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SikTh - The Future in Whose Eyes?
17/07/2017
( 952 letture )
Formazione fuori dal tempo. È proprio il caso di dirlo quando parliamo degli inglesi Sikth, capitanati dal sempreverde Mikee Goodman. Formati quasi vent'anni fa a Watford, il six-piece torna in campo dopo alcuni anni di attività intermittente, terminati con il favoloso crowd-funded EP Opacities (2015). Un lasso di tempo che ha permesso pause varie, riflessioni, side-project d'ordinanza, ma anche un lasso di tempo che ha visto il mondo cambiare sotto tanti punti di vista. La tecnologia che imperversa, i social mangia-cervelli e il secolo dei narcisisti. Citiamo la seconda canzone del platter in questione per sottolineare l'importanza dell'evoluzione (o involuzione) delle cose, delle situazioni … dell'umanità.

La band si prende il suo tempo e se ne esce fuori con un concentrato micidiale di diavoleria prog-meccanica, tra alt metal anni '90, math e progressive. Insomma: nulla di nuovo sotto il digi-sole dei Sikth, che hanno sempre sbandierato la loro unicità sonica e sonora, sin dall'esordio impossessato e incredibilmente efficace (quel The Trees Are Dead & Dried Out Wait for Something Wild, datato 2003). La doppietta iniziale ci sbalza via con la sua alternanza creativo-cerebrale, assoli veloci e intricati, ritmiche sincopate e difficilissimi dualismi vocali. Schizofrenia al servizio della malattia futurista e instabile, sempre con coscienza e precisione, mai con follia fine a se stessa. Nell'incipit iracondo di Vivid ci ricolleghiamo al passato, unendo mano a mano i puntini che connettono il ponte dei tempi che stanno per arrivare. C'è disagio e pessimismo, conversione elettrica e metal super-partes: KoRn e Dillinger Escape Plan in un ibrido compatto e letale. Ma i Sikth non sono citazioni e basta, ma un'amalgama di connettività e personalizzazione. Plastiche atmosferiche e atmosfere sospese e nevrotiche nella rimbalzante Aura, introdotta da un synth e da un narrazione da brividi. Riff circolari, ora spessi come mura in cemento, ora semi-acustici. Ossimori.
Progressioni senza confini particolari; stagioni che si susseguono; ritmi in levare; bilance tremolanti ed equilibri precari. Di nuovo il dualismo volutamente malcelato nella materia grezzo-formante di Century of the Narcissist?, dove le chitarre intessono trame notevoli pur senza strafare e il doppio-cantato raggiunge apici di elevata creatività. Incisivi come pochi, i Sikth non hanno paura di fare male e pestare sull'acceleratore quando serve, creando sottilissimi nervi musicali, scoperti e vibranti. Musica che, come detto precedentemente, non ha nessuna connessione temporale. È un flusso di pensieri e sensazioni, sospeso tra infinito e rovina secolare. Tessuto e lamiera.

Il combi-duo This Ship Has Sailed / Weavers of Woe si apre con una narrazione atmosferica e rumori Fear Factory-iani, prima di entrare nel vivo del cromo-gioco e spiazzarci con colpi ben assestati di slealtà matematica. Heavy oltre-mondo, la band non scherza affatto e rallenta la velocità media giocando su ritmi spezzati, piccanti e groove. Il basso di James Leach accompagna le strofe tecniche con efficace verve metallica, prima dei break atmosferici e sognanti, che ci portano indietro al neo-progressive d'autore. Ma sono attimi sospesi nel bluastro mare tecnologico-pendente, dove ogni informazione è passata al microscopio laser e ogni aspetto evolutivo viene immediatamente carpito per creare qualcosa di nuovo e poco familiare. Weavers of Woe si evolve così verso alte sfere dell'immaginazione musicale, andando agli albori del math-core del metal-core più tecnico. La follia non ha colore né sentimento.
Troviamo anche il bravo Spencer Sotelo (Periphery) ospite sulla moderna e groovy Cracks of Light, con il suo sound ipertrofico, i riff ondulati e le emozioni contrastanti: ricca di potenza sopraffina e aperture melodiche, la traccia centrale dell'album ha un carattere particolarmente prog nella forma e nella sostanza, attingendo a piene mani da presente e passato. Un bell'arco narrativo/sonoro che non disdegna parentesi teatrali e oniriche, bridge solenni e stacchi riflessivi (il bridge qui è indescrivibile). Per non farci mancare nulla, la ripartenza thrashy sulla tre-quarti ci spezza in due: brividi in blast-beat e salse spaziali agro-fantastiche, growl a iosa e un breve codino condito da riff spigolosi. ''Puff!'', ed è tutto buio intorno a noi.

Ponte di fatto e fade-in nella pragmatica e alternativa Golden Cufflinks / TMBGFH, che richiama le traballanti melodie dei SOAD nei versi squadrati e un po' demodé per poi aprirsi in pre-chorus profondi e decisamente più interessanti, che sbilanciano ancora una volta il brano , non facendoci capire dove i Sikth stiano realmente andando a parare. Ecco spuntare un breve assolo mellifluo, corroborato da decisi e decisivi cori a-la Pain of Salvation a impreziosire la porzione centrale: è un piatto ricco, ricchissimo questo The Future in Whose Eyes?.
Il cammino spaziale continua con le ultime stanze dei Soli Cosmici, dei robot assetati di sangue e della tecno-promessa dei padri antichi: citiamo Jodorowsky e con la doppietta über-heavy di Riddles of Humanity / No Wishbones i nostri padiglioni auricolari sono compromessi. Altri giochi ritmici, sali-scendi improbabili e una corposa doppia prestazione vocale a cura della premiata coppia Mikee Goodman / Joe Rosser. E' un brano senza sosta che introduce immediatamente le sfumature artistiche di No Wishbones. Ci si trasforma liberamente e piuttosto spesso durante l'ascolto, senza punti fermi e senza sicurezze. Transformers dell'anima. Il refrain spezzato e accompagnato dal doppio-pedale è epico e aperto, ci lascia cantare liberamente e senza freni, mentre le chitarre intessono trame melodico-soliste sempre accattivanti e mai banali. Un altro punto a favore per la sconfinata creatività del gruppo inglese che, in questo brano , gioca le carte più bizzarre e disparate senza paura.

E il mazzo dell'imprevedibilità ci raggiunge anche nell'epilogo della faccenda, con la spezzata Ride the Illusion, che flirta con l'alternative quanto con il classic prog, tra isterismi vocali, violenza sonora e assoli tecnico-melodici. La chiusura morbida e pastellata chiude definitivamente le danze, fabbricando così la passerella stellare di When It Rains, strumentale atmosferico che profuma di led bruciati, Tokyo post-qualcosa e Vangelis, tra bagni digitali e promesse future. Un epilogo breve e tutto da godere e amplificare, per un album che fa della coesione e dell'imprevedibilità le sue armi vincenti. The Future in Whose Eyes? è una piccola gemma moderna, cari lettori.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
82.88 su 9 voti [ VOTA]
draKe
Lunedì 24 Luglio 2017, 0.03.29
3
gran bel disco!!...sono in linea con quanto scritto nella rece, ma alzo il voto ad un 85 secco perchè tutto è al posto giusto e sicuramente rimarrà inscalfibile allo scorrere del tempo!!
Roxy35
Martedì 18 Luglio 2017, 19.52.10
2
Potenti, fantasiosi, fuori dagli schemi. Una mescolanza di generi musicali ed un'alternanza di voci che alla fine ti lasciano stordito. Bravi però, un buon album che si fa ascoltare.
Ck63
Martedì 18 Luglio 2017, 7.29.06
1
Grandi innovatori, interpreti di un prog metal quasi inclassificabile, hanno avuto un ruolo determinante nella formazione di gruppi quali i Periphery e gli stessi TesseracT. Album di buon spessore , alternanza di voci veramente notevole. Personalmente li ho trovati in forma smagliante. Ben tornati Sikth.
INFORMAZIONI
2017
Millennium Night
Prog Metal
Tracklist
1. Vivid
2. Century of the Narcissist?
2. The Aura
4. This Ship Has Sailed
5. Weavers of Woe
6. Cracks of Light
7. Golden Cufflinks
8. The Moon's Been Gone for Hours
9. Riddles of Humanity
10. No Wishbones
11. Ride the Illusion
12. When It Rains
Line Up
Mikee Goodman (Voce)
Joe Rosser (Voce)
Dan Weller (Chitarra)
Graham ''Pin'' Penney (Chitarra)
James Leach (Basso)
Dan ''Loord'' Foord (Batteria)
 
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