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Soilwork - A Predator’s Portrait
16/09/2017
( 528 letture )
Ebbene sì, so a cosa sta pensando la maggior parte di voi true deathster al solo leggere il titolo e il gruppo protagonisti di questa recensione. Dev'essere sicuramente qualcosa del tipo "Soilwork sono nati con Steelbath Suicide e morti magistralmente con l'irraggiungibile The Chainheart Machine, tutto quello che viene dopo non esiste" , riportando una versione assai edulcorata di ciò che immagino. Senza contare l'orticaria che le parole "clean" e "vocals" possono causare.
Ad ogni modo, non dev'essere indubbiamente stato facile per i fan storici del sestetto svedese realizzare che A Predator's Portrait avrebbe rappresentato per la band uno snodo da cui si sarebbe sviluppato il resto della produzione. Ovunque si cerchi su internet, o a qualsiasi sostenitore del gruppo lo si chieda, ci si imbatterà sempre nelle solite parole: questo è il disco della svolta; è l'album da cui non si tornerà indietro, a partire dal quale saranno introdotti elementi che costituiranno le nuove peculiarità della band. D'altronde è impossibile negare tutto ciò, così com'è palese il cambiamento attuato a questo punto della discografia, a soli due album e cinque anni alle spalle. Tuttavia, diversità non è sinonimo di inferiorità.

Il 2001 è l'anno in cui la band di Björn "Speed" Strid dà alle stampe A Predator's Portrait, con l'onere di riuscire a pubblicare qualcosa che possa competere col suo acclamato predecessore. L'etichetta discografica chiamata in causa è la Nuclear Blast, d'ora in avanti sostituta della Listenable Records, a cui invece si devono le due prime uscite. I quarantatré minuti abbondanti di platter, con le sue dieci canzoni (undici nella versione giapponese), puntano i riflettori su un gruppo che, nonostante i pochi anni di attività macinati, non ha paura di osare e di sperimentare, conscio dei rischi che ciò a volte comporta. Si sa, ai Nostri non piace la ripetitività, così come sta stretta la volontà di propinare la stessa canzone servita in salse diverse all'interno di tutti i lavori in studio. Nonostante la formazione non abbia ancora subìto cambiamenti interni (cosa che avverrà in maniera massiccia successivamente), ciò che si ascolta in questo album può affascinare da un lato, ma al contempo deludere i fan storici, proprio a causa della diversità tracciata con l'esordio. Tralasciando per un attimo l'aspetto prettamente musicale (fautore degli storcimenti di naso di una buona fetta di pubblico), ciò che fa una prima differenza rispetto a quanto già uscito sotto lo stesso moniker è la natura del disco stesso: il lavoro, infatti, è ideato come concept album. Ogni traccia costituisce a suo modo un tassello che riconduce ad un grande puzzle, ovvero il ritratto di un predatore, come da titolo. La figura qui descritta con maestria è un killer affetto da una personalità distorta e malata, alla continua ricerca di soddisfazione, cosa che viene raggiunta tramite la messa in atto di gesti che lasciano continuamente il segno sia esteriormente che interiormente. Non vengono descritte scene sanguinose, anzi, ciò su cui ci si concentra è il motore psicologico che accompagna il protagonista durante le vicende: egli passa dall'essere sicuro di sè, dal sapere fermamente cosa vuole (come in Like the Average Stalker), al crollare inesorabilmente, al chiedersi il senso delle proprie azioni, fino alla richiesta di aiuto e all'interrogarsi su sentimenti quali il senso di colpa, la disperazione, la volontà di redimersi (è il caso del testo di The Analyst). I brani ripercorrono attraverso un flusso di coscienza a volte disordinato e intricato ciò che passa nella mente di una persona affetta da manie aggressive, senza tralasciare le conseguenze dirette sui pensieri del singolo ("And the one you hate, will suddenly be yourself/And it's all to late", come recita Grand Failure Anthem) e su quelli della società in cui un individuo simile è calato (We'll never get some/Well earned respect 'cause we have/Failed! Failed! Failed! Failed", estratto dallo stesso pezzo). Da Bastard Chain fino a Final Fatal Force (la titletrack è, invece, un sunto di quanto trattato nelle altre canzoni) si assiste ad una crescita interiore del protagonista che, seppur non pienamente pentito degli sbagli commessi, risulta consapevole del fatto che neppure la sua morte ripulirà quanto accaduto, poiché le tracce lasciate nelle vite degli altri sono ormai indelebili.

Chapeau.

Parlando delle canzoni e del loro aspetto musicale, il cambiamento maggiore è rappresentato dall'inserimento delle clean vocals all'interno dei ritornelli dei Soilwork: Strid, oltre a sfoderare le sue impeccabili harsh vocals, dimostra di cavarsela a trecentosessanta gradi dietro al microfono anche quando chiamato ad esibire il suo timbro pulito. Tralasciando la opener Bastard Chain, che dimostra ancora una certa linearità con le produzioni precedenti, in quanto a potenza e rapidità, è con Like the Average Stalker che si assiste ad una deviazione di stile caratterizzante della maggior parte dei lavori seguenti: canzoni più accessibili (pur restando sempre in ambito melodic death), melodia sempre più presente, utilizzo delle tastiere più massiccio , alternanza di strofe veloci e in scream a ritornelli più lenti e in pulito. Andando oltre i gusti personali circa la preferenza tra clean e non, in A Predator's Portrait Strid è fautore di una prova vocale molto buona e variegata, dimostrando di saper destinare una o l'altra tecnica alle giuste parti del brano. L'unica grossa pecca in questo senso si registra in Needlefeast, in cui il ritornello in pulito risulta quasi fuori luogo, poiché non si lega bene col resto del brano. La voce non è l'unica ad essere degna di nota: tutti i musicisti sono infatti artefici di una buona performance capace di regolarsi al meglio in base alle necessità dei singoli pezzi. A brani in cui spicca l'apporto dei chitarristi e dei loro lunghi assoli (come in Bastard Chain e in Grand Failure Anthem) si alternano canzoni caratterizzate da ottimi riff (Neurotica Rampage e Shadowchild), altre con eccellenti basso e batteria (Final Fatal Force, Like the Average Stalker e la titletrack) e altre ancora in cui è la tastiera a sorprendere (come accade in The Analyst e Structure Divine, quest'ultima affascinante e sontuosa). Nonostante vi sia un'attenzione maggiore ai ritornelli più accessibili, in questo lavoro in studio non risulta essere messa da parte la tecnica: non mancano tecnicismi, sperimentazione ed elementi di arricchimento in linea col concept (quali le urla in sottofondo durante Needlefeast e Structure Divine), con picchi qualitativi raggiunti dalla coppia Grand Failure Anthem e l'appena citata Structure Divine. Dopo tre quarti del disco molto buoni, si registrano alcuni cali significativi proprio nelle ultime tre canzoni dell'album: oltre alla già menzionata Shadowchild, anche Final Fatal Force e la titletrack risultano poco ispirate, con tratti strumentali molto ripetitivi accompagnati da linee vocali scialbe, almeno per quanto riguarda la componente clean; qui ritorna la sensazione che il ritornello non riesca a legarsi al resto del pezzo, che dal suo lato presenta un piglio maggiore.

In conclusione, A Predator's Portrait dimostra come un gruppo possa appoggiare nuove idee stilistiche senza abbandonare la tecnica e il genere di riferimento. Con questo album, i Soilwork provano di essere ancora legati al melodic death metal e alle influenze qua e là thrash, pur rafforzando il tratto sinfonico ed affiancando un nuovo stile vocale a quello già affermatosi dagli albori in poi. Qui coesistono padronanza e sperimentazione, a riprova del fatto che non è necessario seguire del tutto le orme del passato per continuare a comporre musica di qualità.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
89 su 7 voti [ VOTA]
draKe
Giovedì 21 Settembre 2017, 22.38.16
3
bel disco con parti più riuscite di altre a volte all'interno dello stesso brano (come in Needlefeast già citato in recensione che ha sì un ritornello poco convincente ma ha un break con una ritmica da paura!!)...d'altro canto è sempre stato un "difetto" di fabbrica per questa fenomenale band che ha saputo osare con a partire da questo album con l'introduzione della voce pultia ed un uso maggiore delle tastiere, pur relegate per ora ad un ruolo di riempitivo, mentre in futuro a volte saranno determinanti per la costruzione del brano. Speed strid si conferma un'animale inferocito dietro al microfono mentre si innalza ad una spanna sopra la media la sezione ritmica in toto (non solo basso e batteria, ma anche le chitarre ritmiche sono strabilianti). La produzione resta fedele a quella dei primi due incredibili dischi (per me steelbath suicide è il loro top-album) ed è un bene, tant'è che dopo 5 secondi sai già chi stai ascoltando...insomma, a chi piace la velocità, l'aggressività e la melodia non potrà che restare a bocca aperta sentendo questi pezzi tra il death e il thrash melodico! Da avere!
Metal Shock
Mercoledì 20 Settembre 2017, 12.25.18
2
Assieme a The Chainheart Machine il migliore dei Soilwork. Inizia qui la loro evoluzione con voci pulite ed un sound leggermente piu` melodico. Poi andranno verso troppa melodia, per poi tornare con gli ultimi dischi su un livello a loro piu` consono. Voto 85!
Jazz
Martedì 19 Settembre 2017, 13.33.11
1
A parte la prima non è granchè,voto troppo alto
INFORMAZIONI
2001
Nuclear Blast Records
Melodic Death
Tracklist
1. Bastard Chain
2. Like the Average Stalker
3. Needlefeast
4. Neurotica Rampage
5. The Analyst
6. Grand Failure Anthem
7. Structure Divine
8. Shadowchild
9. Final Fatal Force
10. A Predator's Portrait
Line Up
Björn "Speed" Strid (Voce)
Peter Wichers (Chitarra)
Ola Frenning (Chitarra)
Carlos Del Olmo Holmberg (Tastiera)
Ola Flink (Basso)
Henry Ranta (Batteria)
 
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