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Sabaton - Metalizer
12/08/2017
( 499 letture )
Era il 2007 quando i Sabaton pubblicavano quello che era a tutti gli effetti il loro primo album: Metalizer.
Confusi?
Probabile. Soprattutto perché la formazione di Falun aveva già pubblicato Primo Victoria nel 2005 e Attero Dominatus nel 2006. Qualcosa non torna, ma d'altronde la storia dietro al loro esordio è piuttosto complessa e -per certi versi- mai chiarita del tutto.
Per capirla meglio bisogna infatti tornare indietro di altri sei anni, durante quel 2001 in cui Brodén e soci registrarono (in due momenti e luoghi diversi) Fist for Fight, disco che doveva a tutti gli effetti diventare il loro esordio ed essere pubblicato con l'italiana Underground Symphony. Qualcosa però non funzionò: il disco fu sì pubblicato in poche copie, ma la band stessa -in polemica con la casa discografica- lo rinnegò, tornando poi negli Abyss Studios di Tommy Tägtgren (dove avevano peraltro inciso parte dei brani proprio di Fist for Fight) per registrare Metalizer. Si arrivò così al 2002 senza che tale release fosse ancora stata portata alle stampe, e la situazione rimase in stallo, probabilmente per via di precedenti accordi e questioni riguardanti i diritti con la Underground Symphony, anche se in merito possiamo solo speculare. Il gruppo così proseguì, pubblicando negli anni successivi Primo Victoria e Attero Dominatus, lasciando Metalizer in stand-by fino al 2007, quando finalmente vide la luce. Il full-length uscì in versione doppio cd: il disco vero e proprio e -come bonus- l'originale ed a quel punto introvabile Fist for Fight

Possiamo quindi pensare a quest'ultimo album come un primo tentativo mal riuscito, che i Sabaton hanno comunque voluto includere per dare un metro di comparazione al loro pubblico, e a Metalizer come ciò che invece avevano in mente di pubblicare in quel 2001/2002, al netto di tutte le problematiche e di tutti gli incidenti di percorso.
I due platter hanno evidentemente diversi punti di contatto, perché non solo la fase della carriera è la stessa, ma addirittura otto delle canzoni sono in comune, per quanto ri-registrate e leggermente ri-arrangiate. Escludendo l'introduzione, sono presenti su Metalizer tre brani che non c'erano in Fist for Fight (Thundergods, 7734 e Speeder), mentre in quest'ultimo ci sono altrettanti pezzi che non sono poi arrivati su Metalizer (The Hammer Has Fallen, Guten Nacht e Birds of War).

Nonostante la ri-registrazione e il lavoro più approfondito fatto proprio in quella sede, il sound dell'album è ovviamente ancora molto acerbo. I Sabaton agli inizi della loro carriera potevano essere classificati come una band heavy/power con tanta voglia di fare e delle discrete capacità tecniche, con il risvolto quasi paradossale che il membro allora meno “capace tecnicamente” (Joakim Brodén) era anche il principale compositore. I pezzi trasudano dell'entusiasmo di un gruppo di appena ventenni: testi anti-religiosi con influenze Miltoniane (la passione per la storia e le battaglie doveva ancora arrivare) alternati ad altri dedicati al metal per sé (non sono in molti ad essere stati risparmiati dalla fase Joey De Maio), passando per le immancabili motociclette (Hellrider e Speeder) e senza dimenticare anche il momento tolkieniano di Shadows (dedicata ai Nazgûl). Oltre al trademark “testuale” mancano ancora molti degli elementi musicali che li renderanno riconoscibili tra mille già a partire dagli album successivi, come le marcate melodie di tastiera (pensate a quelle di The Art of War o Ghost Division solo per citarne un paio) o i ritornelli calibrati per stamparsi direttamente in testa dopo il primo ascolto. Troviamo invece canzoni tutto sommato simili tra di loro, con poche eccellenze (Hellrider o 7734) ma anche con quasi nessun brano poco riuscito, forse la più banale rimane Speeder, ma nulla di particolarmente tragico.
A livello ritmico domina la scena la doppia cassa ad elicottero quasi costante di Daniel Mullback, che nella sua esecuzione varia davvero poco rispetto alle figure base del power, mentre Pär Sundström ci fornisce una prova al basso da onesto lavoratore, con pochi momenti di evidenza e tanto lavoro sottotraccia per dare note alla cassa. Oskar Montelius e Rikard Sundén alle chitarre sono forse quelli che si divertono di più, con ritmiche tirate costruite su un buon numero di riff (elemento che contribuisce a non rendere monotona l'evoluzione dei singoli pezzi) e degli assoli al fulmicotone gradevoli ma con ancora quell'eccesso di note tipico della gioventù irruente. Joakim alla voce ha aggiustato ancora qualcosa nelle linee vocali rispetto alla versione dei pezzi contenuta in Fist for Fight, ma sostanzialmente è ancora il cantante improvvisato che è finito dietro il microfono per mancanza di alternative, anche se il timbro era già il suo ed è quasi interessante sentirlo così rispetto alle prove da cantante -non eccezionale- ma efficace che è oggi (parlando solo della tecnica, perché come frontman e compositore rimane una delle eccellenze della scena power).
Come già accennato invece, le tastiere hanno ancora un ruolo marginale e riempitivo, con qualche piccolo momento quasi magniloquente (Burn Your Crosses), ma nulla di paragonabile al ruolo guida -in termini di melodia- che avranno nelle future canzoni.

Le differenze tra i due album continuano ad aumentare quando si considera la produzione: se quella di Fist for Fight è più grezza e “sgrammaticata” (vista la registrazione in momenti diversi), quella di Metalizer curata da Tommy Tägtgren (fratello del più noto Peter) è più uniforme e curata in termini di suoni. Risulta poi molto più piena grazie alle frequenze medio/basse più enfatizzate e in generale per via di una maggiore pulizia dell'immagine stereo (che ha molto ridotto gli episodi di controfase). Di contro il mastering ha veramente spinto troppo l'insieme, restituendo un suono così gonfiato e compresso da risultare quasi fastidioso, specie perché ciò va ad enfatizzare ancora di più un volume delle chitarre forse lasciato troppo alto in fase di mix.

Se considerato come l'esordio che è Metalizer si dimostra un disco acerbo ma comunque valido. Fu ovviamente molto penalizzato dalla strana procedura di pubblicazione, che lo portò a entrare sul mercato in seguito ad altri due dischi decisamente più maturi, nonché dall'estenuante processo di lavorazione. Il risultato non fu nulla di paragonabile ai futuri lavori dei Sabaton e non aggiunse molto alla scena heavy/power dell'epoca. Ma, se riascoltato con il senno di poi, lasciava già presagire alcune delle potenzialità di un gruppo che negli ultimi anni ha saputo produrre album di altissimo livello e garantire sempre show più che coinvolgenti.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
60 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2007
Black Lodge Records
Heavy/Power
Tracklist
CD 1
1. Hellrider
2. Thundergods
3. Metalizer
4. Shadows
5. Burn Your Crosses
6. 7734
7. Endless Nights
8. Hail to the King
9. Thunderstorm
10. Speeder velocità
11. Masters of the World

CD 2
1. Introduction
2. Hellrider
3. Endless Nights
4. Metalizer
5. Burn Your Crosses
6. The Hammer Has Fallen
7. Hail to the King
8. Shadows
9. Thunderstorm
10. Masters of the Worlds
11. Guten Nacht
12. Birds of War
Line Up
Joakim Brodén (Voce, Tastiera)
Oskar Montelius (Chitarra)
Rikard Sundén (Chitarra)
Pär Sundström (Basso)
Daniel Mullback (Batteria)
 
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