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The Black - Abbatia Scl. Clementis
12/08/2017
( 577 letture )
DI OSCURITA' E PENOMBRA: L'ARS ET METAL MENTIS
I The Black sono una di quelle realtà, ancora attive, che hanno lasciato un grosso contributo per l'articolazione e lo sviluppo del filone heavy/doom nostrano, raccogliendo in sé tutta l'oscurità ed il misticismo che del resto vengono rispecchiati anche attraverso il monicker. Semplice e diretto, è proprio con il nero ed un sottile gioco di penombra meditativo, tipico degli ambienti liturgici, che i The Black, guidati dal carismatico e talentuoso Mario "The Black" Di Donato, vogliono sedurci, mescolando note progressive ad un approccio più heavy e sabbathiano.
Questo loro secondo lavoro, Abbatia Scl. Clementis, esce nel 1993 per la storica etichetta Minotauro Records, che fu complice della pubblicazione e distribuzione di molte delle release di Paul Chain (sia da solista che con i Violet Theater), oltre che della compilation The Story of Death SS 1977-1984 dei Death SS e delle release dei Requiem, dove per altro lo stesso Mario Di Donato aveva militato dalla metà degli anni '80. Abbatia Scl. Clementis è anche l'ultima release prodotta in collaborazione con la label, in quanto i The Black successivamente si avvicineranno ad un altro punto di riferimento per il genere, ossia la genovese Black Widow Records, che firmerà tutti i loro successivi dischi.
Tuttavia, quella che mi trovo a riascoltare in occasione di questa recensione è la versione reissue curata dalla Horror Records, un LP splatter vinyl che in un tripudio di giallo, viola, rosso e nero, richiama i toni della copertina, l'unica a raffigurare lo stesso frontman in un ritratto postprodotto graficamente, rispetto alla consueta abitudine da parte dei The Black di utilizzare come cover dei loro dischi quadri che incorporano riferimenti biblici e che sono dipinti proprio da Mario Di Donato. Artista a tutto tondo, Mario è, infatti, oltre che musicista, anche acclamato e stimato pittore e le sue opere sono state oggetto di mostre nazionali ed all'estero e di premi di un certo prestigio.

L'indissolubile legame tra rappresentazione musicale e pittorica fa parte proprio dell'approccio artistico che il frontman dichiara di avere e che traspone anche all'interno degli stessi The Black. Mario parla, infatti, di "Ars et Metal Mentis" per descrivere la sua filosofia e per testimoniare quanto la componente più impalpabile, cerebrale e creativa, persista in un rapporto biunivoco rispetto a quella più dura dell'arragiamento musicale metal. Parlando sempre in termini di radicamento, senza dubbio è da sottolineare quanto i The Black siano forti debitori alla loro Terra Madre, l'Abruzzo, che li influenza anche in questa seconda opera, dove dopo il dantesco debutto con Infernus Paradisus et Purgatorium, rendono protagonista del loro concept l'Abbazia di San Clemente a Casauria, in provincia di Pescara. E' durante una visita nel complesso medievale che Mario "The Black" si è lasciato ispirare per tessere le atmosfere che vestono il disco omonimo e sembra quasi di immaginarlo, mentre si aggira nella chiesa e si annota parte delle incisioni latine scolpite sulla pietra e che verranno utilizzate come base di alcuni dei testi.

DENTRO L'ABBAZIA...
Il disco si apre con Voragnis e l'intro claudicante di un vecchio carillon, che sembra tetro ed allo stesso tempo malinconico, lentamente rallenta la sua marcia per poi essere sovrastato dalle atmosfere grottesche delle tastiere di Sasha Buontempo. Queste ultime spezzano il mood ed è come se all'improvviso tutto fosse inghiottito e scomparisse in spessi strati di nebbia: si ha proprio la percezione di essere in un'ambientazione notturna e di ascoltare in lontananza degli ululati, ai quali seguono incursioni di chitarra disturbanti che ricordano i primi Death SS. Il passo si fa incalzante ed il pezzo è emblematico di come la tendenza in Abbatia Scl. Clementis sia di premere sul pedale dell'acceleratore, prediligendo dunque tempistiche più heavy metal che doom. Le parti vocali sono più che altro recitate ed i testi sembrano versetti biblici, complice anche la scelta della lingua latina che conferisce un'aura più liturgica e salmodica anche a tutto il cantato.
Dal punto di vista chitarristico, le parti suonate da Mario abbracciano uno stile molto più heavy metal ottantiano, con qualche deviazione progressive, per cui il lato prettamente doom rimane più che altro come spettro che deforma i pezzi e che in alcune parti conferisce loro una tonalità più cupa, tipica del cosiddetto dark sound nostrano.

In concomitanza di Post Communio ci troviamo di fronte ad uno spartiacque, tra una prima parte di disco molto serrata ed una seconda un po' più introversa. Delle tastiere angeliche ed eteree ci aspettano al varco per ammaliarci, prima di esplodere nell'intensità propria dell'organo, uno strumento meraviglioso, che ha il potere di essere ambivalente: esprimere sacralità e profanazione ad un solo tempo. E' un pezzo strumentale, di raccoglimento, proprio come quando, dopo aver ricevuto l'Eucaristia, ci si sofferma in ginocchio sulle panche dell'aula liturgica.
La spettrale sacralità, che si avrà modo di percepire grazie all'avvicendarsi di cavalcate heavy metal ed inserti di organi e cori, ci aiuta a ricostruire mentalmente la location che ha funto da ispirazione e, durante l'ascolto della titletrack, le suggestioni estetiche che Mario ha interiorizzato in quella circostanza ci catapultano musicalmente proprio in quel luogo, spoglio, trascendente e dominato dalla nuda pietra.
Si cambia ulteriormente mood con Testamentis, all'inizio quasi uno stornello medievale con il suo arpeggio di chitarra. Ma anche in questo caso, l'illusione dura poco, in quanto proprio quella stessa chitarra di lì a breve subirà una distorsione, per diventare prepotentemente elettrica ed avere un appoggio nella ritmica heavy della batteria.
Il disco viene sugellato dall'unico pezzo scritto e cantato in italiano, Oremus, e dopo poco più di mezz'ora siamo giunti al termine del nostro religioso cammino, giusto il tempo dell'ultimo, frenetico episodio, durante il quale il sovrapporsi febbrile delle doppie voci regala un ultimo vagito più schizofrenico.

Abbatia Scl. Clementis ha la particolarità di diffondere un tipo di misticismo religioso che non è, come si potrebbe erroneamente pensare, sacrilego, anzi, fa appello proprio ad una presa di coscienza profonda della Fede, anche se l'interpretazione che ne deriva ne esalta in qualche modo gli aspetti più lugubri e tetri. In definitiva, il disco si erge come piccolo ma inestimabile gioiello dei The Black e, più in generale, del nostro panorama heavy/doom.


"I fantasmi delle lugubri notti
ruotano intorno al divino sacrificio
dalle ceneri del tempo...
oremus...
oremus
".



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Mercoledì 16 Agosto 2017, 12.45.23
3
Mario "The Black" Di Donato...veterano italiano dell'heavy/doom. I testi in latino è un tocco che ne fa nostro
Doom
Sabato 12 Agosto 2017, 15.03.29
2
Concordo sia con la recensione di Selenia che con il commento di Undercover. I The Black di Mario di Donato sono un istituzione, poi possono piacere o meno, il loro stile è davvero particolare ed ostico ad un orecchion non allenato, ma ciò nulla toglie a quello che loro hanno rappresentato. Li conobbi tanti anni fà grazie un intervista su H/M e per quanto quel periodo ero per lo più preso da Death, Black e Thrash esercitarono da subito un certo fascino su di me. Unico mio rammarico non aver mai comprato un loro album originale delle stampe dell'epoca.
Undercover
Sabato 12 Agosto 2017, 14.19.28
1
Uno dei pilastri del movimento Doom italiano, inossidabile, ispirato e mai banale, i The Black di Di Donato e Nicolini sono una sicurezza. Bella scelta Sele.
INFORMAZIONI
1993
Minotauro Records
Doom
Tracklist
1. Voragnis
2. Missa Est
3. Rex Inferi
4. Mater Immortalis
5. Post Communio
6. Abbatia Scl. Clementis
7. Testamentis
8. Oremus
Line Up
Mario "The Black" Di Donato (Voce, Chitarra)
Sasha Buontempo (Tastiera)
Enio Nicolini (Basso)
Emilio Chella (Batteria)
 
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