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Make Them Suffer - Worlds Apart
11/09/2017
( 550 letture )
Make Them Suffer: molti assocerebbero questo moniker ai Cannibal Corpse, ma in verità stiamo parlando di ben altro. Siamo infatti al cospetto di una band australiana davvero peculiare che, diversamente da ciò che si potrebbe pensare, si chiama in tal modo per un caso fortuito e non per ispirazione della celebre death metal americana.
Non che i nostri non siano associabili al death metal mentre percorriamo le precedenti uscite, ma di sicuro si tratta di un death completamente differente: melodico e sinfonico al contempo, va a braccetto col death-core (nel violentissimo EP Lord of Woe e nel debutto Neverbloom), poi col metal-core che -spesso- si va a mescolare con sonorità gothic.

L'album Neverbloom abbracciava una produzione più moderna, in un perfetto esempio di symphonic deathcore/melodic metalcore sperimentale: oscuro e interiore, grazie all'inserimento di cori femminili e inserti pianoforte (e quasi epico per le atmosfere); esso ricordava l'intenzione decadente di certi gruppi goth-metal , ma anche certe realtà prettamente -core come i Bleeding Through e i Betraying The Martyrs, tramite l'utilizzo delle tastiere. Per la cattiveria perfettamente infusa di quell'amara, straziante melodia dal retrogusto svedese è invece facile associarli a band come i The Black Dahlia Murder, nonché agli Heaven Shall Burn. Certo è che i Nostri hanno osato parecchio, perché il loro genere era un ibrido di non precisa collocazione.

Il successivo Old Souls sia per produzione che per composizione, ha visto parecchi cambiamenti: il death metal sinfonico è ora solo spalla di un metal-core si sperimentale, ma molto più ''in your face'', con un aspetto americano (in certi frame), pur mantenendo quell'inclinazione al gotico, alla melanconia fatta e finita e all'introspezione.

Ma veniamo al nostro Worlds Apart: l'ulteriore evoluzione è evidente, e va decisamente oltre. Consapevolmente o no, i Nostri virano la rotta e dall'album di debutto i cambiamenti sono davvero lampanti. La modernità viene completamente abbracciata in una sorta di nu/metalcore, ma nel frattempo si strizza l'occhio a sonorità elettroniche, post e ambient, con un alleggerimento generale e un utilizzo differente di tastiere e cori femminili, molto più ammiccanti piuttosto che sinfonici: ciò è senza dubbio dovuto al cambio di tastierista/female vocalist, ora Booka Nile, che ha una voce da sirena, solo a tratti un po' decontestualizzata (Uncharted); di gotico rimane invece un'attitudine più rock che metal. Ci si affaccia in certi momenti a un groove dissonante di rado visitati (Fireworks) , così come si superano i confini dello standard songwriting e delle solite influenze (Vortex), sfociando anche in territori prog/alternative metal.

I Nostri continuano a essere ambiziosi e ad osare (forse troppo?) mescolando molti generi con un esito estroso, non affrontabile con semplicità. D'altra parte, la svolta più catchy rende l'ascolto easy in certi momenti. Il frontman Sean Harmanis ha anch'egli cambiato il suo modo di cantare, passando da una voce più estrema -con un growl profondo e uno screaming acuto e graffiante- a linee vocali più sporche, pastose e gravi.
Insomma, i Make Them Suffer non sono più quelli di una volta e chiacchiere non ce ne sono: non c'è traccia di deathcore, sono meno pesanti, più dilatati, meno strazianti e più groovy. In generale più poveri di atmosfere pregiate , ma più sfacciati: basti già sentire la opening track The First Movement per capirlo; è attraverso tutto l'album che invece osserviamo la forte sperimentazione. Prendendo questo pensiero come assioma, ci si può godere un ascolto interessante e peculiare: per quanto caratteristico non può competere con i precedenti lavori e forse i fan storici della band piangeranno qualche lacrima amara. Tuttavia il divenire fa parte della musica e -seppur un po' azzardate- le scelte dei Nostri non sono da biasimare.

E' un album tutto sommato buono, che sarebbe meglio vietare agli ascoltatori old school (ai quali invece si consiglierebbe facilmente un Neverbloom), ma fortemente consigliato ad ascoltatori molto open-minded che amano le voci femminili e le atmosfere post/gothic/digitali e sognanti, unite al metal-core in chiave moderna.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
68.5 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2017
Rise Records
Metal Core
Tracklist
1. First Movement
2. Uncharted
3. Grinding Teeth
4. Vortex
5. Fireworks
6. Contact
7. Power Overwhelming
8. Midnight Run
9. Dead Plains
10. Save Yourself
Line Up
Sean Harmanis – Voce
Nick McLernon – Chitarra
Booka Nile – Tastiera; Voce
Jaya Jeffery – Basso
Tim Madden – Batteria
 
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