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Pagan Altar - The Room of Shadows
01/09/2017
( 916 letture )
La data ufficiale di pubblicazione dell' “album finale” dei Pagan Altar non è stata affatto scelta per caso; essa coincide infatti con l'anniversario di nascita della sua inconfondibile ugola Terry Jones che, come sappiamo, più di due anni fa perse la sua personale battaglia contro una forma di carcinoma del polmone. Composto originariamente tredici anni fa ed inizialmente intitolato Never Quite Dead, il disco è stato oggetto di diversi rimaneggiamenti fino a quando, nel 2014, la sua pubblicazione venne annullata per via dell'insoddisfazione dalla band nei riguardi del materiale composto e registrato; il progressivo aggravamento delle condizioni di salute di Terry Jones congelarono momentaneamente le sessioni ed il suo trapasso spinse successivamente il figlio Adam a riprendere i lavori registrando nuovamente tutte le parti strumentali, mantenendo allo stesso tempo integra l'ultima prova vocale di suo padre allo scopo di tributarne la scomparsa.

In due precedenti occasioni Metallized aveva già discusso in maniera eloquente dell'importanza dei Pagan Altar nello sviluppo della NWOBHM, soprattutto in riferimento alla loro capacità di ispirare in particolare le generazioni future di band dedite a quel genere che oggi chiamiamo doom e diventando per questo un autentico oggetto di culto per tutti coloro che si addentrano nei meandri più nascosti di tali sonorità. Il destino non si è rivelato particolarmente generoso nei riguardi di Terry & soci. Lasciata colpevolmente a languire nel dimenticatoio e pressoché ignorata per i primi due decenni della loro carriera, la scintilla artistica di questa formazione è stata progressivamente riscoperta e rivalutata grazie alla pubblicazione in formato digitale del loro primo demo, a cui ha fatto seguito una riedizione del restante materiale composto durante i primi anni di attività, con un immediato (e meritato) crescendo di riscontri da parte di pubblico e critica.

The Room of Shadows può essere considerato un capitolo anomalo rispetto a quanto il combo inglese ha prodotto fino ad ora sia per le scelte adottate in seno alla produzione ma soprattutto per quelle inerenti al songwriting. Concentrandoci sulla prima delle due “atipicità”, possiamo affermare infatti che i suoni per la prima volta si mostrano cristallini, definiti e con un appeal decisamente moderno, il che non deve essere valutato con un'accezione necessariamente negativa, visto che colloca la band sotto una differente nonché interessante prospettiva sonora. La seconda, decisamente più incisiva, riguarda l'approccio alla scrittura, in cui possiamo captare all'interno della miscela hard-heavy-doom un'ulteriore margine di ispessimento delle venature folk, ascrivibili sia all'impostazione delle linee vocali di Terry Jones ma anche ad alcune delle soluzioni adottate dal comparto strumentale. Il lungo lasso temporale attraverso il quale i Pagan Altar hanno concentrato le loro forze per la pubblicazione di questo lavoro ha inoltre apportato nel loro sound alcune finezze che vedono coinvolti in primis il basso e la batteria, che mai come in questo capitolo si ritrovano a pulsare come un unico organismo, al punto da farci incontrare addirittura un Harper intento come non mai a coprire adeguatamente perfino i fill del suo partner ritmico Green. Ogni brano trova il suo punto focale nei tracciati vocali scanditi dalla particolarissima voce di Terry Jones infondendo un carico di pathos e malinconia al cospetto del quale risulta veramente difficile essere indifferenti. Dai toni solenni in cui spiccano venature doomiane di Rising of the Dead, al rock inquieto di The Portrait of Dorian Gray (brano già presente nello split con i Mirror of Deception), passando per le tinture hard rock di Danse Macabre e Dance of the Vampires (con vette di autentica eccellenza raggiunte nei delicati inframezzi in clean nella prima e nelle galoppate maideniane, nella seconda) si giunge poi al capolavoro dell'album, ovvero la titletrack, dove sono racchiuse in maggior misura le brillanti sfumature folk. Completano il quadro la sofferenza che palpita nella suite The Ripper e il commovente minuto e mezzo finale di After Forever, in cui i delicati arpeggi di chitarra acustica sembrano quasi porgere a Terry Jones l'istante ultimo per scandire quelle emozionanti e tormentate note che segnano simbolicamente l'addio a questo mondo. L'album in una sua prima visione d'insieme dunque denota un indice di gradevolezza veramente elevato eppure, ascolto dopo ascolto, con l’affermarsi di uno sguardo più lucido e oggettivo, si mettono in evidenza due particolari che lo fanno scricchiolare. Il primo riguarda l'approccio solistico soprattutto negli arrangiamenti di Adam Jones, che caricano in maniera eccessiva i brani, finendo inesorabilmente per materializzare una sensazione di appesantimento. A prendere corpo è allora una sostanziale perdita di equilibrio dell’intero impianto, come se un bambino fosse stato introdotto nel magico mondo degli assoli senza metterlo contemporaneamente a conoscenza anche dell’opportuno senso del limite, con l’inevitabile risultato di vedere premiata la quantità a scapito della qualità. Oltretutto, non essendo Jones un chitarrista tecnicamente trascendentale ma potendo vantare nella migliore delle ipotesi un background solistico tutt’al più nella media, il risultato ne risente con un poco stimolante alternarsi di momenti di buon gradimento e di altri che non esitiamo a definire imbarazzanti. La seconda riguarda nella fattispecie un intermezzo strumentale presente nel brano Danse Macabre, dove affiora prepotentemente una scopiazzatura del famoso brano dei Kansas Carry on my Wayward Son, lasciandoci interdetti sulla ragione per cui una band con un talento simile possa sporcare la sua ultima performance con un plagio così palese.

Tra bagliori di puro incanto ed ingenui inciampi, The Room of Shadows rappresenta comunque l'ultima emanazione dello spirito instancabile di un uomo che ha dedicato interamente la propria vita alla sua creatura, guadagnandosi un posto di rispetto sia sotto il profilo umano che artistico. Tutti gli accoliti di antica o recente data che vogliano rendere l’estremo tributo a questa band troveranno in questo ultimo lavoro un ascolto piacevole ed interessante, ma chi vuole veramente arrivare all’autentica essenza dei Pagan Altar dovrà comunque ed inevitabilmente guardarsi indietro.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
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Shadowplay72
Sabato 2 Dicembre 2017, 16.51.06
2
ennesimo buon disco di questa grande band della n.w.o.b.h.m.!
ObscureSolstice
Domenica 10 Settembre 2017, 19.57.23
1
disco onesto, godibile, senza aggiungere nient'altro alla loro leggendaria discografia per completare il cammino di una band del classico rock e della NWOBHM...Ci sono ancora i folletti e gli gnomi che ballano intorno al fuoco.... Il ricordo è ancora vivo più che mai, grande voce. Magic Pagan Altar. Terry Jones....r.i.p. voto 80
INFORMAZIONI
2017
Temple of Mistery Records
Heavy/Doom
Tracklist
1. Rising of the Dead
2. The Portrait of Dorian Gray
3. Danse Macabre
4. Dance of the Vampires
5. The Room of Shadows
6. The Ripper
7. After Forever
Line Up
Terry Jones (Voce)
Adam Jones (Chitarra, Cori)
Diccon Harper (Basso)
Andy Green (Batteria)
 
RECENSIONI
s.v.
84
 
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