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Vandroya - Beyond the Human Mind
07/08/2017
( 478 letture )
Provenienti dal Brasile e nati nel 2001 come cover band, i Vandroya possono vantare un curriculum vitae comprendente un EP che ha dato loro un certo seguito in patria e due album completi compreso quello qui in esame, di respiro più internazionale. Un modo di muoversi discograficamente piuttosto lento, ma che ha prodotto discreti risultati dato che, dopo il “warm up” iniziale, ha fruttato un buon disco come One del 2013 e, adesso, Beyond the Human Mind. Un disco che, oltre alle consuete composizioni nel solco della tradizione stabilita da Angra -riferimento inevitabile per chi viene da quella zona-, Kamelot et similia, ingloba adesso qualche spunto più tipicamente progressive che dovrebbe rendere la proposta dei sudamericani maggiormente interessante.

Forti del biglietto di presentazione costituito da una cover firmata Felipe Machado -ma sarebbe forse più facile stabilire quali album non ne beneficino- e di una produzione adeguata alle necessità totalmente a cura del chitarrista Marco Lambert, Beyond the Human Mind ruota attorno al concetto del viaggio interiore alla ricerca di noi stessi e di una nostra pace anch’essa interiore. Il CD mette innanzitutto in mostra la prova vocale molto positiva della cantante Daísa Munhoz, ben coadiuvata dai suoi compagni di ventura e specialmente dal bassista Giovanni Perlati. A prescindere dalla presenza delle tastiere in retrovia e della voce femminile, non ci troviamo affatto in territori comprendenti la classica cantante tendente al lirico e, magari, il contraltare della voce maschile in growl. L’interpretazione della Munhoz resta infatti essenzialmente rock -addirittura AOR, se vogliamo- anche nei vari momenti che consentirebbero di provarci. Il peccato originale dei Vandroya, però, non è stato eliminato, semmai affinato. Se già il successo del lavoro precedente si basava molto su un singolo di grande diffusione il cui chorus ricordava molto da vicino The Seven Angels degli Avantasia, anche qui tutto ciò che c’è di buono rimanda al lavoro di altri gruppi, ma con una certa efficacia e padronanza dei propri mezzi. Dopo una lunga intro, The Path to the Endless Fall è un’ottima presentazione per il gruppo ed in particolare per la cantante, capace di valorizzare al meglio un brano di livello buono, ma non trascendentale. Altri momenti molto godibili sono rappresentati dalle successive Maya (bello l’arrangiamento) e Time After Time, prima del pesante inciampo della ballad Last Breath. Incrocio tra una canzone “di massa” degli Aerosmith ed un brano pop metallizzato, sembra davvero il festival del ruffiano e dello scontato. Si riprende a correre con maggior costrutto mediante il singolo I’m Alive e con You’ll Know My Name, ma il sopraggiungere della seconda, stucchevole ballata abbassa di nuovo il tasso qualitativo del prodotto in maniera evidente. If I Forgive Myself potrebbe essere solo e semplicemente inutile dal punto di vista della scrittura, ma una durata inspiegabilmente oltre i sei minuti la rende addirittura dannosa. Buona, invece, la conclusiva title-track, in particolare per l’inserimento di passaggi progressive all’interno di un pezzo che anche per durata si pone naturalmente in quell’ambito. Apprezzabile il tentativo di dare una coerenza al disco tramite i testi.

Nonostante Beyond the Human Mind si lasci nel complesso ascoltare ed al netto delle due ballate, con la prima palesemente costruita per farsi pubblicità saccheggiando dal serbatoio delle soluzioni di facile presa, i Vandroya hanno ancora bisogno di trovare il loro punto di equilibrio. La strada da percorrere per raggiungerlo è probabilmente quella dello sviluppo della parte progressive della loro musica, attualmente poco più che abbozzata e di un conseguente aumento della capacità della Munhoz di interpretare le canzoni in senso prettamente power/prog, dominando in parte la sua attitudine ad assecondare un timbro più naturalmente AOR. Diversamente e date le scarse capacità fin qui evidenziate di trovare una formula propria, i Vandroya rischiano di perdersi tra le migliaia e migliaia di band che clonano i cloni. Qualunque sia la strada che decideranno di percorrere, lo sviluppo maggiore di una loro personalità indipendente sarà comunque imperativo.



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
Sandro70
Mercoledì 9 Agosto 2017, 13.42.13
1
One era decisamente un buon album e anche questo lo é. Non inventano nulla di nuovo ma se vi mancano i primi Angra dategli un ascolto, meritano.
INFORMAZIONI
2017
Inner Wound Recordings
Power
Tracklist
1. Columns of Illusion
2. The Path to the Endless Fall
3. Maya
4. Time After Time
5. Last Breath
6. I’m Alive
7. You’ll Know My Name
8. If I Forgive Myself
9. Beyond the Human Mind
Line Up
Daísa Munhoz (Voce)
Marco Lambert (Chitarra)
Rodolfo Pagotto (Chitarra)
Giovanni Perlati (Basso)
Otávio Nuñez (Batteria)
 
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