, il disco di debutto, calcava la mano ancora di più sul fronte prog, introducendo delle atmosfere più cupe e dure nel songwriting del gruppo, oltre ad un palese indurimento del sound e ad un forte rallentamento nelle ritmiche. Una linea che anche il successivo Manifestation of Fear avrebbe sposato appieno, aumentando anzi ancora la componente metal a scapito di quella power/prog, stavolta dandosi una forma di concept album, per un risultato decisamente pieno e riuscito e un plauso generale tributato dalla critica e, in parte, anche dal pubblico.

IL CONCEPT
Il concept del disco si incentra interamente su una storia molto realista, anche se poi resa nella forma quasi di una fiaba ottocentesca, come confermato dalla non bellissima copertina che ci mostra un panorama industriale modernissimo, eppure molto simile a quello scenario tipico della fumosa Londra della Rivoluzione Industriale. I protagonisti sono una madre e suo figlio. La prima, abbandonata dal compagno alcolista dopo una “fuga d’amore” si ritrova a crescere il figlio da sola, con l’ossessione di farlo diventare una brava persona e tenerlo lontano dal male del mondo, offrendogli tutto il suo amore e una vita onesta (Unorthodox Methods). Un’ossessione che la condurrà però vicino all’esaurimento nervoso (Frenzy) e che spingerà per converso il figlio a cercare una strada più semplice, senza scrupoli e rimorsi (Angel Without Wings, Savage Grace), che lo porti a diventare un uomo ricco e di successo, a qualunque costo (Master of Deception), anche a quello di rimanere solo, senza amici, temuto e non amato da nessuno (Solitary Man). Questo finché il costo di una simile vita non si presenterà sotto forma di complessi di colpa e manie di persecuzione (Manifestation of Fear) e alla necessità di riavvicinarsi all’unica persona nella sua vita che gli aveva dimostrato amore e che ancora adesso crede in lui e vuole salvarlo (Victim of Circumstance, The Forgotten), la madre che ha fatto pace col passato e con le proprie mancanze e riesce finalmente a stare vicino al figlio nel suo percorso, che porterà alla nascita di una vita diversa e finalmente votata ad altro (Redemption, Metamorphosis). Come detto, una storia che assomiglia più ad una novella ottocentesca nella quale il percorso della vita dei protagonisti è visto da fuori, lasciando che sia il corso degli eventi a mostrare la maturazione psicologica e le successive decisioni dei personaggi, fino alla salvezza finale.

L’ALBUM
Musicalmente parlando, Manifestation of Fear è un disco duro e cupo, centrato su ritmiche e sviluppi tipicamente metal, in generale nella forma di dinamici midtempos, conditi però da soluzioni solistiche e di arrangiamento tipicamente prog; forte di una coscienza melodica superiore, che porta spesso l’attenzione sul cantato e sulle evoluzioni derivanti dall’alternarsi tra strofe, bridge e ritornelli, tutti molto ben delineati e votati al racconto della storia, creata da Parry. Questo ovviamente non impedisce ai musicisti di dire la loro e di ritagliarsi ben più che un ruolo da comprimari. Se vogliamo, l’unico strumento a risultare più di accompagnamento e finalizzato al completamento degli arrangiamenti è la tastiera del nuovo entrato Chris Allister, comunque ben presente nel mixaggio. Certo con un chitarrista come Van De Laars in formazione è difficile non concedersi “il lusso” di regalare ampi spazi alla sua libera espressione, subito esaltata dalla perfetta sezione ritmica offerta da Helmantel (unico membro stabile di tutte le incarnazioni della band) e Bruinenberg, musicisti di caratura elevatissima, capaci di innervare ciascun brano con soluzioni di alto livello e che ne garantiscono un ruolo di primo piano in ogni circostanza, e contemporaneamente sempre al servizio del brano, al punto da diventare inscindibili allo sviluppo delle canzoni, senza mai porsi al di sopra degli altri. Un equilibrio che ne denota l’alta sensibilità musicale e va inteso come pregio assoluto, considerando poi quello che comunque riescono a mettere in luce. In questo quadro, Parry è protagonista quasi assoluto, con la sua vocalità espressiva e che a molti ricorderà come impostazione Ronnie James Dio, grazie alla capacità di variegare il timbro tra connotazioni aspre e pulitissime, condite da una timbrica piena e da una estensione notevole. Già Unorthodox Methods col suo riff aggressivo e rutilante ci proietta a pieno nell’atmosfera dura dell’album, con un Parry al centro delle trame musicali e De Laars che esplode in un lungo assolo centrale, da manuale. Frenzy conferma l’approccio roccioso della precedente e si fa notare per un refrain azzeccato e particolare, che resta subito in mente. Angel Without Wings si apre su un giro più vicino al classico prog, grazie anche all’insistito uso di synth e pianoforte, con un arpeggio chitarristico sulla strofa che a molti non mancherà di ricordare i Dream Theater, ma anche in questo caso è la vocalità di Parry a fare la differenza in termini di personalizzazione del brano. Anche il riff portante di Savage Grace ricorda non poco le soluzioni tipiche di Petrucci e soci, ma lo sviluppo del brano conferma quanto gli Elegy fossero una band capace di farsi valere a livelli altissimi solo per proprio meriti e la successiva Master of Deception va a costituire uno dei punti massimi del disco, grazie all’ottimo lavoro di Helmantel e al potente riff di chitarra sul quale Parry si arrampica con una linea melodica particolare e molto Queensryche nell’uso dei reverberi, mentre Van Der Laars spara un assolo da urlo. La successiva Solitary Man, con i suoi continui chiaroscuri e la struttura movimentata è forse il brano più apertamente prog dell’album e anche una delle più belle, con una prestazione da standing ovation dell’intera band, coronata dall’ennesimo stratosferico assolo di chitarra. Ma il livello non accenna a calare con la successiva titletrack, che anzi è un nuovo pezzo da novanta e regala uno dei refrain più memorizzabili del disco, oltre ad un riff pesante come un pontile in cemento armato e uno degli sviluppi più interessanti dell’album. In chiusura, si segnalano il bello strumentale Redemption, la splendida The Forgotten, ballata d’atmosfera perfettamente riuscita nella sua enfasi e la piece conclusiva Metamorphosis, il cui incipit non mancherà di ricordare quello di Take the Time dei Dream Theater, ma il cui finale poeticamente perfetto fa volare le quotazioni della band oltre le stelle.

MANIFESTATION OF FEAR
A distanza di quasi venti anni dall’uscita, è molto facile capire come gli Elegy e anche questo Manifestation of Fear abbiano influenzato in maniera forte la via del power/prog per tante altre band, grazie ad un indurimento del sound e al perfetto connubio tra riffing e ritmiche metal e soluzioni di arrangiamento e parti strumentali prog. Le influenze nella proposta della band sono ancora evidenti, in particolare quella dei Dream Theater, formazione di riferimento per l’intero genere, ma è evidente come dopo un disco complesso e un po’ dimenticato come State of Mind, la band avesse desiderio di recuperare il proprio posto tra le formazioni più importanti del settore, andando a centrare uno dei punti massimi della propria carriera e uno dei dischi cardine del decennio in chiusura. L’innesto di Parry è a questo punto perfettamente riuscito e il cantante riesce a ritagliarsi un ruolo molto importante nel gruppo, contribuendo in maniera evidente all’album con la sua prestazione sontuosa. E’ facile ritenere che forse proprio questa crescente preponderanza del cantante, unita ad un successo non poi così dirompente, nonostante i grandi riconoscimenti della critica, siano state la causa di un malcontento all’interno della band che porterà l’anno dopo alla clamorosa uscita di Henk Van Der Laars, a conferma dell’intrinseca incapacità del gruppo nel mantenere una formazione stabile; una situazione che porterà Parry a prendere il controllo del gruppo, con l'uscita di Forbidden Fruit nel 2000 e il porto di chitarrista preso dal virtuoso francese Patrick Rondat e la successiva stasi, a tutt'oggi ininterrotta, se non da qualche dichiarazione. Tornando all'album, è anche comprensibile il disorientamento dei fan della prima ora di fronte ad una svolta così forte e brusca nel sound della band, a prescindere dalle timbriche dei due interpreti che non avrebbero potuto essere più diverse: di fatto siamo di fronte quasi a due band diverse, tanto negli interpreti, quanto nell'approccio al songwriting e alla materia prog. Manifestation of Fear, d'altra parte, al netto di qualche somiglianza e di una produzione non perfetta, è un disco che brilla di luce propria e resta ad oggi un album da avere per ciascun appassionato del genere e uno dei più belli del periodo, oltre che uno degli album a cui guardare per capire la successiva evoluzione del prog metal.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
84 su 5 voti [ VOTA]
maxdru
Martedì 18 Luglio 2017, 21.30.43
8
gradissima band ..grande henk
Lizard
Martedì 18 Luglio 2017, 15.51.23
7
Grazie a voi il concetto di "rispolverati" vuole essere in effetti un invito per tutti di andare a recuperare certi album che magari da tempo prendono polvere sullo scaffale o, per chi non li possedesse, per riscoprirli assieme. Fa piacere che qualcuno ricordi gli Elegy e questo album, erano una ottima band oggi trascurata.
lux chaos
Lunedì 17 Luglio 2017, 14.10.43
6
Bello, bello, bello. Secondo me il loro ultimo capolavoro, sebbene anche io prediliga il periodo Hovinga...ma anche qui le belle canzoni si sprecano. Non lo ascolterò da almeno 15 anni, grazie Saverio, una buona scusa per rimetterlo su, gran disco
entropy
Sabato 15 Luglio 2017, 13.38.04
5
Bellisitmo album
Undercover
Sabato 15 Luglio 2017, 12.15.35
4
Adoro gli Elegy, il voto è giusto, ma tutto ciò che han fatto con Parry non sfiora minimamente i capolavori del periodo Hovinga.
Vittorio
Sabato 15 Luglio 2017, 11.46.22
3
Grande recupero, album davvero molto valido e da riscoprire. Recensione di Saverio di altissimo livello, complimenti.
Hard & heavy
Sabato 15 Luglio 2017, 11.39.56
2
per me un capolavoro, 90 meritato. Qui si parla di emozioni in musica che non è poco, d'accordo con te Lizard sul suond cupo e oscuro. Grandissimi ELEGY
Fabio
Sabato 15 Luglio 2017, 10.44.31
1
....bel disco ma i primi 3 loro dischi sono stupendi, non c'è paragone io ho smesso di seguirli dopo la dipartita di Henk, uno dei chitarissti che ho amato di più.......non aveva più senso che si chiamassero Elegy senza di lui....
INFORMAZIONI
1998
T&T / Metal Mind Prod.
Prog Metal
Tracklist
1. Unhortodox Methods
2. Frenzy
3. Angel Without Wings
4. Savage Grace
5. Master of Deception
6. Solitary Man (Living in a Ivory Tower)
7. Manifestation of Fear
8. Victim of Circumstance
9. The Forgotten
10. Redemption
11. Metamorphosis
Line Up
Ian Parry (Voce)
Henk Van Der Laars (Chitarra)
Chris Allister (Tastiera)
Martin Helmantel (Basso)
Dirk Bruinenberg (Batteria)
 
 
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