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Show of Bedlam - Transfiguration
09/08/2017
( 271 letture )
Solitudini, sofferenze, crudeltà, desolazione… tra tutti i luoghi candidati ad assurgere a paradigma del vilipendio dell’umana dignità e di quella pietas che si vorrebbe tratto distintivo per antonomasia della nostra specie, gli ospedali psichiatrici sono indubbiamente in pole position per garantirsi un posto su uno dei gradini più alti di un ipotetico e ben poco invidiabile podio. Se poi a questo aggiungiamo lo storico brancolare nel buio della scienza medica a contatto coi misteri della mente, il quadro diventerà se possibile ancora più cupo, tanto da poter parlare, per secoli, di “terapie” solo con una buona dose di fantasia e indulgenza, mentre la prassi era in realtà procedere per tentativi utilizzando i pazienti come cavie da prelevare e riporre nelle gabbie, a fine esperimento. Nemmeno le istituzioni formalmente più rispettabili si sono sottratte a una quotidianità intrisa di brutalità e ferocia, tanto che, per tutto l’Ottocento, un ospedale come il Bethlem Royal Hospital era meta di voyeuristici pellegrinaggi dei cittadini londinesi che, dietro il pagamento poco più che simbolico di un penny, erano ammessi nei corridoi ad assistere allo “spettacolo” dei malati tormentati dalle proprie ombre interiori (e dalle cure degli aguzzini in camice bianco). Così, quasi per riconoscenza a fronte degli “spettacoli offerti”, il Bethlem era arrivato a meritarsi il diritto a un soprannome, tanto da essere confidenzialmente chiamato da tutti Bedlam e da entrare con questo vocabolo nell’eloquio corrente come sinonimo di caos e baraonda.

A incamminarsi su quella corsie oscuramente dolorose provvede musicalmente un quartetto di Montreal che, fin dalla scelta del moniker, ci riporta ad atmosfere sature di etere, miasmi esalati da liquidi e solidi in trascurata putrefazione e incubi che rivendicano il diritto alla fisicità tormentando i corpi di coloro che li concepiscono. Reduci da un buon debutto sulle lunghe distanze datato 2012 (Roont), gli Show of Bedlam hanno subito catturato l’attenzione dei devoti dello sludge più spigolosamente dissonante, incastonando spunti ruvidissimi di matrice core e industrial su un impianto geneticamente predisposto alla maestosità e aumentando a dismisura, grazie a questo contrasto, la resa acida dell’insieme in termini di allucinazioni e deliri. A spiccare subito, per impatto e originalità, è stata la scelta dei canadesi di affidare il microfono a una singer dalle incredibili doti vocali, Paulina Richards, capace di inserirsi con intelligenza nel tutt’altro che popolato solco tracciato da un mostro sacro del calibro di Julie Christmas nella duplice declinazione Made Out of Babies/Battle of Mice.

Se, dunque, Roont aveva funzionato alla perfezione come banco di prova delle potenzialità della band, si attendeva una verifica per certificare il processo di crescita del quartetto e tocca a questo Transfiguration dissipare ogni dubbio, tanto da materializzare una delle migliori uscite sludge dell’anno. Abbiamo detto “sludge”, ma la definizione va presa con tutte le cautele del caso, visto che quello che ci troviamo di fronte è piuttosto un caleidoscopio di generi e ispirazioni relativamente disparate, sia pur perfettamente ricondotte ad unità da una mano fermissima, in sede di scrittura. Se, infatti, i riverberi post metal già affioranti del debutto trovano qui una prevedibile conferma, il motore dell’album gira piuttosto intorno a un cuore doom inacidito e distorto da una componente avantgarde in clamorosa affermazione grazie ai riflessi cinematografico/teatrali di un cantato mai così splendidamente visionario e descrittivo allo stesso tempo. Ecco allora che le precedenti basi di diretta ascendenza Christmas vengono in parte superate e la Richards punta dritto verso le vette raggiunte da quella macchina da guerra (e da palco) che in terra di Polonia risponde al nome di Zofia Wielebna Fras, alla guida degli Obscure Sphinx. La differenza con i polacchi è che gli Show of Bedlam non concedono il minimo spazio agli inserti atmosferici, puntando tutto su traiettorie claustrofobiche in cui la luce non filtra mai se non per disegnare contorni di figure in inquietante emersione da dimensioni ultraterrene (chi abbia maneggiato almeno una volta il capolavoro neurosisiano degli esordi, Souls at Zero, sa esattamente cosa aspettarsi, quando il punk o il core rilassano i muscoli e trovano insospettabili punti di contatto con la spettralità).
Il risultato è un lavoro che può legittimamente spaventare, sul fronte della fruibilità immediata, ma che imbarca elementi di interesse ad ogni ascolto, se si sceglie di soddisfare la richiesta di dedizione assoluta che trasuda dai solchi di questo monolite e si accetta la sfida del viaggio nei labirinti della mente umana sconvolta (e travolta) da alterazioni patologiche che ne abbiano irrimediabilmente minato l’equilibrio. Ossessiva ripetitività dei ritmi, improvvise esplosioni di energia, grida di corpi prigionieri di se stessi e dentro cui fermentano irrefrenabili spinte autolesionistiche, ad andare in scena è l’intero campionario della malattia mentale, che i Nostri utilizzano magistralmente come porta sull’abisso dell’umana condizione non appena si incrinino i bastioni della rassicurante ed equilibrata “normalità”.

Bastano poche note dell’opener Blue Lotus per rendersi conto del senso dell’intero viaggio, che gli Show of Bedlam non compiono né da medici né da curiosi che si aggirino in stanze dove si celebra il perenne rito cura/tortura, ma piuttosto provando a descrivere, condividendoli, tutti gli stati di alterazione che per secoli abbiamo ritenuto opera di demoniaci interventi pur di sfuggire anche solo all’idea che potessero invece far parte geneticamente della nostra natura. Se la traccia d’apertura concentra i riflettori sulla componente visionaria/avantgarde, la successiva Tælus sposta il focus sui riflessi doom, disegnando traiettorie peraltro non meno soffocanti grazie soprattutto a meccanismi di stop and go perfettamente spesi, da cui si diramano impeccabilmente pulsioni vagamente tribalistiche (le pelli di Nicolas giocano qui, prevedibilmente, un ruolo fondamentale) che rinviano a un altro grande must dei Neurosis, Enemy of the Sun.
Detto di una funzione poco oltre il filler ricoperta dalla titletrack (al pari delle brevissime Lamentations e L’Appel du Vide), il doom è ancora protagonista in Hall of Mirrors, intrisa di richiami My Dying Bride sia nell’avvio quasi voluttuosamente avvolgente (impossibile non scorgere qui in filigrana una A Map of All Our Failures, a patto di sostituire ovviamente il cantilenato dolente di sua maestà Stainthorpe con gli affilati colpi di lama della Richards), sia nel corpo centrale che concede molto alla “classicità” della tradizione, sia nel finale quasi trascinato, dove una voce fuori campo in modalità trasmissione radio instilla addirittura gocce cosmic. L’ora del capolavoro scocca però con la (di fatto) conclusiva Easter Water, brano dalle pretese artistiche pressoché titaniche, tenuto conto che azzarda la resa su un’unica trama di tutti gli spunti finora accennati, con l’aggiunta di quel post metal tenuto fin qui un po’ in disparte e ora finalmente libero di fornire il suo contributo in termini di scomposizione dei colori e conseguente apporto psichedelico. Un paesaggio fatto di gelida maestosità, un silenzio rotto da echi di dantesche dannazioni, una solitudine che nega la rassicurante narrazione aristotelica dell’uomo come animale sociale… è questo, il fondo dell’abisso?

Percorso da brividi allucinati, oscuro, intrinsecamente malato, denso fino a lambire le soglie dell’impenetrabilità, Transfiguration è un gigantesco buco nero che trascina a fondo qualsiasi speranza e, distorcendola, trasforma persino la luce in strumento di angoscia. Per tutti gli amanti degli approcci multimediali alla musica, il film proiettato sugli schermi dagli Show of Bedlam è una tappa obbligata del palinsesto di questo 2017.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Sentient Ruin Laboratories
Sludge
Tracklist
1. Black Lotus
2. Tælus
3. Transfiguration
4. Hall of Mirrors
5. Lamentations
6. Easter Water
7. L’Appel du Vide
Line Up
Paulina Richards (Voce)
Guillaume Pilote (Chitarra, Tastiera)
Ari Isensee (Basso)
Nick Richards (Batteria)
 
 
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