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Kamelot - Dominion
26/08/2017
( 469 letture )
"You'll see a different part of me
Hear my words speak
You'll hear a different part of me
"

Avvicinarsi a Dominion dei Kamelot a quasi ventun anni dalla sua pubblicazione non è semplice. Non per nette mancanze del disco, tantomeno a causa di difficoltà di analisi e di fruizione in senso stretto del concetto: ciò che rende l'approccio meno immediato di quanto ci si aspetti è il contesto a posteriori all'interno del quale il disco si colloca, non pochi anni di carriera in cui il gruppo statunitense ha conosciuto numerosi e sostanziali cambiamenti. Recensire oggi un album datato consente di valutarlo in relazione alla totalità della discografia del gruppo incisa fino ad ora (1991 - 2017), col vantaggio di conoscere già le mosse future. Pertanto, se paragonato al resto della produzione, risulta coerente con le scelte successive? Segna una solida base su cui il gruppo costruirà i lavori seguenti? Oppure rappresenta una sorta di fase, un punto di non ritorno utile soltanto a gettare una bozza ben lontana da ciò che poi prenderà forma? Andiamo con ordine.

Dominion, già ad un primo ascolto, suona diverso. Il divario stilistico con le composizioni successive risulta così evidente da rendere complicata l'associazione tra questo disco e la band, poiché i punti di contatto con il resto della discografia, sebbene esistano, non sono numerosi. Il collegamento più immediato che si può evidenziare è quello con Eternity, suo album predecessore. Ciò che accomuna i due lavori da studio è innanzitutto la formazione: al posto dei due meglio noti Roy Khan e Tommy Karevik milita alla voce Mark Vanderbilt, a tratti simile al primo per teatralità ed intepretazione dei brani, ma nettamente diverso dal secondo; l'unico membro presente sia qui che nella formazione del 2017 è il chitarrista Thomas Youngblood, impegnato su Dominion anche in veste di compositore (affiancato al batterista dell'epoca Richard Warner, autore dei testi). Oltre alla lineup sostanzialmente modificata negli anni a seguire, la vicinanza col citato Eternity e la conseguente diversità tra il disco del 1996 e tutti gli album successivi è riconducibile al genere dei brani. I fan più recenti del gruppo, abituati alle sonorità di album quali Haven o Silverthorn, difficilmente attribuirebbero Dominion allo stesso autore; e ancora, coloro che hanno iniziato ad ascoltare la band dagli esordi, saranno sicuramente rimasti colpiti dalla svolta segnata da Roy Khan con il suo debutto al timone di Siege Perilous. I tratti symphonic/power attuali che ben conosciamo sono messi in secondo piano all'interno delle undici canzoni del platter, caratterizzate invece da un sound d'impatto prettamente heavy metal. Ciò che si può notare ascoltando i brani in successione è, seppur in scala ridotta, la varietà interna della proposta: sebbene i connotati di metal classico siano sempre ben rimarcati equamente in ogni pezzo, è possibile trovare una maggiore attenzione per la sinfonia in alcuni brani, mentre in altri vi è un'attenzione al power, e in altri ancora non mancano tratti sperimentali. Per ovviare alla ripetitività (che, nonostante tutto, è comunque presente in questo disco), sono state coerentemente alternate canzoni con caratteristiche differenti, ma non in maniera sostanziale: sebbene le tracce prettamente heavy costituiscano la maggioranza (tra queste One Day I'll Win, Birth of a Hero, Song of Roland, Crossing Two Rivers e Troubled Mind), sono infatti presenti brani a tratti più sperimentali (Rise Again, We Are Not Separate, la strumentale Creation e Sin), e altri dal piglio power (Heaven e, a tratti, le già citate Sin e Crossing Two Rivers). Nonostante l'omogeneità heavy di fondo, è quindi complicato definire i confini di genere del disco.
Tecnicamente, Dominion presenta un missaggio che, pur essendo professionale, risulta lontano dalla resa degli album più recenti. È ben udibile il suono di tutti gli strumenti, che vengono valorizzati a seconda del carattere dominante dei singoli brani (tastiere in quelli symphonic, chitarre in quelli power, batteria e basso in quelli heavy). A sostenere la performance canora di Vanderbilt, ben modulata tra tonalità più intense e quelle più acute, ma non sempre convincente, c'è la chitarra elettrica di Youngblood, che ci regala assoli qualitativamente perfetti (come in Crossing Two Rivers e Birth of a Hero, giusto per fare un paio di nomi). Ciò di cui il disco risente è il piglio dei brani, che non si imprimono in testa dal primo ascolto, e che quindi non lasciano subito il segno: a brani tendenzialmente anonimi, si affiancano fortunatamente pezzi eccellenti come Song of Roland (la più matura ed elaborata di tutto il lavoro), la già citata Crossing Two Rivers (con il suo arpeggio iniziale) e, giusto un gradino sotto queste due, Troubled Mind (in cui spiccano le linee vocali grintose e le parti di basso). Come si può notare, spetta proprio alle ultime tre canzoni il compito di risollevare il giudizio di un disco che, pur mostrando una certa attenzione per la tecnica, presenta passaggi nel complesso poco accattivanti.

Nonostante la conclusione in fade dell'ultimo brano Troubled Mind (come ad indicare una sorta di To be continued), Dominion rappresenta per i Kamelot la fine della prima fase della carriera, quella iniziata con le primissime composizioni del 1991. Ciò che si può rintracciare in questo album è difficilmente riconducibile ai lavori futuri: sebbene da un lato il gruppo abbia qui gettato le basi power e sinfoniche, ciò che produrrà successivamente suonerà di gran lunga diverso (e migliore), costituendo una virata sostanziale verso altre preferenze. Alle orecchie dei fan recenti, il disco risente indubbiamente della sua età, presentando soluzioni classiche a scapito sia del lato sinfonico (che risulta essere un accompagnamento, non un protagonista) che di quello power (relegato soltanto ad un paio di canzoni). Proprio a causa della ripetitività di alcune scelte heavy e del poco spazio destinato alle sfaccettature citate, il lavoro è lontano dall'essere accattivante, pur riconoscendone la tecnica strumentale. Si tratta, concludendo, di un punto di non ritorno che, pur presentando tratti positivi, non sarà più ripercorso dal gruppo per segnare una nuova sterzata della carriera.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
70.33 su 6 voti [ VOTA]
Armonie Universali (M. G.)
Giovedì 31 Agosto 2017, 13.15.54
5
Ottima recensione.
ElPibeDeOro
Mercoledì 30 Agosto 2017, 21.41.16
4
Sarà anche un disco mediocre, ma alcuni pezzi mi esaltano parecchio. Su tutti, "Song of Roland", che mi permetto di definire una delle più belle canzoni heavy metal che abbia mai ascoltato
Beta
Mercoledì 30 Agosto 2017, 19.28.03
3
I primi tre dischi dei Kamelot, devo ammettere, non mi dicono molto. I primi due (questo ed Eternity) per tutte le caratteristiche menzionate da annie (che, secondo me, sono presenti anche nel primo), Siege Perilous perché manca di carattere, lo trovo piuttosto noioso e non ci sono canzoni che riescono a prendere (peccato, perché è il primo con la voce fenomenale di Kahn). Non mi sento di dare un voto a Dominion, perché ammetto che ho provato ad ascoltarlo, ma mi ha annoiato e l'ho molalto lì, quindi non sarebbe un giudizio ragionato. Mi limito a sottoscrivere tutto quello che ha detto annie nella rece, specialmente i difetti e aggiungo che, per me, discografia dei Kamelot (che ho conosciuto con The Black Halo), parte da The Fourth Legacy, il mio preferito assieme a The Black Halo; quello che c'è prima non mi dice proprio niente.
JC
Lunedì 28 Agosto 2017, 20.59.19
2
I Kamelot prima del disco che li rese famosi, i Kamelot power, i Kamelot che mi piacevano Con The 4th Legacy arriveranno al massimo della loro carriera, a mio parere.
Maurizio
Sabato 26 Agosto 2017, 18.25.34
1
alcuni episodi davvero ottimi (we are not separate - song of roland - crossing two rivers - troubled mind) , il resto da sufficienza. Voto 65 ps: la nuova versione di we are not separate con Khan vince 100 a zero
INFORMAZIONI
1996
Noise Records
Heavy/Power
Tracklist
1. Ascension (strumentale)
2. Heaven
3. Rise Again
4. One Day I'll Win
5. We Are Not Separate
6. Birth of a Hero
7. Creation (strumentale)
8. Sin
9. Song of Roland
10. Crossing Two Rivers
11. Troubled Mind
Line Up
Mark Vanderbilt (Voce)
Thomas Youngblood (Chitarra)
David Pavlicko (Tastiera)
Glenn Barry (Basso)
Richard Warner (Batteria)
 
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