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Killswitch Engage - Killswitch Engage
29/07/2017
( 365 letture )
I Killswitch Engage possono essere considerati una formazione “storica” del movimento metalcore di inizio millennio. Una storia recente, lo ammettiamo, ma che per molti versi ha già concluso il suo ciclo più prolifico e che quindi può già essere analizzata col senno di poi. Originari di Westfield, Massachusetts, i Killswitch Engage si formano sul finire degli anni Novanta dalla costola di due gruppi metalcore, gli Overcast e gli Aftershock, di cui facevano parte rispettivamente Mike D’Antonio e Pete Cortese (Overcast) e Adam Dutkiewicz e Joel Stroetzel (Aftershock). Dietro al microfono Jesse Leach completava la prima line-up, con la quale nel 2000 vide la luce l'omonimo debut album. Singolare è il fatto che, fino al 2002, Adam Dutkiewicz fosse arruolato come batterista, mentre in seguito divenne il chitarrista principale della band. Al suo posto dietro le pelli si siederanno prima Tom Gomes e poi Justin Foley. Pubblicato dalla Ferret Music, il primo album della band statunitense non è il più conosciuto né di certo il migliore della loro discografia, riconoscimenti che spettano invece ai due dischi successivi, Alive or Just Breathing del 2002 e soprattutto The End of Heartache, uscito nel 2004. Ma l’omonimo album di debutto aveva caratteristiche ben diverse dai suoi successori: qui non troverete classiconi come My Last Serenade o la stessa The End of Heartache, canzoni in cui il dualismo tra parti aggressive e parti melodiche è addirittura centrale (elementi che avrebbero fatto la fortuna del gruppo), non troverete una cura estrema per i singoli brani a livello tecnico o di produzione. Tutto ciò che troverete sarà soltanto (salvo rare eccezioni) una furia cieca e primigenia, velocità di esecuzione folli e un approccio in tutto e per tutto spontaneo. Proprio ciò che un album di debutto potrebbe far presagire, quindi. Anche il minutaggio è indicativo: bastano infatti poco più di trenta minuti ai Killswitch Engage per mettere sul piatto tutto ciò che c’è da dire. Un’importante precisazione va però fatta prima di addentrarci nel vivo dell’album. Quello che noi oggi comunemente definiamo metalcore è un’evoluzione di un genere che aveva vissuto la sua massima espressione nel corso del decennio precedente, un genere legato però ad un diverso tipo di sonorità, che molto poco ha da spartire con la successiva deriva melodica e commerciale e che è molto più legato ad un genere come l’hardcore punk o al thrash più viscerale piuttosto che, per esempio, all’alternative metal o addirittura all’heavy metal di matrice classica.

Il disco si apre con quella che è una vera e propria mazzata sui denti. Temple from the Within mette infatti fin da subito le cose in chiaro sulle intenzioni della band statunitense: niente mezzi termini, nessuna partenza soffusa per creare maggiore “pathos”. Semplicemente quattro minuti di pura rabbia e furore, spezzati solamente sul finire da una ritmica più cadenzata, ma non per questo meno potente. La successiva Vide Infra non è da meno in quanto a cattiveria e nella sua struttura segue le stesse linee guida dell’opener. Di momenti di calma il disco non sembra volercene concedere e tutto sommato non possiamo che esserne soddisfatti, perché i Killswitch Engage, questi Killswitch Engage, danno il meglio proprio nei brani più tirati ed estremi. A dispetto di ciò, un brano come Irreversal spicca in positivo pur non possedendo del tutto le caratteristiche dei due pezzi iniziali. Si tratta infatti di un brano dalla doppia faccia, capace di legare molto sapientemente parti più pesanti ad altre più contenute, dove spicca l’ottimo lavoro di Joel Stroetzel alla chitarra, ma anche una sezione ritmica capace di tirar su un muro sonoro di notevole fattura. Con Rusted Embrace i Killswitch Engage si mantengono su livelli che possiamo definire standard, anche se il brano non è affatto scontato, anzi, dimostra un’intelligenza compositiva ed esecutiva non certo da gruppo alle prime armi. Ottimo il growl di Jesse Leach, l’elemento che più di tutti è mancato ai fan della prima ora durante il lungo periodo di militanza di Howard Jones. Uno dei brani capaci di risaltare all’interno della tracklist è Soilborn, altra mazzata sui denti che non lascia scampo a nessuno e che, proprio come la successiva Numb Sickened Eyes alza notevolmente il livello qualitativo dell’album. Non parliamo ovviamente di livello qualitativo riferendoci a elementi come la pulizia del suono o un tasso tecnico particolarmente significativo, ma semplicemente di resa dei brani all’interno di un contesto specifico come quello di un debut album e di un genere come il metalcore a cavallo tra anni Novanta e Duemila. In the Unblind non aggiunge niente a quanto già sentito, ma contribuisce a farci capire l’universo musicale dei Killswitch Engage, che proprio in conclusione ci stupiscono -o ci deliziano, a seconda di come la vogliamo vedere- con un brano strumentale dai toni cupi, oscuri, ma tutt’altro che aggressivi.
L’album è stato ristampato pochi anni più tardi sia dalla stessa Ferret Music che dalla Roadrunner Records, con l’inserimento di alcuni brani (Prelude, Soilborn, Vide Infra e In the Unblind) nella loro versione demo e datati 1999.

Il debutto discografico dei Killswitch Engage non è un album fondamentale nel suo genere, né ha cambiato di una virgola le carte in tavola di quella che era la situazione del metalcore all’epoca. Ha però dato il via alla carriera di una band che di lì a poco avrebbe sconvolto tutto e tutti e, questa volta sì, rivoltato i cardini di un genere. Un cambiamento (evoluzione o forse involuzione?) che sarebbe avvenuto già in parte con Alive or Just Breathing, ma che è risultato definitivo soltanto col cambio di line-up e con la pubblicazione del celeberrimo The End of Heartache, a quattro anni di distanza dall’esordio sulle scene. Vale comunque la pena di rituffarsi nelle roboanti atmosfere di questo disco, fosse anche solo per (ri)scoprire la genesi -o meglio, la seconda vita- del genere più bistrattato dai metallari di tutto il mondo: il metalcore. L’ascolto del primo album dei Killswitch Engage potrebbe far cambiare idea a molti e soprattutto far vedere certe cose sotto un altro punto di vista. Non è mai troppo tardi.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
duke
Sabato 29 Luglio 2017, 22.31.18
3
buon disco...onesto,spontaneo....
Undercover
Sabato 29 Luglio 2017, 14.50.27
2
Solo i primi due con Jesse, il resto noia... questo mi piace, ma anch'io gli preferisco "Alive Or Just Breathng". Una volta entrato in formazione Jones e ascoltato un paio di pezzi di "The End Of Heartache", decisamente poco interessanti rispetto a quanto proposto sia qui che nel secondo, li ho abbandonati.
Doom
Sabato 29 Luglio 2017, 14.17.05
1
Buon album, concordo con la recensione. Forse preferisco un po' il successivo. Comunque l'unico gruppo di Metalcore "moderno" che riuscì ad apprezzare...anche se difficilmente mi capita di ascoltarli oggi.
INFORMAZIONI
2000
Ferret Music
Metal Core
Tracklist
1. Temple from the Within
2. Vide Infra
3. Irreversal
4. Rusted Embrace
5. Prelude
6. Soilborn
7. Numb Sickened Eyes
8. In the Unblind
9. One Last Sunset
Line Up
Jesse Leach (Voce)
Joel Stroetzel (Chitarra)
Mike D’Antonio (Basso)
Adam Dutkiewicz (Batteria)
 
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