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Mogwai - Every Country’s Sun
14/09/2017
( 858 letture )
A 16 anni da Rock Action, Dave Fridmann torna a produrre un disco dei Mogwai, per la precisione il nono album in studio della band: Every Country’s Sun, un oculato proseguimento della direzione intrapresa con Rave Tapes, fondato più che mai sulla melodia, ma anche uno sguardo asciutto verso il passato del gruppo. Il titolo forse rappresenta proprio la volontà di tirare fuori il meglio da tutti i risvolti post-rock che i Mogwai hanno preso, interpretato ma anche creato nel corso del loro ventennio di attività, che li ha resi praticamente indecifrabili e comunque sempre riconoscibili nelle loro migliaia di sfaccettature. Definire questo disco una ‘summa’ della carriera dell’act scozzese è eccessivo, ma ne assume senza dubbio qualche caratteristica.
Il primo lavoro in studio (senza considerare la soundtrack Atomic) privo dell’apporto di John Cummings, uscito dal gruppo nel 2015 per dedicarsi ad altri progetti, è come detto un prodotto molto vario, ma dotato di una compattezza rara sia nelle singole canzoni che nella sua totalità; questi 55 minuti di musica si presentano come un flusso molto intimo di tutte quelle emozioni fortemente malinconiche proprie dell’animo umano, sempre intrise di genuina speranza dai Mogwai.

L’apertura è affidata saggiamente ad una delle tracce più belle: Coolverine. L’intro sommesso di tastiera concede a tutti gli strumenti il tempo di entrare nel mood, che rimane pacato per diversi minuti, anticipando in maniera perfetta l’esplosione (controllata) che chiuderà il brano. Splendido inizio all’insegna di tutto ciò che ha reso grande la band di Glasgow. La poco riuscita Party in the Dark, rilasciata come preview a un mese dall’uscita ufficiale dell’album, lascia perplessi ora come allora: i nostri riescono a non perdere sul nascere il filo conduttore dell’opera, rimanendo coerenti con ciò che precede e antecede il brano, ma rimane il fatto che questo sia una non esaltante estremizzazione di Rave Tapes che si avvicina all’alternative/indie rock degli Arcade Fire senza avere minimamente la classe dell’act canadese. Il ritornello tenta in tutti i modi di rendere la canzone più eterea possibile, ma Party in the Dark risulta passabilissima e da dimenticare. La successiva Brain Sweeties è già più interessante; un pezzo strabordante di idee che si apre con un synth industrial e, tra un arpeggio di chitarra pulito, una batteria indie come non mai e un basso post-punk, regala grandi soddisfazioni, lasciando nel dimenticatoio il momento più debole del disco. Incredibile il lavoro di Barry Burns alle tastiere.
Crossing the Road Material si basa invece su chitarra e basso, che creano un’atmosfera notevole, sospesa e imprevedibile; purtroppo la seconda metà sa di già sentito e non eleva il brano come ci si poteva lecitamente aspettare, anche se il climax discendente finale è un tocco di stile non da poco. Segue l’ambient giocoso ma allo stesso tempo arioso e malinconico di aka 47, nel quale poi si inseriscono due chitarre e qualche campionamento vocale a fare da contorno. Timidi richiami allo spazio si fanno strada sul finale, ma con 20 size si cambia completamente registro: armonie vicine a Come On Die Young e Young Team con una sensibilità romantica propria del percorso immediatamente successivo ai primi due capolavori dei Mogwai. Una perla inaspettata.
L’unico brano cantato del platter - insieme a Party in the Dark – è 1000 Foot Face, episodio minore che passa abbastanza inosservato, non riuscendo a incidere né con la parte vocale né con quella strumentale, essenziale ma inefficace. Don’t Believe the Fife invece introduce finalmente quell’elemento cinematografico tanto caro ai Mogwai da diversi anni; ne esce uno dei brani più riusciti degli undici, molto anni ’80 nella prima parte e quasi anni ’90 nella seconda. Il finale sporco sembra aprire le porte a due tracce legate da più di qualche affinità con l’aspro Mr. Beast: Battered at a Scramble e Old Poisons. La prima è quasi post-hardcore con il suo basso fortemente distorto e una chitarra dissonante che non lascia scampo; la seconda si avventura in territori math rock, prima di aprirsi a un finale drammatico. La titletrack, posta in chiusura, presenta forse più di tutte le altre tracce una cura maniacale dei suoni: un tappeto di tastiere viene lentamente sporcato dalle chitarre in un mix portentoso che concede spazio ad ogni idea partorita dai Mogwai, che sia un influsso shoegaze, un arpeggio lievemente distorto o una melodia carica di pathos e speranza. Conclusione emblematica e perfetta per l’opera.

Every Country’s Sun è un lavoro sorprendentemente quadrato nel suo essere multiforme, merito di una consapevolezza generale d’intenti e di una formazione esperta che si è messa nelle mani del produttore giusto. L’album non raggiunge i fasti di vent’anni fa, ma il livello è (quasi) sempre buono e ci sono alcuni pezzi da novanta tra gli undici totali del disco. I Mogwai si tengono ancora stretti tra le mani lo scettro di più importante band post-rock del pianeta, continuando a suonare senza compromessi ciò che si sentono di suonare.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
57.66 su 9 voti [ VOTA]
vascomistaisulcazzo
Venerdì 15 Settembre 2017, 20.23.59
7
Rispetto infinito per gli scozzesi ma live ci è mancato poco prendessi sonno (in teatro sarebbe fantastico) e di disco, a mio parere, non vanno mai oltre una sufficienza piena. 65
Metal Shock
Venerdì 15 Settembre 2017, 18.47.00
6
Correggo,... temperatura alle sei del mattino a Mosca mi troverei bene....
Metal Shock
Venerdì 15 Settembre 2017, 18.35.40
5
@Michele: pensare e capire che era solo provocazione no eh? A Mosca a -6 mi troverei bene.....
Michele "Axoras"
Venerdì 15 Settembre 2017, 18.20.23
4
Paragonare una rece dei Mogwai a una rece della DPG è sintomo di competenza musicale pari alla temperatura di Mosca alle sei di mattina a gennaio più o meno. Per il resto il post rock è sempre stato qui e non nella low gain, ma d'altronde commentare un gruppo del genere facendo ironia sul fatto che sta nelle nuova uscite e non nella low gain è perfettamente in linea con l'accostamento di cui sopra
Andrea tweedy
Venerdì 15 Settembre 2017, 16.38.58
3
Disco spettacolare, la maestria degli scozzesi è riconfermata. Voto:85 P.s. Non riesco a capire come faccia il voto dei lettori ad essere così basso
Metal Shock
Venerdì 15 Settembre 2017, 15.27.08
2
Altra recensione ad alto contenuto metallico, e non nella sezione low gain. A quando la recensione di un disco della DPG????
ObscureSolstice
Venerdì 15 Settembre 2017, 10.41.18
1
Se avessi fatto una scommessa ci avrei vinto a chi avrebbe scritto questa recensione
INFORMAZIONI
2017
Rock Action
Post Rock
Tracklist
1. Coolverine
2. Party in the Dark
3. Brain Sweeties
4. Crossing the Road Material
5. aka 47
6. 20 Size
7. 1000 Foot Face
8. Don’t Believe the Fife
9. Battered at a Scramble
10. Old Poisons
11. Every Country’s Sun
Line Up
Stuart Braithwaite (Chitarra, Basso, Voce)
Barry Burns (Tastiere, Chitarra, Basso, Voce)
Dominic Aitchison (Basso, Chitarra)
Martin Bulloch (Batteria)
 
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