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Mesmur - S
14/09/2017
( 664 letture )
“Absint iniuria et obsequium verbis”

Ci perdonerà, il buon Tito Livio, se ci permettiamo di scomodarlo per apportare a nostra volta una lieve ma sostanziale modifica a una delle sue più celebri formule, ma mai come in questo caso la lapidarietà di un aforisma che sconfini quasi nell’invocazione di una qualche assistenza divina si addice all’impresa di affrontare la stesura di un testo in cui, almeno in teoria, il tasso di coinvolgimento personale rischia di minare l’oggettività della valutazione. La schiena del recensore, infatti, non può non essere percorsa da più di qualche brivido, di fronte alla prospettiva di affrontare il lavoro di una band di cui un componente sia molto più di un semplice nome in calce al promo kit ed emerga in carne ed ossa ad assumere la consistenza di un rapporto di amicizia, prima ancora che di condivisione di interessi. Una benevola predisposizione all’indulgenza o un’eccessiva severità a prescindere diventano così i due estremi in mezzo a cui l’obiettività di chi scrive deve trovare una rotta equilibrata, cercando contemporaneamente di evitare anche la comoda scappatoia aristotelica del giusto mezzo da brandire ruffianamente come avallo filosofico per coprire una sostanziale ignavia di fondo. D’altra parte, non possiamo esimerci dall’esibire ben più che una semplice punta d’orgoglio e (viva e vibrante) soddisfazione per il fatto che uno degli alfieri ormai stagionati di Metallized si sia messo in discussione accantonando per una volta penna, carta & calamaio per cimentarsi direttamente con le sette note, entrando a far parte di un progetto oltretutto di respiro internazionale.

E allora eccolo, il nostro Michele “5-HT” Mura, alle prese con le quattro corde di una band di cui si era peraltro occupato direttamente in occasione del debutto, quel Mesmur che ormai tre anni fa aveva arricchito la mai troppo popolata nicchia funeral di un lavoro apparso fin da subito in grado di reggere la sfida di un genere tutt’altro che “maneggevole”, a dispetto dell’apparente semplicità dei canoni che lo contraddistinguono. Per la verità, in quell’occasione i Mesmur si erano collocati in una dimensione non del tutto ortodossa (o, se vogliamo, non oltranzista) rispetto ai numi tutelari universalmente riconosciuti (Skepticism e Mournful Congregation su tutti), increspando la narrazione con fremiti death che hanno indubbiamente giovato alla potabilità del platter anche oltre la ristretta cerchia degli iniziati, seguendo uno schema che gli Esoteric hanno eretto a chiave di volta della loro qualitativamente impeccabile carriera. Il vero punto di forza dell’album, però, si era materializzato con un sorprendente retrogusto ambient che, quando messo in condizione di prendersi il centro della scena, come nella splendida Osmosis, iniettava dosi di algida visionarietà nell’impianto, dilatando i tempi e aprendo improvvisi squarci di luce nella cappa plumbea posata sulla trama del viaggio.

Da un simile mix potenzialmente multidirezionale ripartono ora i Mesmur con questo S, rivelando fin dalla scelta del titolo le intenzioni del quartetto, nel frattempo approdato alla Solitude Productions, label russa che può vantare come stella del roster nientemeno che sua maestà Johan Ericson in solitaria modalità Doom:VS. La sigla “S”, infatti, nel linguaggio scientifico internazionale, rimanda alla definizione di entropia, qui chiamata in causa per i suoi effetti drammatici e inevitabili sulla storia dell’universo in virtù della sua forza inesorabilmente disgregatrice, che porterà alla morte termica dell’intero sistema. A semplificare benissimo il concetto provvede intanto una magnifica cover, che unisce già visivamente l’incanto di un panorama cosmico all’incubo di un destino segnato, ma, ancora di più, la manciata di parole che accompagnano il trailer di lancio dell’album:

In the cold vacuum of deep space
The sprawling remains of a dying universe
There is no light
No hope
There is only chaos
Only doom…


La scelta astronomica, peraltro, funziona benissimo anche come metafora in grado di assurgere a paradigma per l’intero genere; in più di un’occasione, su queste pagine, abbiamo fatto riferimento al funeral doom come ultima frontiera di quella sorta di big bang primigenio sprigionatosi agli albori dell’epopea metal, quando agli occhi di tutti la caratteristica principale era la quantità di energia sprigionata, di cui però, mano a mano che ci si allontani dal “centro”, rimane un’eco sempre più affievolita fino alla definitiva cristallizzazione. Così, dove i ritmi rallentano e gli atomi si distanziano, è un’incorporeità fatta di vapori a impadronirsi della scena, sfuocando le immagini e catapultando l’ascoltatore in una dimensione eterea che in questa prova i Mesmur tratteggiano magistralmente, a metà strada tra angoscia ed estasi. Rispetto al debut, peraltro, non mancano gli elementi di novità, segno di un indiscutibile processo di crescita che coincide con una migliore messa a fuoco e amalgama dei tanti (troppi, in quel caso?) elementi che avevano caratterizzato la prima prova, consentendo contemporaneamente ai Nostri di allargare ulteriormente il raggio d’azione.
Che si tratti di lavorare di cesello sulle atmosfere (e in questo caso spira forte il vento Shape of Despair, con quel gusto per la raffinatezza giocata in chiave “minimale” e in sottrazione che è di casa a Helsinki) o di gestire momenti più cadenzati (e qui si rafforzano i richiami agli Skepticism, pur sempre mediati dalla lezione Esoteric), il quartetto può contare oltretutto su prove individuali qualitativamente di tutto rispetto, a cominciare dal colossale lavoro di Jeremy L alle prese con sei corde e tastiere che alimentano uno spettro emozionale sconfinato, per arrivare al cantato di Chris G, impeccabile nel maneggiare i sacri crismi del genere con relativo sfoggio di un ottimo growl capace di calibrare alla perfezione profondità e sabbiosità. Detto di un John D che, come nel debut, percuote le pelli con un gusto che diversi passaggi si spinge verso interessanti aperture black (l’ombra atmosferica dei Gris si allunga con più che discreta circospezione), restano le note di merito anche per il “nostro” Michele alle quattro corde, metronomo puntualissimo nel dettare i ritmi del flusso narrativo sia nelle fasi di claustrofobica edificazione di monoliti, sia quando affronta le canoniche rarefazioni funeral in modalità rintocco.

Tre episodi che si aggirano chilometricamente intorno al quarto d’ora di durata e una chiusura strumentale appena più contenuta, l’album si apre subito con la perla dell’intero lotto, ideale secondo capitolo e degna erede di quella Osmosis che, come detto, aveva fatto calare tra gli applausi il sipario sul predecessore. Un titolo e un testo che rimandano ai misteri più affascinanti dell’universo, là, in quell’orizzonte degli eventi dove la luce perde la sua battaglia con la forza di gravità prima di finire inghiottita dal nulla eterno di un buco nero, Singularity è ad un tempo lucida visione e allucinazione, sogno e incubo, materia e spirito, il tutto tradotto straordinariamente in una sorta di suite che si apre quasi screziata da fanghi sludge, guadagna progressivamente in imponenza e solennità su cui vanno a incastonarsi piccoli gioielli melodici e si conclude su un altopiano dai riflessi quasi malinconici che non possono lasciare indifferenti addirittura orecchie educate alla scuola post di Neurosis e (ancor più) Isis.
Non si scende dall’alta quota, non solo metaforica, con la successiva Exile, vertice “shapeofdespairiano” del platter (sembra quasi di sentirla, Natalie Koskinen che gorgheggia diafanamente in sottofondo) in cui i Mesmur dimostrano tutti i progressi compiuti in questi tre anni soprattutto nella capacità di incorporare le propensioni ambient in un impianto comunque maestoso senza minarne la tenuta, prima di un finale percorso per contrappasso da consistenti fremiti death/black. Tocca a Distension riportare la rotta tra le braccia di una più marcata ortodossia funeral e i Nostri disegnano un affresco popolato di figure ritratte in quella fissità spettrale a cui le dure leggi della scienza non offrono alternative e di fronte a cui, forse, più che la disperazione è la desolazione a diventare la cifra definitiva del nostro destino. Chiude il viaggio l’enigmatica S=k ln Ω (formula dell’entropia in termodinamica applicando la costante di Boltzmann), che, dopo un interessante avvio in territorio drone (è forse questo, l’equivalente in musica della radiazione cosmica di fondo, ultimo segnale di vita destinato a spegnersi un attimo prima della morte termica?), tramonta un po’ anonimamente, lasciando qualche rammarico per la mancanza di un ultimo fuoco d’artificio o un colpo di scena finale che pure sembrava potersi sprigionare, dal lento e quasi voluttuoso avvolgersi delle spire.

Determinismo scientifico che incontra la poesia del Cocito dantesco, mondo di sinuosi chiaroscuri che avvolgono ingannevolmente prima di aprire le porte al Grande Freddo, tavola pantagruelicamente imbandita per i palati funeral più esigenti ma potenziale ponte in grado di attirare anche viandanti in occasionale deviazione da tracciati doom, death o black, S è un album che va dritto al centro del bersaglio delle emozioni. Abbattuto il diaframma dell’apprendistato, i Mesmur bussano forte alla porta dell’empireo del genere… con tutte le credenziali in regola, per essere ammessi.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
5-HT
Mercoledì 4 Ottobre 2017, 14.21.23
2
Ciao Doom, anche se sono parecchio in ritardo ti ringrazio per i complimenti! Potresti contattarmi via mail per favore?
Doom
Venerdì 15 Settembre 2017, 14.39.05
1
Complimenti sia per la recensione, sia soprattutto a Michele. Spero per lui sia davvero un passo significativo. L'album pero' non l'ho ascoltato ma lo farò presto e dirò la mia.
INFORMAZIONI
2017
Solitude Productions
Funeral Doom
Tracklist
1. Singularity
2. Exile
3. Distension
4. S = k ln Ω
Line Up
Chris G (Voce)
Jeremy L (Chitarra, Tastiera)
Michele M (Basso)
John D (Batteria)
 
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