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Selene - The Ravages of Time
12/09/2017
( 272 letture )
È sempre una graditissima sorpresa imbattersi in band provenienti da luoghi che non ti aspetti ed è esattamente ciò che accade con i qui presenti Selene, giovanissima formazione di metal sinfonico che deve i propri natali alla bella Irlanda del Nord. Il gruppo nasce solo pochi anni fa, precisamente nel 2013, nelle terre del “non Regno Unito”, di certo non traboccanti di generi musicali quali il metal e dintorni, anche se a dirla tutta a sventolare alta la bandiera nordirlandese ci stanno pensando già da qualche tempo artisti di tutto rispetto come i “fratelli maggiori” Waylander. Tornando ai Selene, non si può di certo dire che in questi quattro anni non si siano dati da fare, avendo sfornato ben due EP ed un full length ufficiale (The Forgotten, 2015), tenendo a tutti gli effetti il ritmo di un uscita all’anno. Per quanto riguarda la loro proposta, se ne potrebbero tracciare contorni piuttosto definiti partendo semplicemente dal nome; femminile, delicato e ricamato sulla coda di un lungo telo bianco che ospita già da tempo quelli di Sirenia, Epica, Xandria e tanti, tantissimi altri.

Il secondo lavoro in studio porta il nome di The Ravages of Time ed ingloba ben undici canzoni per un totale di poco più di cinquanta minuti di durata. Già dalle primissime battute dell’opener New Era risultano chiare le intenzioni dei Selene: un riffing a rilento delle due asce accompagnate da frequenti temi di tastiere e da un drumming forte e incisivo, che fanno da trampolino di lancio a quella che in casi come questi rischia sempre di cadere nell’insidiosa trappola di diventare l’unica e sola protagonista della vicenda: la voce femminile. Quella di Shonagh Lyons si mostra indubbiamente all’altezza della situazione; calda e profonda nel pieno stile della migliore Tarja, nonché accurata e precisa in tutti i passaggi richiesti dal caso. Il pericolo del fenomeno copia e incolla è in agguato dietro l’angolo ed effettivamente i tentativi della band di distaccarsi da quella “comfort zone”, rappresentata dal sound del miglior repertorio dei primi Nightwish, per intenderci, sono pochi e vaghi ed il risultato puzza un po’ di già sentito, restando comunque piacevole all’ascolto. Anche il songwriting non fa gridare al miracolo, i pezzi si trascinano gli uni sugli altri, spruzzando spunti ed idee vincenti qua e là solo di tanto in tanto, mantenendosi invece per il tempo rimanente su livelli solamente sufficienti. Qualche eccezione, però, c’è. La prima la troviamo alla posizione numero tre e si intitola Ashes, un brano davvero tosto ed energico, con un’intro accattivante in stile Kamelot ed un chorus gestito da un’impeccabile prova vocale firmata da Shonagh Lyons, che non perde affatto il confronto coi maestri finnici di cui sopra. Vincente anche il duetto con il vocalist David Balfour dei “quasi-connazionali” Maverick nella traccia numero cinque, Burning Bridges. Una squillante fuga di tastiera che potrebbe benissimo essere scappata dalle dita veloci di un giovane Alex Staropoli getta invece le basi di Kingdom, il pezzo decisamente più power del lotto, mentre This Life, seppur un po’ fiacca ed anonima, si cala nel ruolo dell’unica, ma immancabile, ballata dell’album, in cui Shonagh Lyons non perde comunque occasione di mettere in vetrina la propria voce angelica. In chiusura troviamo una coraggiosissima suite di ben undici minuti di difficile assimilazione e che a dirla tutta rischia di snervare un po’ anche il più temerario degli ascoltatori.

Assoli un poco approssimativi e produzione altrettanto vaga sono altri due importanti fattori che purtroppo fanno pendere l'ago della bilancia verso la direzione sbagliata. Tutto sommato, però, ci sentiamo di promuovere questo secondo lavoro dei nordirlandesi Selene, che pur non eccellendo nel songwriting, pur non risultando particolarmente originale e di fatto non potendo competere affatto per tecnica e produzione con gli odierni colossi del genere proposto, rimane comunque una prova più che dignitosa per una band sì alle prime armi, ma che qualcosa di buono nel suo piccolo lo sta facendo. E chissà che un domani non possa arrivare ad innalzare definitivamente la bandiera della propria nazione facendola finalmente risaltare sul panorama metal europeo.



VOTO RECENSORE
64
VOTO LETTORI
30 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2017
Autoprodotto
Symphonic Metal
Tracklist
1. New Era
2. The Great Heart
3. Ashes
4. Calm Before the Flame)
5. Burning Bridges
6. If Tomorrow Never Came
7. Our Regrets
8. Kingdom
9. Wonderland
10. This Life
11. The End of Time
Line Up
Shonagh Lyons (Voce)
John Connor (Chitarra, Tastiera)
Thomas Alford (Basso)

Musicista Ospite:
David Balfour (Voce nella traccia 5)
 
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