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Crimfall - Amain
16/09/2017
( 275 letture )
Se dovessimo rappresentare in un quadro le immagini ispirate dall'ascolto della musica dei Crimfall, probabilmente vedremmo una scena ambientata nell'VII secolo d.C. Qualcosa come un drakkar che esce rapido da un fiordo, navigando dritto verso la prossima razzia mentre i guerrieri a bordo attendono pensando a cosa li attenderà al di là del mare.

Topic abusato?
Per certi versi sì, anche perché non sono pochi i gruppi -scandinavi e non- che si rifanno al periodo dell'espansione vichinga per costruire il nucleo testuale dei loro album. Un po' per la buona quantità di materiale presente (trattandosi di un periodo storico su cui continuano a venire fatte nuove ed importanti scoperte archeologiche), un po' per la facilità con cui si riescono ad inserire elementi anti-cristiani all'interno delle lyrics, visto che l'evangelizzazione forzata del nord Europa ebbe un impatto culturale (e non solo) sconvolgente su quei territori. Chiaramente, sta poi all'abilità della singola band il cercare di non banalizzare l'argomento, o usandolo in modo storicamente accurato oppure come metafora del mondo odierno. I Crimfall riescono abbastanza efficacemente ad utilizzare quest'ultima via, elemento che tutto sommato non ci stupisce considerati i loro lavori passati.
Parlando proprio del loro passato: sono trascorsi addirittura sei anni da The Writ of Sword, un intervallo immenso, specie se si considerano le dinamiche del music business odierno, eppure i finnici non ne sono usciti scalfiti, né nella formazione (rimasta immutata) e né nel sound. Amain è infatti una sorta di summa di quegli elementi che l'act di Helsinki ha sempre impiegato nei precedenti due album: c'è la componente symphonic, quella folk, quella power e i momenti "viking" più tirati che ricordano molto l'approccio di loro connazionali come gli Ensiferum.

Un sound dunque complesso, il cui principale artefice risponde al nome di Jakke Viitala, il mastermind della band che si occupa da solo delle molte parti di chitarra e della composizione di tutte le parti sinfoniche e folk, eseguite poi in parte da lui e in parte da diversi ospiti. Il livello di attenzione posto nell'arrangiamento di ognuno di questi strumenti è notevole: le chitarre elettriche si muovono agilmente tra riff cadenzati, ora più quadrati e ora più vari (tipo le terzine nell'apertura di The Last of Stands), talvolta arricchiti da brevi arpeggi melodicamente piuttosto validi. Non mancano poi le parti soliste, anche se queste suonano spesso meno ispirate, per quanto ben costruite da un punto di vista meramente tecnico. Vi sono poi alcune gradevoli parti di chitarra acustica, che ben figurano in canzoni Far from Any Fate o Song of Mourn e si sposano perfettamente con l'anima più folk del quintetto. Quest'ultima si palesa grazie al largo impiego di suoni ambientali, flauti, fisarmonica (Netta Skog), violino (Lotta Ahlbeck), violoncello (Juho Kanervo) e viene coadiuvata da un approccio “parallelo” più sinfonico -di cui è un buon esempio l'intro Eschaton- che impiega anche ottoni e pianoforte (Emmi Silvennoinen).
Per supportare un sound tanto camaleontico era poi necessaria una sezione ritmica che lo fosse altrettanto, una missione difficile per il batterista Janne Jukarainen (ex Hanging Garden) e il bassista Miska Sipiläinen, che pare però sia abbastanza riuscita. Jukarainen è riuscito a non farsi trascinare troppo dalla componente power del sound e ha evitato di impiegare il doppio pedale in modo esagerato (anche se questo è ovviamente presente nei momenti più tirati per sottolinearne l'intensità), dando poi la giusta attenzione all'articolazione di filler più complessi e all'arrangiamento di percussioni più a tema con i passaggi folk (come nel caso della orientaleggiante Mother of Unbelievers). Sipiläinen ha invece garantito delle linee di basso solide e dotate del giusto groove, si sente subito che non è il solito bassista che si limita a doppiare le ritmiche della chitarra elettrica ed è evidente che presti molta attenzione a creare qualcosa di più complementare alla batteria, con il gradito extra di una certa fantasia nell'impostare qualcosa di più articolato nelle parti più rilassate.
Altri importanti elementi che non si possono non notare ascoltando Amain sono l'enorme quantità di cori e la grande varietà di linee vocali diverse. In questo senso il più versatile è senza dubbio Mikko Häkkinen, che alterna un cantato harsh tanto efficace quanto poco timbricamente caratterizzato (ricorda moltissimo i suoi connazionali Petri Lindroos e Jari Mäenpää, soprattutto il primo) e un pulito che dimostra invece una grande estensione, ben esplicitata in tutto il suo range in brani come It's a Long Road. Con Häkkinen duetta Helena Haaparanta, una cantante moderna in grado di muoversi entro un discreto range sopranile tra interpretazioni aggressive (Far from Any Fate o Dawn Without a Sun) e altre più soft ma decisamente molto curate, tra cui spicca Song of Mourn, in cui è davvero sugli scudi anche grazie a dei controcanti piuttosto indovinati. Come detto i due sono costantemente coadiuvati da cori molto presenti (talvolta al limite dell'invasivo), che contribuiscono all'atmosfera magniloquente di brani come The Last of Stands e in generale sottolineano i passaggi più drammatici.

La produzione di Amain, per quanto piena e moderna, tende a cadere in tanti piccoli difetti che hanno per certi versi minato la fruibilità del disco. Non tanto per quanto riguarda le dinamiche degli strumenti, che -per quanto permesso dal genere- vengono tutto sommato rispettate. Il vero problema è un mixaggio che ha provato in tutti i modi a valorizzare cori e gli strumenti folk, con il risultato di impastare pesantemente l'insieme, soprattutto a causa della preponderanza di questi ultimi. Anche i suoni delle chitarre elettriche restano un po' vittima di questo effetto “pastone”, con una fase confusa e risonanze molto diffuse sulle alte frequenze. Il basso è meno “presente” rispetto a quanto si poteva ascoltare in The Writ of Sword ed è piuttosto enfatizzato su frequenze molto gravi, elemento che se da un lato lo rende abbastanza udibile dall'altro non è sempre sufficiente a dare la giusta definizione alle note, soprattutto nei momenti più concitati. Ciò che -complessivamente- ne risulta è qualcosa di parecchio “denso” ed impegnativo per le nostre orecchie, tanto che l'ascolto prolungato può risultare quasi faticoso in certi frangenti.

Amain dimostra di essere una riuscita sintesi del sound dei Crimfall, elemento non da poco se si considera la varietà di stili che questi finnici hanno sempre cercato di incorporarvi. Ciò si concretizza in un disco ben arrangiato e con canzoni di un livello piuttosto costante, con picchi apprezzabili come Mother of Unbelievers o la conclusiva Until Falls the Rain. Come già avvenuto in passato però, ai Crimfall manca ancora quell'ultimo step per raggiungere dei livelli di vera eccellenza: il mix di stili è interessante, gli arrangiamenti professionali e le melodie apprezzabili, ma manca ancora quell'ispirazione che potrebbe far sopravvivere l'album alla prova degli anni. Ciò posto, Amain rimane comunque un ascolto assolutamente godibile per chiunque apprezzi il symphonic o il folk più melodico e regala comunque tre quarti d'ora di buon intrattenimento.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Metal Blade Records
Symphonic Metal
Tracklist
1. Eschaton
2. The Last of Stands
3. Ten Winters Apart, Pt. 1: Far from Any Fate
4. Ten Winters Apart, Pt. 2: Song of Mourn
5. Ten Winters Apart, Pt. 3: Sunder the Seventh Seal
6. Ten Winters Apart, Pt. 4: Dawn Without a Sun
7. Mother of Unbelievers
8. It's a Long Road
9. Wayward Verities
10. Until Falls the Rain
Line Up
Mikko Häkkinen (Voce)
Helena Haaparanta (Voce)
Jakke Viitala (Chitarre, Orchestrazioni)
Miska Sipiläinen (Basso)
Janne Jukarainen (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Netta Skog (Fisarmonica)
Emmi Silvennoinen (Pianoforte)
Lotta Ahlbeck (Violino)
Juho Kanervo (Violoncello)
 
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70
 
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