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Gorepest - The Aeon of Horus
08/08/2017
( 435 letture )
Gorepest. In prima istanza, alla lettura di tale monicker si potrebbe immaginare di avere a che fare con un ensemble dallo spiccato spirito goliardico. È pressoché inevitabile, infatti, il diretto accostamento agli olandesi Gorefest, pionieri del death metal che hanno imperversato sulle scene negli anni ‘90 segnando il proprio marchio indelebile nella storia del genere.
Invece, contrariamente alle premesse, questa realtà basata in quel di Genova musicalmente fa decisamente sul serio. The Aeon of Horus è il primo album della one man band fondata nel 2015 dal mastermind Enrico Giovanetti, in arte Cronoth, scrittore ed esecutore di tutte le musiche sia in studio che in sede live.
Superate le prove degli albori, prevalentemente incentrate su un death metal di marchio svedese, il progetto vira verso un sound più black metal oriented, pur non rinunciando al già consolidato approccio compositivo verso la ricerca melodica. Le nove tracce di cui si compone la tracklist di questo debutto sulla lunga distanza rappresentano esattamente il punto di intersezione fra differenti correnti del metal estremo.

La cupa e magniloquente sinfonia di tastiera ci introduce il motivo portante dell’opener The Aeon of Horus. Il riffing è piuttosto assortito e attinge prevalentemente dalla sorgente death-black metal, arricchendosi di venature thrash inserite in una non lineare trama chitarristica, che culmina in un pregevole assolo. Una varietà che non sarebbe certamente possibile senza decise alterazioni ritmiche, con pattern di drum machine in midtempo che si sfogano in travolgenti accelerazioni. Un aspetto caratterizzante delle composizioni è il cantato, che si alterna agevolmente tra lo screaming tipico del black e il growling classico del death, quasi andando a definire il range stilistico all’interno del quale Cronoth si muove in fase di songwriting.
L’incipit di Torn the Cross in the Blood è estratto direttamente dalla scuola death-thrash tecnica. Il pezzo è piuttosto breve, poco più di due minuti, ma assolutamente sufficienti per mettere in evidenza interessanti fraseggi di chitarra impostati sui buoni cambi di tempo, mentre Winterspell Rites è costruita su una base melodica d’ispirazione scandinava, alla quale vengono cuciti in maniera intelligente riff di matrice thrash dal sound tagliente di Immortal-iana memoria. Si tratta di un pezzo accattivante e molto ben riuscito, senz’altro uno degli episodi dell’album di più alto livello. Gli stessi elementi thrash, seppur declinati secondo un approccio decisamente più old school, specialmente per quanto riguarda l’espressività vocale, sono propri della seguente To Grind Priests. Ancora un minutaggio esiguo ma di assoluta intensità.
Con The Autopsy of God viene sottolineata in maniera piuttosto netta, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’importanza dell’influenza nordica nella musica dei Gorepest. Il mid tempo iniziale, in cui si percepisce il più che probabile apprezzamento del musicista per gli Amon Amarth, si sviluppa virando verso i sentieri del black metal norvegese, in un certo senso ripercorrendo le tracce dei Dimmu Borgir di Stormblast, ed evidenziando quindi anche una inaspettata presenza di elementi epici. Il black metal è ancora più preponderante in Slaves of Space and Time, complice un drumming furioso che scandisce brutalmente le plettrate inferte ancora una volta con ferocia inaudita.
Ma non è tutto. Il campo di ispirazione non è limitato alla sola seconda ondata di black metal delle scorse due decadi. In Enduring the Eternal Molestation of Posers, Cronoth prosegue il suo cammino artistico a ritroso nel tempo, rispolverando un suono grezzo e minimale, tipico di certe produzioni seminali.
Crucifucked segna un ulteriore cambio stilistico, stavolta verso i lidi del death metal americano alla Deicide, in ogni caso non scevro dei più abusati clichè del metallo nero, specie per quanto riguarda la stesura delle partiture ritmiche.
Si ritorna al black assassino con l’ultima traccia Summoning the Throne of Self, il brano pù lungo del disco. Una suite costruita interamente su un lavoro di chitarra dagli accenti melodici e solidamente sorretto da serratissimi beat elettronici.

Certamente si è difronte a una proposta che, nonostante la natura indubbiamente sincera e genuina, risulta ancora comprensibilmente acerba, considerata la giovane età del progetto. La tanta carne al fuoco messa in questo platter, in termini d’idee e varianti stilistiche, tende a rendere di difficile comprensione l’identità musicale precisa che vuole essere assunta. Inoltre, qualche punto negativo è da attribuire alla produzione, carente in particolare nei suoni della drum machine, troppo piatti per un sound che richiede potenza e incisività.
Nonostante questi limiti, limabili con pratica ed esperienza, il giudizio di questo The Aeon of Horus non può che essere comunque pienamente sufficiente. Il disco è concepito con criterio ed è pregno di soluzioni che, seppur per larghi tratti abbastanza derivative, sono arrangiate con gusto e buona competenza strumentale, lasciando presupporre ottimi margini futuri di miglioramento. In attesa di ascoltare ulteriore nuovo materiale, Gorepest è un nome da segnare di diritto nel taccuino delle band nostrane da osservare con attenzione e fiducia, se già non lo si aveva fatto.



VOTO RECENSORE
68
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
darkfrancy
Mercoledì 9 Agosto 2017, 11.45.46
1
Visto anche dal vivo, bravissimo!
INFORMAZIONI
2017
Autoprodotto
Black
Tracklist
1. The Aeon of Horus
2. Torn the Cross in the Blood
3. Winterspell Rites
4. To Grind Priests
5. The Autopsy of God
6. Slaves of Space and Time
7. Enduring the Eternal Molestation of Posers
8. Crucifucked
9. Summoning the Throne of Self
Line Up
Cronoth (Tutti gli strumenti)
 
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