Privacy Policy
 
IMMAGINI
Clicca per ingrandire
Manifesto del tour
Clicca per ingrandire
Jethro Tull
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

24/11/17
ALMANAC
Kingslayer

24/11/17
AETHERIAN
The Untamed Wilderness

24/11/17
DEEP AS OCEAN
Lost Hopes | Broken Mirrors

24/11/17
STRAY TRAIN
Blues From Hell

24/11/17
LOCH VOSTOK
Strife

24/11/17
TAAKE
Kong Vinter

24/11/17
STARBLIND
Never Seen Again

24/11/17
DEGIAL
Predator Reign

24/11/17
HOUSTON
III

24/11/17
SCORPIONS
Born To Touch Your Feelings

CONCERTI

24/11/17
ULVER + STIAN WESTERHUS
ALMAGIA' TRANSMISSIONS FESTIVAL - RAVENNA

24/11/17
DESPITE EXILE
VECCHIA SCUOLA PUB - PALAZZOLO (BS)

24/11/17
BLACK STAR RIDERS ----> ANNULLATO!
CIRCOLO COLONY - BRESCIA

24/11/17
6TH COUNTED MURDER + KALIAGE
THE ONE - CASSANO D'ADDA (MI)

24/11/17
UFOMAMMUT + GUESTS
EREMO CLUB - MOLFETTA (BA)

24/11/17
INDACO + MOUNTAINS OF THE SUN
COMUNITA' GIOVANILE - BUSTO ARSIZIO (VA)

24/11/17
SHAMELESS + TUFF
DEDOLOR - ROVELLASCA (CO)

25/11/17
THE MODERN AGE SLAVERY + DESPITE EXILE + AMBER TOWN
LA TENDA - MODENA

25/11/17
COUNCIL OF RATS + NIDO DI VESPE + MALLOY
CASEIFICIO LA ROSA - POVIGLIO (RE)

25/11/17
PROSPECTIVE + UNDERTHEBED + OBSCURAE DIMENSION
CENTRO GIOVANILE CA' VAINA - IMOLA

Jethro Tull - A Passion Play
19/08/2017
( 801 letture )
There was a rush along the Fulham Road.
There was a hush in the Passion Play.


Oggi parliamo di una di quelle storiche band che grazie a pesanti colpi di prog e di genio, hanno segnato uno dei più importanti movimenti musicali ed artistici lungo il corso della seconda metà del secolo passato. Nati nel cuore degli anni 60 su iniziativa del giovane polistrumentista Ian Anderson, i Jethro Tull si mettono subito in mostra come un'interessantissima formazione grazie all'impulsivo e caratteristico esordio dal titolo This Was, edito nel 1968. Nei suoi primi anni di vita la creatura del “folletto” di Edimburgo si destreggia tra i vari suoni forti dell'epoca: accenni jazzistici, fraseggi tipicamente folk, senza mai tralasciare il romantico attaccamento alla cara “musica del diavolo”. L'anno seguente il gruppo si afferma definitivamente in patria e non, grazie al nuovo disco Stand Up, pubblicato sempre sotto la fedelissima Chrysalis Records. Questo include alcuni dei cavalli di battaglia della band tra cui spicca lo splendido tributo a J.S. Bach, giusto per non farsi mancare nulla, grazie alla classicheggiante e fortunata Bourée. Benefit, infine, chiude un ipotetico trittico avviato solo due anni prima con il sopracitato debutto, districandosi tra liriche decisamente intimistiche ed una sperimentazione musicale ancor più marcata ed indirizzata verso quel “progressive folkloristico” che farà poi la fortuna di Anderson e compagni nell'immediato futuro. Aqualung e Thick As A Brick arrivano invece come due pietre miliari, scolpiscono definitivamente il sound dei Jethro Tull e li spediscono ufficialmente nel firmamento di accecante splendore del prog rock anni 70. Il primo è un capolavoro di straordinaria freschezza ed ispirazione, uno di quei dischi dove trovare un singolo brano sotto la media o fuori luogo rappresenta un'impresa più unica che rara. Il secondo, anche se più costruito ed ambizioso, non cala nemmeno di un millimetro l'asticella indicante lo spessore artistico ormai alzata a dismisura grazie al suo predecessore, confermando il gruppo come uno dei più in voga ed influenti della sua epoca.
La scalata dei Jethro Tull verso vette sempre più elevate è pressoché inarrestabile e mantiene il passo di una nuova uscita l'anno, media che si alza ulteriormente includendo anche la bella raccolta Living In The Past sfornata nel 1972. Forse anche questa stessa pubblicazione ha in parte contribuito a tracciare una sottile linea di separazione tra A Passion Play ed i primi cinque lavori, proprio come le note al suo interno e la sua stessa cover, indiscutibilmente tetre ed enigmatiche, hanno silenziosamente tramutato il "mistero sacro" (questa la traduzione più accreditata) nella pecora nera della produzione tulliana.

Quello che colpisce fin da subito, oltre alla già citata e sanguinosa immagine di copertina, è l'insolita, anche se non nuova, struttura delle tracce. Anzi, della traccia. Sì perché A Passion Play, così come lo stesso Thick As A Brick, è composto da un’unica lunghissima canzone spezzata solo da uno stravagante quanto impensabile intermezzo cabarettistico dal disorientante titolo di The Story of the Hare Who Lost His Spectacles. Inoltre, l'approccio scherzoso ed ironico riservato al precedente album in studio lascia spazio invece ad un drammatico quanto soffocante alone di serietà che può motivare, almeno in parte, lo scetticismo che colpì fortemente il disco in questione ai tempi della sua uscita.
Il concept, perché di questo si tratta, narra la dantesca vicenda di tale Ronnie Pilgrim, giovane britannico ragionevolmente accostabile allo stesso Ian Anderson, che dopo una prematura morte sperimenta il delicato abbraccio dell'aldilà in un’altalena tra paradisiache ed infernali visioni prima di fare definitivamente e gloriosamente ritorno alla vita.

L'apertura di A Passion Play è misteriosa ed avvolgente, vaghi battiti di cuore ci accompagnano per poco più di sessanta secondi prima di consegnarci nelle mani di quella che somiglia curiosamente ad una surreale marcetta circense. La voce di Anderson invece arriva solo qualche minuto più tardi, tragica e solenne, spiegandoci come il giovane Ronnie Pilgrim si trovi già “dall'altra parte” ed osservi con interesse da una collinetta poco lontana il suo stesso rito funebre. Fin troppo facile notare come i vivaci intrecci di chitarra acustica e flauto traverso a cui i Tull ci avevano piacevolmente abituati vengano costantemente schiacciati sotto le abbondanti e ridondanti note delle tastiere di John Evan, grande protagonista lungo tutta la durata del platter.
Giunge così il tema principale e ricorrente dell'intera opera che mette in netto contrasto la caoticità di Fulham Road, simbolo di vita, con la dolce quiete del Mistero Sacro, o per meglio dire della nera signora.

There was a rush along the Fulham Road.
There was a hush in the Passion Play.


La prima sensazione che prova il ragazzo dopo il trapasso è quella di un profondo senso di splendore, suggerito da un susseguirsi di immagini confuse e melodie decadenti.

Such a sense of glowing in the aftermath… Melodies decaying in sweet dissonance… Into the ever-Passion Play.

Prima di lasciar che il buon Ronnie faccia i suoi primi incontri con figure ultraterrene ci aspetta una furiosa fuga del sassofono di Anderson, in questi frangenti ampiamente preferito al caro vecchio flauto traverso, per poter rendere al meglio la gravità dell'opera. È quindi un'armoniosa presenza angelica a cullarlo nel suo infinito bagliore per poi affidarlo ad un'ambigua scorta di gentiluomini in giacca di pelle.

A sweetly-scented angel fell... bathed me with her ever-smile… I go escorted by a band of gentlemen in leather bound.

Ora però è tornato il momento per i Jethro Tull di sfoderare le chitarre, prima con le accurate trame dell'elettrica dello storico Martin Barre e poi con quelle dell'acustica del leader tuttofare. Niente a che vedere con gli spensierati fraseggi di Thick As A Brick, testardamente accantonati in favore di passaggi più cupi e sofferti che riportano invece alla mente quelli della celebre My God, insita nel già lodato Aqualung.
L'azzeccatto riff di acustica che per l'appunto ci introduce a quello che si presenta come una sorta di ultraterreno Grande Fratello orwelliano viene puntualmente sovrastato dall'incedere di ritmiche intricate ed amministrate a dovere dal basso di Jeffrey Hammond e dalla batteria di Barriemore Barlow, oltre ai soliti tasti di Evan alle prese con movimenti tipicamente prog.

The cameras were all around.
We've got you taped; you're in the play.
Here's your I.D. (Ideal for identifying one and all.)
Invest your life in the memory bank;
ours the interest and we thank you.


Ritorna quindi a gran voce anche il "piffero" di Anderson che all'impazzata, quasi come avesse sofferto l'assenza finora, inizia a fare il funambolo su e giù per scale decisamente frenetiche, prima di riprendere la provocazione già avviata con lo scorso Thick As A Brick sugli oramai ammuffiti luoghi comuni della vita dell'inglese medio; tra una partita di cricket, un discorso in pubblico ed il riconoscimento della regina, a quanto pare tutti episodi attraversati in vita anche dal nostro caro Ronnie.

Take the prize for instant pleasure, captain of the cricket team,
public speaking in all weathers,
a knighthood from a queen..


Entriamo quindi velocemente nel progressive più rigido ed incontaminato a cavallo di quelle che possiamo ipotizzare come sottili critiche alla stampa del tempo:

Lover of the black and white it's your first night… Actor of the low-high Q, let's hear your view.

E immagini sempre più confusionarie ed irrazionali come quella della sorella rapita da un cavallo di nome George, recitate buffamente dal bassista, prestato a folle narratore, Jeffrey Hammond:

And your little sister's immaculate virginity wings away,
on the bony shoulders of a young horse named George,
who stole surreptitiously into her geography revision.


Per tornare infine a fare un giro sulla giostra del tema principale ed inoltrarci finalmente nella soave Forest Dance che anticipa quindi il paradossale siparietto The Story of the Hare Who Lost His Spectacles, gestito nuovamente e magistralmente da una spassosa interpretazione di Jeffrey Hammond. Si potrebbero avanzare infinite teorie sul significato intrinseco del suddetto intervallo carnevalesco, ma la più accreditata resta quella di voler semplicemente sdrammatizzare la fitta seriosità di cui il melodramma in questione si era circondato finora. La “storiella del leprotto” spezza quindi i ritmi di A Passion Play e rilassa i nervi dell'ascoltatore prima di immergerlo nuovamente in tortuosi ed allegorici percorsi musicali.

Il secondo atto dell'opera si apre nuovamente con la tormentata recita di Ian Anderson, accompagnato dai suoi sinistri arpeggi di chitarra acustica, mentre il protagonista della storia si ritrova disteso sullo sporco pavimento di quello che somiglia ad un personalissimo purgatorio e dal cui spioncino della porta filtra luce divina.

We sleep by the ever-bright hole in the door, eat in the corner, talk to the floor.

Non tardano però ad arrivare pelli e piatti rumorosi di Barlow, passeggiando a braccetto con i possenti colpi provenienti dalle quattro corde di Hammond e le ricorrenti fughe tastieristiche di Evan che, prima di affrontare l'ultima insidiosa tentazione del maligno, ci guidano verso uno scatenato intreccio di tecnici assoli tra la chitarra di Barre e il sassofono di Anderson.

Colours I've none dark or light, red, white or blue. Cold is my touch (freezing).
Fallen from grace… fell with mine angels from a far better place…
Summoned by name I am the overseer over you.


È sempre John Evan a guidarci, tramite scombussolati colpi di synth, verso l'inaspettato epilogo della vicenda, incitando il primo attore a scrollarsi di dosso le viscide lusinghe di Lucifero.

Flee the icy Lucifer. Oh he's an awful fellow! What a mistake! I didn't take a feather from his pillow.

Ed ecco allora l'ultima e fondamentale presa di coscienza di Ronnie: l'essere né buono né cattivo, il rifiuto del corno così come dell'aureola. Insomma, molto meglio il vecchio cappello da “semplice umano”.

Here's the everlasting rub: neither am I good or bad.
I'd give up my halo for a horn and the horn for the hat I once had.
I would give two or three for one of those days that never made impressions on the old score.


Il sassofono torna a dettare legge all'interno di un miscuglio di intricate melodie che suonano però sempre più come un esaltante cantico di speranza preannunciante l'ormai imminente viaggio di ritorno.

There is the train on which I came.
On the platform are my old shoes.
Station master rings his bell.
Whistles blow and flags wave...
I thank everybody for making me welcome.
I'd stay but my wings have just dropped off.


Un malinconico e quasi campagnolo passaggio di chitarra acustica ci porta invece dritti verso un riff squisitamente funky delle sei corde di Barre, ricamato dagli insistiti sbuffi del flauto traverso dell'eclettico leader, quasi ad espellere tutti gli spunti e le folli idee racchiuse nel disco ed indirizzarle così verso il mesto gran finale. Non prima però di aver cantato con lode l'ultimo eroico inno di vita.

Man - son of man - buy the flame of ever-life (yours to breathe and breath the pain of living): living BE!

E di nuovo:

There was a rush along the Fulham Road.
Into the ever-Passion Play.


Ostico. Ad un primo ascolto lo potremmo riassumere così questo A Passion Play, che a tutto somiglia fuorché ad un semplice album musicale. Si tratta piuttosto di un’opera, un'audace commedia, un inestricabile viaggio metaforico ricco di episodi dubbi e complesse figure retoriche, alla fine del quale si arriva un po' spaesati, insolitamente spiazzati dalle scelte artistiche adottate da Anderson e compagni per il loro sesto lavoro in studio. Le musiche sono ardue, con pochi punti di riferimento su cui contare, accollandosi inevitabilmente la pesante ma assolutamente legittima etichetta di progressive, e se i suoni sono difficili, le liriche lo sono ancor di più. Testi ricchi di continue allitterazioni, complicate allegorie, giochi di parole assolutamente intraducibili e vari riferimenti a personaggi non meglio definiti quali Jack Rabbit, Magus Perde o la bizzarra signora dei gelati fanno del "mistero sacro" il prodotto più controverso della tradizione tulliana. Il "folletto" Anderson sembra essersi davvero divertito e impegnato a fondo nella stesura dei celati passi della sua personalissima Divina Commedia, lasciando ampio spazio al mistero e alla libera interpretazione di chiunque voglia imbattersi in questo lungo e subdolo percorso.
In fin dei conti è del tutto lecito domandarsi se la più grande colpa di A Passion Play non sia stata semplicemente quella di ritrovarsi in coda a capolavori dell'epoca come Aqualung e Thick As A Brick, mentre risulta del tutto superfluo sottolineare come per apprezzare a pieno un componimento come questo sono necessari davvero parecchi ascolti, nell'intrepido tentativo di assimilare così ognuna delle sue piccole sfaccettature. Un passo alla volta però, replay dopo replay, il valore di A Passion Play muta, crescendo a dismisura e cominciando ad insinuarsi gradualmente nei nostri timpani così come nei nostri cuori, rivelandosi per uno dei picchi compositivi più elevati mai raggiunti dai nostri tanto amati Jethro Tull, e forse mai più bissati in carriera.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
73.2 su 5 voti [ VOTA]
Master
Martedì 22 Agosto 2017, 12.17.36
3
Complimenti per la bella recensione! Per me rimane uno dei migliori dei Jethro, difficile da assimilare ma non annoia mai...
ayreon
Sabato 19 Agosto 2017, 22.49.56
2
sono d'accordo con osvaldo,apprezzo quasi tutta la loro discografia ma questo lo trovai ostico ,lo devi per forza ascoltare per intero e ancora non mi convince,gli preferisco di gran lunga "thick as a brick" o la ruralità di "songs from the wood " e "heavy horses,pure "minstrel in the gallery" per me gli è superiore
Osvaldo
Sabato 19 Agosto 2017, 22.35.00
1
Per molti è un capolavoro io non sono mai riuscito a capirlo a fondo. La formula identica a quella di thick as a brick stavolta non funziona, il tutto appare troppo ostico, poco scorrevole e francamente un po forzato. Qualche sprazzo qui e li non è male ma tutto sommato il proporre un unico pezzo lungo due facciate è un azzardo che non può riuscire se non sei particolarmente ispirato.
INFORMAZIONI
1973
Chrisalys Records
Prog Rock
Tracklist
1. A Passion Play (Part 1)
2. The Story Of The Hare Who Lost His Spectacles
3. A Passion Play (Part 2)
Line Up
Ian Anderson (Voce, Flauto, Chitarra Acustica, Sassofono)
Martin Barre (Chitarra)
John Evan (Tastiere, Voce)
Jeffrey Hammond (Basso, Voce)
Barriemore Barlow (Batteria, Marimba, Glockenspiel)
 
RECENSIONI
95
90
93
79
93
ARTICOLI
24/07/2010
Live Report
JETHRO TULL
Teatro Romano, Ostia Antica, 14/07/2010
19/05/2010
Live Report
JETHRO TULL
Il flauto è rock
28/07/2009
Live Report
JETHRO TULL
Il flauto magico
 
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]