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Carach Angren - Death Came Through a Phantom Ship
06/08/2017
( 132 letture )
Sette anni, che nel particolare e complicato mondo della musica possono essere pochi come tanti, in ogni caso un lasso di tempo infinitesimale in confronto all’eternità, termine che in questa recensione non verrà utilizzato a caso. Ma andiamo con ordine e contestualizziamo. Nel 2010 si ha lo scandalo Wikileaks, l’Inter del triplete, il cinema è martoriato ripetutamente dalla saga di Twilight, i Lakers vincono l’ennesimo titolo, l’Italia campione uscente torna a casa dai mondiali in Sudafrica, e c’è chi si appresta ad affrontare la maturità in un luogo oscuro chiamato liceo. A proposito di oscurità, vale la pena aprofittare di questa giornata insolitamente nuvolosa d’inizio estate per immergerci nuovamente in un album che casualmente uscì proprio in quel periodo.
Carach Angren. Fauci di ferro, questo vuol dire nella lingua nera di Mordor. Non va commesso però l’errore di considerare questa band come l’ennesima incarnazione black metal che si ispira agli scritti di Tolkien. Innanzitutto perché invece di essere scandinavi i nostri provengono dai Paesi Bassi, intesi come Olanda, e tutti i loro concept di conseguenza si ispirano a leggende legate alla loro terra natìa. In secondo luogo perché i nostri sono saliti alla ribalta nel 2008, un periodo in cui il black sinfonico aveva visto ormai la sua decadenza incombere già da qualche anno e sembrava ormai aver detto tutto. Quindi, per riuscire ad affermarsi in un momento dove il trend musicale era completamente avverso dovevano per forza inventare qualcosa di nuovo e originale, al fine di non sparire nell’anonimato. E l’hanno fatto.

Lammendam è un debutto che rimescola le carte in tavola per quanto riguarda il black sinfonico, sia dal punto di vista stilistico, con l’aggiunta di effetti come fischi, risatine e parti recitate che risaltano la componente teatrale come mai fatto prima in questo genere, sia dal punto di vista tematico, perchè il titolo deriva dal nome di una regione infestata dal fantasma di una donna vestita di bianco. Rimanendo in tema di favole della buonanotte, il concept per il secondo album è basato su una nave maledetta. In particolare è rivisita in chiave futuristica la leggenda dell’Olandese Volante, vascello su cui grava una maledizione secondo cui l’equipaggio è costretto a vagare in eterno guidato dal capitano Van der Decken. La storia è ormai tipica del folklore marinaresco, tanto da aver ispirato un sacco di scrittori, due su tutti Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft, e tornata in auge recentemente grazie ad Hollywood con la trilogia di Pirati dei Caraibi, con Davy Jones a fare le veci del capitano sostituendo Van der Decken.

Non è un caso in effetti che il primo documento audio che compare una volta inserito il lettore sia una registrazione effettata, intenta a dare le coordinate di navigazione come in un diario di bordo, quando viene avvistata una tempesta e mentre iniziano a manifestarsi inquietanti rumori in sottofondo una voce demoniaca urla “Jij zult verzupen in je eigen bloed (Annegherete nel vostro stesso sangue)!!” The Sighting is a Portent of Doom è l’opener vera e propria del disco, oltre ad essere l’unico singolo estratto, accompagnato da un video che alcuni potrebbero anche apostrofare come macabro. Il drumming di Namtar si incastra perfettamente con i tremolo picking e gli inserti di tastiera, il tutto condito da macabri cori spettrali. Lo scream tipicamente black di Seregor ci introduce al racconto attorno al quale ruoterà tutto l’album, che è perfettamente riassunto già dalla traccia di apertura. Sappiamo già quindi cosa ci aspetta, moltissime variazioni e continui cambi di tempo, liriche negative accentuate da atmosfere oscure, parti orchestrali evocative ed accelerazioni con continui stop and go, nonostante la componente sinfonica sia messa particolarmente in risalto non mancherà la velocità, anche se avrà un ruolo inferiore rispetto al debutto. ...And the Consequences Macabre è già più articolata e le variazioni con continui stop and go si fanno più accentuate, il tutto arricchito dalle vocals sussurrate ed altri effetti che trasportano la tetralità orrorifica dei nostri su un piano ancor più visionario. Con Van der Decken’s Triumph si entra nel cuore della storia, e come ci si può aspettare vista l’oscura drammaticità del concept rispetto al trittico iniziale l’inizio è molto più aggressivo ed immediato, mettendo in risalto la componente black del gruppo. Oltre al maggior impatto delle chitarre, che finora erano state lasciate nella stiva invece di essere utilizzate con incisività come del debutto, sul piano sinfonico emerge anche una componente orientaleggiante che fungerà da leitmotiv durante tutta la traccia. Nella composizione tutti questi elementi sono in giusto equilibrio tra loro, scelta trionfante almeno quanto il capitano in questo brano. Si prosegue con Bloodstain’s on the Captain’s Log introdotta da soavi fraseggi di violino e lievi arpeggi di tastiera, prima di investirci completamente con una ritmica forsennata, mentre Seregor ci racconta l’inizio della discesa di Van der Decken verso la follia. Questi, in preda ai fiumi del rum ha la visione di una donna, Catherina, che il nostro protagonista animato da intenzioni non esattamente stilnoviste intende molestare. Il brano è martellante, probabilmente quello che più si attiene ai canoni del black metal, anche se a metà traccia assistiamo ad un meraviglioso intermezzo composto solo da tastiera e violino, che si potrebbe interpretare come un viaggio all’interno della mente del diabolico pirata.
Al betekent Het Mijn Dood è un intermezzo che funge da pausa e ci prepara al finale della drammatica vicenda. Non è altro che un dialogo tra la ciurma ed il capitano, il quale, in preda alla follia più sfrenata, inveisce contro Dio e non esita a sfidarlo apertamente nonostante il disappunto della ciurma, manifestato attraverso un canto dal forte approccio teatrale. In Departure Towards a Nautical Curse la batteria è inevitabilmente in primo piano, dopo un attacco aggressivo sfodera un tappeto di blast beat ipnotico come raramente capita di sentire. Il ritmo marziale e sostenuto rapisce l’asccoltatore durante tutta la canzone, mentre ci viene raccontata la condizione di sofferenza e senza speranza dei marinai, costretti a subire in eterno le vessazioni crudeli da parte del capitano.

Their master was like a devil on this floating piece of Hell!!

I vocalizzi femminili di natura spettrale creano un meraviglioso contrasto con l’incedere maestoso dello scream di Seregor durante le strofe, impreziosite da effetti come rintocchi di campane ed altri elementi che vanno di pari passo con la narrazione. L’apice si raggiunge però con il bridge: la batteria inizia a mitragliare le pelli mentre la narrazione si fa ancora più tetra con sussurri inquietanti; segue un meraviglioso lavoro di tastiera accompagnato da un malinconico assolo di chitarra, dipingendo uno paesaggio evocativo sullo sfondo della vicenda. The Curse of a Spectral Ship è il culmine della tragedia, dove il racconto giunge al suo capolinea, a causa della folle idea suicida il diabolico Van der Decken e i suoi pirati sono condannati a vagare in eterno sotto forma di fantasmi e non potranno tornare al loro villaggio poiché il mare non li restituirà mai alle loro famiglie. Il tutto viene narrato in un finale decadente e drammatico, e per i marinai non resta che un’eternità di tormenti senza possibilità di redenzione.

Così si conclude la saga dell’Olandese volante, ben resa dai Carach Angren che riescono ad mandare in porto il loro secondo lavoro con risultati soddisfacenti. Sebbene leggermente inferiore al debutto, considerato dai più come un mezzo capolavoro, questo Death Came Through a Phantom Ship rappresenta un altro tassello importante nella discografia degli spettri olandesi, che nonostante abbiano dato maggior peso alla componente sinfonica lasciando leggermente da parte la componente black rispetto al debutto, riescono comunque a creare un connubio omogeneo. Dal punto di vista compositivo Lammendam era sicuramente più incisivo e possedeva molta più profondità, ma i deficit musicali presentati da questo pattern possono essere compensati da una controparte teatrale e narrata dal forte carattere tetro e gotico, più o meno la stessa che si potrebbe riscontrare in una delle pellicole di Tim Burton.
Di sicuro non è un album memorabile per chi ama il black più duro e grezzo, ma se si riescono a vedere la violenza e la sinfonia come due facce dello stesso medaglione, riuscendo quindi ad apprezzare entrambe, allora questo lavoro entusiasmerà non poco. Certo non colpirà al primo ascolto, ma una volta navigato con lui nello stereo della vostra nave potrebbe non lasciarvi più per molto tempo. Nemmeno quando vi trovate in spiaggia e osservate il mare, in attesa di avvistare qualche nave all’orizzonte.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2010
Maddening Media
Symphonic Black
Tracklist
1. Electronic Voice Phenomena
2. The Sighting is a Portent of Doom
3. …And the Consequences Macabre
4. Van der Decken’s Triumph
5. Bloodstains on the Captain’s Log
6. Al betekent het mijn dood
7. Departure Towards a Nautical Curse
8. The Curse of a Spectral Ship
9. The Shining Was a Portent of Gloom
Line Up
Dennis “Seregor” Doomers (Voce, Chitarra, Violino)
Clemens “Ardek” Wijers (Tastiera)
Ivo “Namtar” Wijers (Batteria)
 
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