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Tau Cross - Pillar of Fire
19/08/2017
( 877 letture )
Tau Cross atto secondo. Dopo il fenomenale esordio licenziato due anni fa dalla Relapse, la band ritorna con l’atteso secondo album. Formati nel 2013, i Tau Cross sono un vero e proprio supergruppo dai nomi altisonanti. Il perno della band è formato da Rob “The Baron“ Miller alla voce e da Michel “Away” Langevin alla batteria, rispettivamente (sempre che ci sia bisogno di dirlo) fondatori di Amebix e Voivod. Completano il cerchio Andy Lefton e Jon Misery alle chitarre, membri dei gruppi crust War//Plague e Misery, il bassista Tom Radio e il tastierista James Adams: si tratta dunque di una band che si estende su due continenti e tre paesi, composta da due illustri rappresentanti di band rivoluzionarie e geniali. Ma cosa suonano i Tau Cross? Difficile affermarlo con precisione. Il suono proposto è molto personale, polimorfo ma allo stesso tempo riconoscibile, un linguaggio nel quale convivono diverse influenze e sfumature e che non somiglia a nessun altro. L’influsso degli Amebix è innegabile, riscontrabile nelle inclinazioni più punk del suono dei Nostri, che assieme ad un heavy metal scarno e primordiale, talvolta sfociante in una sorta di proto-thrash, forma l’ossatura del Tau Cross-sound. Molte influenze provengono anche dal post punk e dalla new wave di Joy Division e Killing Joke, oltre che da un certo neo-folk. Quello che riunisce gli undici brani che compongono Pillar of Fire è il loro carattere oscuro, opaco, crepuscolare e ritualistico, anche se ciò assume poi forme assai diverse da una traccia all’altra.

Dal timido intro di Raising Golem, fino alla conclusiva What is a Man, Pillar of Fire si dipana svelando le sue preziose gemme. Il ritmo è spesso sostenuto ma sempre ragionato e controllato. Ne sono esempio l’oscura Deep State, la canzone più trascinante del lavoro, Killing the King, aperta da un riff piuttosto heavy, e la punkeggiante On the Water. Presenti anche degli episodi (semi) acustici, fra i quali spicca la stupenda title track e What is a Man . La prima sfocia nel neo-folk più cupo e rituale, mentre la seconda ha un incedere quasi doom. Entrambe sono arricchite da strumenti tradizionali e da inserti di tastiera, che si ritrovano anche in diversi altri punti di Pillar of Fire. In ogni episodio, i Tau Cross pongono un’attenzione particolare alla melodia che, sempre avvincente, prende forme svariate e cangianti, senza mai risultare banale. L’ottima produzione bilancia tutti gli strumenti – un plauso alla prova di Tom Radio, che riesce sempre a far emergere il basso nei migliori punti dei brani – e contribuisce molto alla cupezza e tenebrosità del suono, grazie anche a delle chitarre calde e melmose. Sopra tutto ciò svetta la voce di The Baron, che oscilla fra un timbro caldo e sofferto ad uno più sporcato, ma comunque sorprendentemente espressivo, che potrebbe ricordare quello di Lemmy. Il rilievo dato alla voce nel mix è indicatore dell’importanza della dimensione testuale. Le liriche, criptiche ed esoteriche, spaziano dall’occultismo alla mitologia fino a temi più politici e sociali.

Quello che più stupisce di Pillar of Fire è la capacità della band di creare atmosfere e sensazioni caleidoscopiche e atipiche a partire da elementi tutto sommato semplici: il riffing di chitarra è basilare e a tratti volutamente monotono, mentre il drumming di Away, seppur preciso, non brilla per tecnica o singolarità. Ma gran parte del fascino del presente lavoro risiede proprio qui, in un risultato davvero notevole – e non da primo ascolto – ottenuto da ingredienti semplici. È in questa caratteristica che emergono tutta la classe, la genialità e l’esperienza dei musicisti coinvolti, che hanno dato vita ad un Golem singolare ed affascinante.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
78.5 su 2 voti [ VOTA]
Pacino
Martedì 22 Agosto 2017, 13.16.14
3
secondo disco, secondo centro. voto 80
Tiradipiunpelodifiken
Martedì 22 Agosto 2017, 11.52.57
2
La musica, pur essendo un miscuglio che non mi fa impazzire, è innegabilmente valida, ma come dice jek, la "voce" è inascoltabile, una vera merda, ed è un "particolare" che purtroppo non mi fa apprezzare il tutto...per me bocciati
jek
Lunedì 21 Agosto 2017, 20.48.00
1
Ho sentito alcune volte l'album sul tubo, effettivamente le influenze punk ci sono tutte e di più, musicalmente sono molto validi ma la voce mi è indigesta. P.S. non so se è proprio giusto inquadrarli nell'Heavy.
INFORMAZIONI
2017
Relapse Records
Heavy
Tracklist
1. Raising Golem
2. Bread and Circuces
3. On the Water
4. Deep State
5. Pillar of Fire
6. Killing the King
7. A White Horse
8. The Big House
9. RFID
10. Seven Wheels
11. What is a Man
Line Up
Rob “The Baron“ Miller (Voce)
Andy Lefton (Chitarra)
Jon Misery (Chitarra)
James Adams (Tastiere)
Tom Radio (Basso)
Michel “Away” Langevin (Batteria)
 
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