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Memory Garden - Verdict of Posterity
26/08/2017
( 416 letture )
L’equilibrio tra originalità e coerenza è sempre fonte di grandi discordie e, al tempo stesso, l’unica possibile via per l’evoluzione di una corrente artistica, di un genere musicale, di una intera visione del mondo. Da un lato le band che creano e codificano un genere musicale, i pionieri, gli innovatori, i "Maestri", coloro che buttano giù le regole del gioco; al loro fianco i "Manieristi" cioè coloro che partono dalla Regola e ad essa si attengono in tutto e per tutto, cercando semmai di dare una impronta personale oppure invece ripetendo alla lettera gli insegnamenti dei Maestri, affinandoli via via; appena più lontani, gli "Innovatori", coloro che della Regola apprendono bene i cardini fondamentali e li utilizzano per proporre qualcosa di diverso e personale, tanto da essere riconducibili alla corrente principale quasi solo per fattori estetici o, appunto, basici. Infine, a chiudere il quadrilatero, arrivano i "Rivoluzionari", coloro i quali rompono la Regola, la disdegnano quasi o totalmente e, con furore iconoclasta, ne distruggono i caratteri essenziali per rifondare una nuova Regola -quando va bene- o perire nel tentativo. Ciascuno per suo conto, ogni gruppo di artisti riveste un ruolo fondamentale e niente al mondo vieta che un Manierista sia superiore al proprio Maestro o che un Maestro resti insuperato o finisca invece dimenticato e perfino osteggiato e abiurato o che un Innovatore porti la sua Arte ad un livello tale da oscurare i Maestri, finendo per ottenere più seguito di loro. Più difficile il ruolo dei Rivoluzionari che, la Storia ci insegna, possono riuscire benissimo nell’intento di distruggere e sradicare certe Regole, ma non sempre hanno fortuna nel tentativo di impiantarne di nuove e renderle feconde; eppure, senza di loro, le contraddizioni e i limiti probabilmente non verrebbero mai fuori e non sarebbero mai messe a nudo, così come non verrebbe mai fuori il pensiero che sì, dalla Regola si può e, in un certo senso, si deve, evadere.
Nell’ormai lontano 1992 una band venne fondata in un piccolo centro della Svezia, Kumla, che può vantare una popolazione di quattordicimila unità, famoso per l’industria delle scarpe, per ospitare la più grande prigione della Svezia e per una sede della celeberrima Ericsson. Non certo il centro del mondo musicale, insomma. La band in questione deve il suo monicker allo stupendo brano dei Maestri Trouble, Memory’s Garden, contenuto in Manic Frustration, disco uscito proprio in quel fatidico anno. Cinque giovani musicisti costituiscono il cardine della band, con una formazione che, a parte inizialmente per il ruolo di chitarrista solista, resta pressoché inalterata per i successivi sedici anni e che trova comunque la sua stabilità già prima dell’uscita del primo album, Tides, pubblicato nel 1996 dopo ben quattro demo e l'EP Forever, per la piccola etichetta Heathendoom. Come già suggerito dal nome e dall’etichetta, la giovane formazione può ascriversi senza dubbio al genere doom ma, come facile intuire, la sua proposta si rivela sin da subito piuttosto particolare e ancora di più lo diverrà col passaggio alla ben più celebre Metal Blade e con l’uscita del secondo album Verdict of Posterity nel 1999. Disco questo che segnerà da lì in avanti il perimetro della proposta della band, le sue caratteristiche fondamentali e le successive evoluzioni.

Con Tides la band aveva messo in luce un approccio alla materia doom molto particolare, incentrato su una costruzione dei brani molto articolata, estremamente tecnica e per niente di facile accostamento, anche per un cantato sì molto melodico, ma decisamente ostico per la sua originalità. Eppure, ancora si avvertiva una certa rozzezza nel songwriting che mostrava enormi margini di miglioramento, pur rivelandosi già molto affascinante ed immerso nelle radici doom. Con Verdict of Posterity i Memory Garden compiono un enorme passo avanti, sotto tutti i punti di vista. La produzione, opera di quel grandissimo e mai troppo lodato chitarrista che è Mike Wead (Memento Mori e Mercyful Fate), innalza e non poco le quotazioni della band, che nel frattempo ha accolto tra le sue fila Simon Johansson chitarrista proveniente tra gli altri dagli Abstract Algebra. Tutti piccoli indizi che ci aiutano a completare il quadro della ricchissima proposta degli svedesi: se infatti la magniloquenza del doom proposto dalla band rimanda in parte proprio ai barocchismi dei Memento Mori, le costruzioni articolate, particolarissime e affatto lineari, grondanti tecnica, rimandano invece alla tradizione prog metal. A questo si aggiunga una epicità di fondo che non può non ricordare i Maestri Candlemass e i loro discepoli americani Solitude Aeturnus, in particolare per lo stile del batterista Tom Björn, ultratecnico e fautore dell’uso del doppio pedale. A questo si aggiunga un gusto particolarissimo da parte del chitarrista ritmico e principale compositore Anders Looström, il quale adora muoversi tra riff enormi di matrice doom, intervallati però da armonizzazioni heavy/power, dall’uso di chitarre acustiche e stratificazioni di strumenti e, come detto, da costruzioni musicali tutt’altro che lineari e anzi spesso e volentieri frammentate e spezzate da continui ed evocativi fraseggi melodici, doom e gotici allo stesso tempo, che non possono non rimandare alla scuola inglese dei Maestri Paradise Lost, Anathema e My Dying Bride. Se tutto questo non basta, aggiungiamo infine il particolarissimo stile di canto adottato da Stefan Berglund, dotato di una voce chiarissima e piuttosto acuta, molto malinconica e spesso cantilenante, che ricordando Messiah Marcolin, Robert Lowe e John Arch, riesce ad oscillare continuamente tra epicità e decadenza, scegliendo linee melodiche quasi sempre avulse dal contesto ritmico eppure ad esso complementari, senza cadere nella trappola del refrain immediato, preferendo semmai soluzioni corali e armonizzate, che donano un ulteriore flavour alla musica dei Memory Garden e, in certi casi, diventano momento esaltante e puro climax delle composizioni barocche e stordenti della band. Il risultato è una proposta affascinante, difficile, che va scoperta con pazienza, molto personale e in un certo senso innovativa, seppur sicuramente non rivoluzionaria, dato che i riferimenti sono tutti ben presenti e decifrabili.
L’album è un blocco compatto ed omogeneo, tanto qualitativamente, quanto stilisticamente. I brani si diversificano tra loro più per l’enfasi posta via via sui particolari, che non per una vera e propria differenziazione di proposta. Il che, avendo a che fare con canzoni davvero molto articolate e frammentate, che non offrono appigli immediati, neanche nelle linee melodiche, potrebbe costituire un limite per quanti non abbiano la pazienza di lasciare che sia la musica a farsi strada nei meandri della comprensione, lasciando via via le proprie briciole o, per dirla diversamente, il proprio filo conduttore e le varie tappe del percorso, che ci conducano fuori dal labirinto intessuto dalla band. Unica vera eccezione in questo senso è costituita dalla conclusiva Amen, che con i suoi quasi dieci minuti rappresenta la composizione più lunga e variegata del lotto, condotta per la quasi totalità dalle note del piano e fortemente incentrata sull’atmosfera più che sulla forza bruta della distorsione, almeno fino al minuto sette, che libera tutta l’energia compressa fino a quel momento, per un finale epico e solenne, immenso. L’omogeneità dei brani rende veramente inutile una trattazione specifica dei singoli episodi, con l’apertura affidata a Carved in Stone, che presenta già tutte le caratteristiche tipiche del sound degli svedesi ma, come tutte le opener che si rispettano, le presenta in una maniera mediamente più accessibile e ci proietta quindi all’interno del disco con la migliore predisposizione possibile. Sono già evidenti la tendenza a frammentare il corso del brano e le esasperazioni ritmiche di Björn, davvero incapace di portare semplicemente il tempo, mentre stavolta il refrain è decisamente intellegibile e melodico, con una velocità media piuttosto sostenuta per la band. Insomma, una introduzione al mondo dei Memory Garden perfetta, che già nella lunga coda strumentale chiarisce che il meglio deve arrivare. Splendida nella sua malinconica oscurità Shadow Season, titolo che rivela tutto lo spettro nel quale si muove il brano, con le chitarre acustiche a tessere la prima parte e Berglund che col caratteristico tono tormentato si arrampica da par suo sulla costruzione stupenda del crescendo: nei primi tre minuti di questa canzone si rivela tutta la grandezza dell’ispirazione dei Memory Garden, che riescono in pochissime battute a costruire un quadro di enorme complessità e pathos, senza mai offrire un ritorno alla canzone, che continua ad evolvere fino al quarto minuto, nel quale il refrain torna a colpire col suo riff pesante come una condanna, aprendo però subito dopo ad una nuova evoluzione che chiude un vero capolavoro compositivo. Più vicina alla “facilità” di ascolto della opener si mostra Tragic Kingdom, anch’essa fortemente giocata sull’alternanza tra potenza doom e fraseggi melodici, con un refrain quasi canticchiabile e una bella evoluzione. Riffone cadenzato e mid tempo eroico per The Sum of All Fear, gioia di tutti i fan dei Candlemass con un break centrale che fa scattare sulla sedia ricordando addirittura gli Iron Maiden ma, giova ripeterlo, non esiste un solo episodio sottotono, in un disco monumentale, come confermato da tutti gli altri brani a partire dalla strepitosa Wasteland Foretold, canzone che farebbe la felicità di qualunque compositore e fan di doom -e non solo- al mondo.

Più vicini all’essere dei Manieristi/Innovatori che dei veri e propri Rivoluzionari, i Memory Garden sono una di quelle band che tutti gli amanti del genere dovrebbero conoscere e amare e che, visto l’enorme spettro di riferimento, anche i non amanti del genere potrebbero finire per apprezzare. Purtroppo, come spesso accade a coloro che non si affidano alla via facile della composizione, ma ricercano un percorso personale e appena più ostico, la loro opera finisce in uno strano limbo nel quale non riceve attenzione da chi preferisce proposte più canoniche e facilmente identificabili nel genere preferito e non riesce però al tempo stesso ad attrarre chi non apprezza la corrente principale perché comunque ad essa assimilabile seppure con tutte le peculiarità del caso che, naturalmente, non vengono minimamente esplorate. Un destino davvero gramo per una band che fa la differenza in mezzo a centinaia di altre, spiccando per una luce unica e inconfondibile. Verdict of Posterity, visto appunto ormai a posteriori, costituisce uno snodo fondamentale della carriera dei Memory Garden, un punto altissimo per tutto il genere doom e un album di qualità eccelsa, che la band sarà capace addirittura di superare col successivo Mirage e che, a distanza di quasi venti anni, resta quasi avanguardistico e, per questo, intoccato dal tempo e dalle mode. Assolutamente da riscoprire e lodare, ancora e ancora.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
87.5 su 2 voti [ VOTA]
lux chaos
Domenica 27 Agosto 2017, 8.44.19
3
@nicka: lasciamo perdere, quando ci ripenso a volte non riesco a capacitarmi di come la gente non abbia un cazzo da fare nella vita ahaha
Nicka
Sabato 26 Agosto 2017, 12.34.43
2
Ciao @lux, non conosco il disco, ma se ti piace e con l'ottima rece di Saverio, gli darò un ascolto! Ma scusa tu come fai a dire che é un ottimo disco se ascolti le cose mezza volta e poi commenti??? Ahahahahah scherzo ovviamente , non ho saputo resistere a citare le idiozie di BrtR...cmq sia se si parla di Candlemass, Solitude e Paradise Lost nella stessa frase, lo ascolto appena posso!
lux chaos
Sabato 26 Agosto 2017, 12.08.09
1
Recensione lunga ma stupenda, condivido tutto, lo comprai nel 99 per una recensione entusiastica (forse su MS, non ricordo) e da allora l'ho consumato decine di volte, un album non particolarmente accessibile e che necessita non di un ascolto distratto prima di essere apprezzato, un vero connubio di epic-doom alla Candlemass/Solitude, armonizzazioni melodic heavy (carved in stone!!!) con influenze di scuola inglese...bellissimo
INFORMAZIONI
1999
Metal Blade Records
Doom
Tracklist
1. Carved in Stone
2. Awkward Tale
3. Shadow Season
4. Tragic Kingdom
5. The Sum of All Fear
6. Split Image
7. Outward Passage
8. Wasteland Foretold
9. Amen
Line Up
Stefan Berglund (Voce)
Simon Johansson (Chitarra)
Anders Looström (Chitarra)
Ken Johansson (Basso)
Tom Björn (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Kristian Andrén (Cori, Armonie)
Mike Wead (Assolo su traccia 3)
Beppe Danielsson (Narrazione su traccia 9)
 
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