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TNT - Knights of the New Thunder
09/09/2017
( 424 letture )
Lo sci di fondo, la possibile terra natia di Vicky il Vichingo, il salmone affumicato, i fiordi e il leggendario viaggio in moto a Capo Nord per vedere il sole di mezzanotte… Per quasi tutti noi adolescenti che affrontavamo i primi tornanti degli anni Ottanta, erano a grandi linee queste, le associazioni di idee più immediate di fronte a una cartina geografica con focus sulla Norvegia, insieme all’opinione diffusa che da quelle parti dimorasse la dimensione ideale del welfare e di uno Stato efficiente. Un po’ Eden, un po’ paese dei balocchi, su una cosa però avevamo granitiche certezze, da Oslo a Kirkenes i contributi musicali a sfondo rock della terra della croce blu in campo rosso avevano fino ad allora lasciato tracce (eufemisticamente…) secondarie, con la sola, possibile eccezione rappresentata dai Titanic, band di buona statura prog dalle non rare incursioni in territorio Deep Purple che per tutti gli anni ‘70 aveva sfornato dignitosissimi album (con nota di merito particolare per Eagle Rock). Forse inconsciamente, una buona parte di noi aveva già condannato il pentagramma norvegese, non fosse altro che per una sorta di osmosi territoriale con l’impero svedese degli Abba, a un destino di pop e canzonette e certo nessuno avrebbe potuto immaginare che, in poco più di un decennio, quelle stesse lande sarebbero diventate la capitale planetaria addirittura del movimento black.

I primi semi della nuova era stavano germogliando a Trondheim, dove un quartetto aveva osato incamminarsi sui sentieri hard rock più in linea con la lezione nordamericana e del resto del vecchio continente, mantenendo giusto un tocco di esotismo in virtù della scelta della lingua madre per il cantato, senza che peraltro il risultato finale ne risentisse granché, in termini di resa. Era il 1982 e, con il loro omonimo debutto, i TNT anticipavano di un solo anno l’esordio di un’altra band presto destinata a mutare l’immagine musicale dell’intera Scandinavia, con Joey Tempest a pilotare il vascello Europe verso notorietà (e incassi) impensabili per l’intero pianeta metal internazionale.
Dopo quella prova, in realtà, i TNT attraversarono subito un periodo di turbolenza destinato a mutare radicalmente la composizione della line up, culminato con l’ingresso in squadra di Morty "Black" Skaget al basso al posto di Steinar Eikum e, soprattutto, con un cambio di singer, sintomo evidente delle velleità di “internazionalizzazione” della proposta. Al posto del pur tutt’altro che inadeguato Dag Ingebrigtsen, venne infatti chiamato a brandire il microfono il newyorkese Tony Harnell, che sceglierà di comparire nella sua release di debutto con lo pseudonimo di Tony Hansen. Ed eccolo, allora, sul finire del 1984, questo Knights of the New Thunder, fulmine non del tutto a ciel sereno tenuto conto delle buone premesse di TNT e del fatto che anche stavolta una major come la Polygram avesse deciso di puntare su questi ragazzi (con tanto di tour americano per allargare definitivamente la platea dei potenziali fan).
Ad aggiungere un po’ di (non voluta) pubblicità al rilascio del platter contribuì anche la classica incursione moralistico/bacchettona di quegli immancabili “little men with a big eraser” che Dave Mustaine e soci avrebbero magnificamente distillato in imperitura immagine nel giro di pochi anni in Hook in Mouth e che qui, evidentemente scossi dalle due discinte figure femminili raffigurate in copertina, riusciranno ad ottenere la modifica dell’artwork, con la sola eccezione del mercato giapponese.
Immediatamente dopo l’uscita, invece, il centro della questione si spostò su quale fosse lo scaffale “di genere” più idoneo a contenere un lavoro che in realtà, alla prova dei fatti, si rivela quanto mai refrattario a catalogazioni troppo rigide; se infatti era incontestabile che la band giocasse con le suggestioni glam (le cotonature tricologiche erano all’epoca ben più che un semplice apparato esteriore e quasi sempre marcavano geneticamente i contenuti degli album), è altrettanto vero che i TNT non stavano affatto recidendo il cordone ombelicale con la grande scuola hard rock settantiana e la sua diretta filiazione classic heavy, grazie alla prova mostruosa di Ronni Lé Tekrø alle prese con l’incendio dei riff (Van Halen, Akira Takasaki, finanche Malmsteeen sono stati regolarmente e non a torto scomodati per definire possibili pietre di paragone) e a una sezione ritmica capace di modellare strutture tutt’altro che filiformi. Un discorso più articolato va sviluppato per la voce di Harnell, titolare di un registro altissimo forse un po’ demodé per gli standard di qualche orecchio contemporaneo, ma che ai tempi funzionava alla perfezione in modalità lama, impedendo l’eccessivo accumulo di polvere melodica nell’impasto. Come se non bastasse, a certificare il carattere eclettico di Knights of the New Thunder contribuiscono gli spunti non solo in filigrana della lezione Iron Maiden e Judas Priest, senza dimenticare che, per completare un ipotetico pantheon dei richiami, non può mancare il nome dei Dokken, freschi di rilascio della doppietta Breaking the Chains/Tooth and Nail.

Da un punto di vista formale, il tratto distintivo che accomuna tutti gli episodi della tracklist è un’essenzialità che approda a vette di sinteticità estrema, in termini di minutaggio (con qualche rammarico per il non completo carotaggio di tutte le potenzialità fatte spalancare nel corpo dei brani), ma la contropartita “virtuosa” è che in questo modo il talento caleidoscopico del quartetto riesce ad azzannare l’ascoltatore con una potenza di fuoco davvero micidiale, alternando in un tempo ristretto registri diversi con lo stesso, trascinante risultato. Detto di due tracce prelevate dal debut e riproposte qui levigate in lingua d’Albione al posto dell’originale in norvegese (U.S.A. ed Eddie, quest’ultima in realtà apparsa solo come bonus track nell’edizione limitata a doppio vinile uscita contemporaneamente al rilascio standard e poi riproposta nelle successive ristampe in cd), il banchetto imbandito dai TNT parte con le suggestioni viking (opportunamente edulcorate, il mercato americano non era certo pronto, per un roteare troppo accentuato di bipenni rutilanti) di Seven Seas, intrisa di una coralità epica perfettamente innestata su un ritmo cadenzato, prima che un improvviso stop annunci l’entrata in scena di sua maestà Lé Tekrø a incendiare le polveri. Mentre a segnare la successiva Ready to Leave è l’alternanza tra lo speed accennato nelle strofe e il ritornello ad alto tasso melodico, (e dopo l’intermezzo acustico di Klassisk Romance, meno di un minuto di divagazione medievaleggiante), tocca all’hard rock di scuola Triumph fare capolino tra le pieghe di Last Summer’s Evil, con Harnell qui davvero vocalmente vicinissimo a un mostro sacro del calibro di Rik Emmett.
Se pure la zuccherosità a tratti stucchevole di una Without Your Love aveva già all’epoca fatto storcere il naso a molti (ma in quanti dibattiti l’abbiamo utilizzata, come esempio per certificare che anche i metal kids avevano un lato romantico?), a mettere tutti d’accordo sopraggiunge la vulcanica Tor with the Hammer, coi suoi frammenti viking e i cori disposti a raggera a creare un irresistibile anthem scuoti-chiome nelle rese live. Da manuale anche il tappeto ritmico disteso da Break the Ice, su cui si incastonano alla perfezione ancora frammenti di coro (ci si perdoni l’azzardo, ma come non vedere in quel “break” ossessivamente ripetuto una sorta di anticipazione dell’“uh” di frostiana memoria?) e un assolo fumante, mentre per gli amanti della velocità il piatto è servito con la devastante Deadly Metal, non a caso picco judaspriestiano del platter. Risponde più che presente all’appello della qualità anche la titletrack, animata da spire epicamente possenti su cui riesce a posarsi anche qualche coriandolo di oscurità, per un’assonanza immediata con una Balls to the Wall, all’epoca fresca di domicilio nell’augusta dimora Accept.

Una sorprendente maturità sommata alla capacità di intercettare e contemporaneamente contribuire ad arricchire lo spirito della nascente epopea metal, la disponibilità a mettersi in gioco su piani artistici diversi grazie all’eccellenza degli interpreti, Knights of the New Thunder è un album in credito di considerazione rispetto all’accoglienza ricevuta ai tempi dell’uscita. Dopo quattro decadi di storia della musica attraversate più che dignitosamente, ai TNT va riconosciuto il merito di essersi mossi da basi solidissime… e qui le troviamo tutte.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
Voivod
Lunedì 11 Settembre 2017, 14.08.37
12
Discone...consumato in macchina durante una vacanza solitaria in Salento nel 2006!
galilee
Lunedì 11 Settembre 2017, 13.51.24
11
Ok thanks. Dovessero comunque cambiarlo, sono sicuro che ne sceglierebbero uno che si chiama Tony.
duke
Domenica 10 Settembre 2017, 21.53.10
10
ottima idea rispolverare questo disco...una chiara dimostrazione che per fare hard rock di classe non bisogna per forza essere nato negli states!
lux chaos
Sabato 9 Settembre 2017, 23.23.22
9
@Galilee si esatto, si è fatto chiamare Hansen in questo disco, poi è rimasto Harnell, i grandi lavori di questo gruppo sono tutti con lui alla voce a mio parere, che è considerato il cantante "storico", originale
Galilee
Sabato 9 Settembre 2017, 23.07.14
8
Quindi Tony harnell e Hansen sono la stessa persona?
tino
Sabato 9 Settembre 2017, 21.23.05
7
Disco stupendo da riscoprire
Red Rainbow
Sabato 9 Settembre 2017, 16.49.10
6
@galilee: come ha detto Invictu, la carriera della band ha ruotato intorno all'ugola di Harnell/Hansen, a parte il debut in eloquio norvegese con Ingebrigtsen e una fugace apparizione di Tony Mills in A Farewell to Arms. Direi 40 anni ad alta fedeltá, tutto sommato ☺
InvictuSteele
Sabato 9 Settembre 2017, 16.14.17
5
@Galilee sul.primo album cantava un altro, poi e' subentrato Tony harnel, voce spaventosa, che e' rimasto per tutti gli anni 80 se non sbaglio, poi hanno cambiato nuovamente vocalist ma non li ho piu seguti, perciò non so dirti.
Galilee
Sabato 9 Settembre 2017, 14.46.33
4
Riscrivo..questi TNT hanno cambiato voce ad ogni disco?
Galilee
Sabato 9 Settembre 2017, 14.45.38
3
Scusate ma, una domanda. Questi hanno da,visto voce ad ogni disco? Leggo 4 nomi diversi nelle varie recensioni..
lux chaos
Sabato 9 Settembre 2017, 13.41.33
2
Stupendo!!!!!! Insieme a Tell No Tales e Intuition un trittico da infarto!
InvictuSteele
Sabato 9 Settembre 2017, 12.28.13
1
Il disco più bello dei TNT, dai connotati epici. Seguirà Tell No Tales che è heavy melodico e poi la svolta hard rock. Grande band, con una grande gusto melodico... ma quanto è bella Eddie? L'ho sempre amata.
INFORMAZIONI
1984
PolyGram Records
Heavy
Tracklist
1. Seven Seas
2. Ready to Live
3. Klassisk Romance
4. Last Summer’s Evil
5. Without Your Love
6. Tor with the Hammer
7. Break the Ice
8. U.S.A.
9. Deadly Metal
10. Knights of the Thunder
11. Eddie
Line Up
Tony Hansen (Voce)
Ronni Le Tekrø (Chitarra)
Morty "Black" Skaget (Basso)
Morten "Diesel" Dahl (Batteria)
 
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