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H.e.a.t - Into the Great Unknown
29/09/2017
( 677 letture )
Sembra impossibile, invece sono trascorsi già dieci anni da quando una giovane band svedese, proveniente dalla cittadina di Upplands Väsby (la stessa che diede i natali agli Europe), iniziò senza troppi clamori la propria carriera, ancora ignara del successo che avrebbe ottenuto di lì a poco. Due album pubblicati per conto della StormVox e poi ecco arrivare il primo grande passo con la firma per Gain Music, sotto la casa madre Sony (in Europa l’etichetta è invece la earMUSIC). Il vero successo arriva col terzo studio album, Address the Nation, l’anno è il 2012 e dietro al microfono c’è Erik Grönwall, fresco vincitore del talent show svedese Idol. Facciamo ora un salto in avanti, di ben cinque anni: ben poco è cambiato in casa H.e.a.t, tranne che alle chitarre troviamo il solo Dave Dalone, rientrato alla base dopo l’abbandono di Eric Rivers. Il quarto album, Tearing Down the Walls, è stato l’ennesimo successo, seppure molti gli abbiano preferito il precedessore, e l’attesa per la quinta uscita ufficiale è stata questa volta più lunga del solito (tre anni invece dei due a cui eravamo ormai abituati). A rimarcare la dose ci hanno poi pensato le varie anteprime, specialmente il singolo Time on Our Side, un’evidente virata di stile male accolta dai più, che certo non si aspettavano una semi-ballad elettropop come primo estratto del nuovo disco. Ma una traccia non basta ovviamente per decretare il fallimento di un album, motivo per cui è sempre doveroso attendere prima il pacchetto completo.

Inserito il disco nel lettore, la partenza è delle migliori. Bastard of Society è infatti la classica canzone in stile H.e.a.t: hard rock potente e grezzo, dai ritmi serrati, ma con ritornelli diretti che entrano in testa fin dal primo ascolto; un vero e proprio pugno in faccia capace di convincere anche i più scettici e che senza dubbio sarà il punto forte nei futuri live. Peccato che a seguire troviamo subito una canzone poco affine come Redefined, troppo lenta per essere posta appena dopo l’inizio dell’album. Non un brutto pezzo, intendiamoci, ma soffre appunto il fatto di essere inserito al secondo posto nella tracklist e conseguentemente di smorzare eccessivamente la carica appena innescata dal brano d’apertura. Presa a sé, bisogna dirlo, la canzone si fa apprezzare e riesce persino ad emozionare grazie anche ad un assolo davvero splendido posto verso la fine, oltre che ovviamente alla grandiosa prestazione vocale di Erik Grönwall, che su questo disco si è superato più di una volta. Shit City prova a riportare le cose sui binari iniziali, ma ci riesce solo a metà. Non va certo meglio con Time on Our Side, che come potevamo immaginarci è tra gli estratti meno convincenti del disco. La famosa semi-ballad elettropop tanto criticata al momento della sua uscita in anteprima, si riconferma un brano di cui avremmo volentieri fatto a meno e che potrà piacere solo a una ristretta cerchia di fan o amanti di questo tipo di sonorità. La successiva Best of the Broken ricorda vagamente la seconda traccia di Tearing Down the Walls, quella A Shot at Redemption che ancora oggi è probabilmente tra i pezzi più attesi in sede live. Il confronto però è solo parziale, si tratta di due canzoni differenti e Best of the Broken non sembra nemmeno voler provare a vincere questa sorta di sfida a distanza. Ad innalzare il livello qualitativo, calato un po’ troppo nelle tracce precedenti, ci pensa la splendida Eye of the Storm. Dite tutto quello che volete, tirate fuori la poca originalità di questo pezzo, l’estrema ruffianeria della linea vocale, ma non si può non ammettere che è proprio questo il brano cardine dell’intero disco, la colonna portante, il pezzo più efficace e maggiormente piacevole da ascoltare oltre che proprio il più riuscito. Arrivati a questo punto, l’energia di un pezzo come Blind Leads the Blind ci risveglia e riporta coi piedi per terra, facendoci pregustare una parte finale di album ancora tutta da scoprire. Ma, purtroppo, dei due pezzi successivi, ovvero la ballad piuttosto atipica We Rule, e l’altrettanto strana Do You Want It si salva ben poco. Quest’ultima potrebbe trovare uno sbocco giusto se riproposta in sede live, ma nemmeno più di tanto. A ricordarci la grandezza degli H.e.a.t per fortuna ci pensa la conclusiva Into the Great Unknown, canzone dalla durata superiore addirittura ai sette minuti. Non aspettatevi chissà cosa, molto semplicemente la titletrack riesce nel non facile compito di chiudere il disco in maniera più che dignitosa, facendoci dimenticare almeno in parte i vari salti a vuoto presenti in più punti della tracklist.

A conti fatti, Into the Great Unknown si presenta come un album di tutto rispetto, contenente diversi ottimi brani alternati ad altri che risultano essere molto meno efficaci, se non proprio del tutto trascurabili. Parlare di un’evoluzione (o, al contrario, di un’involuzione) stilistica non sarebbe giusto, dato che le novità di quest’album rispecchiano una minima parte della proposta del gruppo e con tutta probabilità non sono altro che lo specchio dei nostri tempi. Gli H.e.a.t alla fine non sono cambiati, l’anima del gruppo è la stessa che dieci anni fa fece partire la scintilla che diede il via al tutto, ad una carriera ricca di successi seppur ancora agli albori e ad una sincera e continua voglia di spaccare il mondo che poche altre band al giorno d’oggi sembrano avere. Se questo disco non vi convince, nessun problema. La vera essenza degli H.e.a.t è il palcoscenico ed è lì che troverete la conferma definitiva ai vostri dubbi, è lì che potrete rendervi conto del reale stato di forma della band svedese. Into the Great Unknown non sarà al livello degli album precedenti, ma potete star certi che non sarà questo a rallentare il loro percorso di crescita, né a darci un motivo per smettere di seguirli con la stessa passione di sempre.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
69.33 su 3 voti [ VOTA]
Andy
Venerdì 13 Ottobre 2017, 23.58.40
11
a mio parere questo e' un album piu' vario e moderno ma nonostante tutto risulta un gran disco!!!...e' pieno di belle canzoni...chissenefrega se un po piu' pop o un po piu' hard....gli svedesini dimostrano ancora una volta di essere grandi artisti emergenti!!!!
Metal Shock
Lunedì 2 Ottobre 2017, 12.28.26
10
Cantato peggiorato nel senso che, a mio parere, pure il cantato lo trovo scialbo, pure poco incisivo. Saranno le canzoni, ma qui tutto non mi convince.
Flavio
Lunedì 2 Ottobre 2017, 12.10.22
9
Ho adorato "Tearing...", al punto che nutrivo grandi aspettative per questo loro nuovo lavoro; purtroppo, dopo svariati ascolti, mi tocca ammettere che questo album è semplicemente scialbo. Brutto. Si salvano giusto 4 pezzi, ma per il resto si tratta di pop scadente, lontano anni luce da pezzi come Point of no return, We will never die, Emergency, Inferno, Tearing.. etc. E addio al "tiro" dei precedenti album... Salvo solo il cantato di Gronwall, bravo come sempre, ma per il resto è una grandissima delusione. Spero solo che questa direzione intrapresa non sia quella definitiva. Voto 65 ( purtroppo ).
d.r.i.
Lunedì 2 Ottobre 2017, 10.36.01
8
Il cantato mi sembra sempre di altissimo livello, peccato debba essere sprecato per canzoncine inutili. E non si tratta di aprire la mente o meno ma proprio canzonette pop di quello bruttino. Poi lo faranno per conquistare più pubblico e ci sta, di sicuro hanno perso me
Tiradipiuunpelodifiken
Lunedì 2 Ottobre 2017, 8.37.36
7
Erik peggiorato non si può sentire, al di là che il disco piaccia o meno. E' semplicemente un fenomeno, punto
HeroOfSand_14
Domenica 1 Ottobre 2017, 12.05.38
6
MetalShock. Sul giudizio riguardante il disco non posso obiettare nulla perché sono gusti, però non capisco quando dici che il cantante ė pure peggiorato. Mi sembra una affermazione fuori luogo perché Erik ė in continua crescita e non capisco sulla base di quali indizi dic questo. Quello ė il suo timbro, a volte sporco a volte pulito, può non piacere a tutti ma che sia di livello ė indiscutibile. Particolare invece il fatto che la critica sta comunque lodando il disco pur con riserve, mentre gli utenti non riescono ad apprezzarlo.
Metal Shock
Sabato 30 Settembre 2017, 5.17.21
5
@HeroofSand: guarda, io ci metto tutta l`apertura del mondo, ma questo disco e` proprio brutto. La chitarra si sente ben poco, il cantante, bravissimo nei duschi precedenti, qui secondo me e` pure peggiorato, e tante canzoni sono proprio solo pop e di bassa qualita`. Ho letto addirittura di prog per la title track: ma per piacere!!! Ripeto, nel genere ultimamente ho sentito mooolto di meglio.
HeroOfSand_14
Venerdì 29 Settembre 2017, 17.49.17
4
Alcuni spunti sul disco, dopo vari ascolti. 1. In generale lo trovo un gran disco, si lascia ascoltare piacevolmente, non annoia,contiene potenziali hit, è aperto ad un pubblico meno avvezzo a un sound rockettaro ma non dimentica di rievocare i tempi di Tearing e Address; 2. La voce: Erik è semplicemente mostruoso, uno dei top a livello mondiale. Alcuni acuti sono spettacolari (quello di Bastard Of Society a metà pezzo è da sbavo), le parti cantate in tonalità più basse sono profonde e da veramente emozioni col suo timbro caldo. Non per niente Redefined e Eye Of the Storm sono belle anche grazie ad una prova maestosa al microfono. 3. Time On Our Side: decine di ascolti e mi piace moltissimo. Sound elettro-pop che fa schifo a molti, cambio di stile notevole che porta ad un brano ragionato, particolare e cantato ancora benissimo (tonalità altissime tra l'altro). Se riusciamo ad aprire la mente, questo è un pezzo che merita di essere ascoltato bene e apprezzato. Il pop di qualità. 4. I testi sono sempre leggeri e alcune volte forse banalotti ma non mi aspetto di più da gruppi di genere AOR/Melodic Hard rock e simili 5. Le parti strumentali: quando si erge la chitarra di Dave è ottima, solo che mi sembra poco presente nei brani, sovrastata dalle tastiere (comunque buone) di Jona. Avrei preferito un suono più rockettaro. L'assolo della titletrack comunque vale parecchio. Crash e Jimmy meno in evidenza, soprattutto il primo che mi pare non abbia strafatto o fatto cose assurde. Ma il genere non lo richiede 6. Blind Leads The Blind. Una delle top songs in pieno HEAT style. Non dico altro 7. We Rule è un pezzo elegante e non da loro, ragionato anche questo e sempre in crescendo. Secondo me qui Erik non ha il timbro adatto per cose pseudo operistiche, però ci sta comunque discretamente. Bella la parte finale, emozionante. 8. Best Of The Broken è un pezzone cosi come l'opener, due brani carichi e pregni di melodia, sempliciotti ma diretti.Cori adatti al live, come anche Shit City Insomma, hanno cambiato rotta forse per arrivare a un pubblico maggiore e diverso, ma ci sono sempre segni del loro sound. Se riuscite ad aprire la mente vale la pena di dargli una possibilità, altrimenti per voi sarà considerato come un fiasco. Per me è un signor disco, devo ancora capire se meglio o peggio degli altri album, che sono quasi totalmente inattaccabili.
Metal Shock
Venerdì 29 Settembre 2017, 17.41.56
3
Troppo, troppo, troppo pop. Da buona band hard A.o.r. gli H.e.a.t hanno deciso di tentare la carta commerciale magari gli andra` bene ma la qualita` e` scesa in modo impietoso. Insufficiente. Se vi piace il genere ascoltatevi gli Air Nation, proprio un`altro pianeta.
d.r.i.
Venerdì 29 Settembre 2017, 13.40.06
2
Piacevoli i precedenti, questo è davvero bruttino indipendentemente dall'essere commerciale o meno. Voto 50
InvictuSteele
Venerdì 29 Settembre 2017, 13.08.26
1
Band ultracommerciale, non male, ha delle buone intuizioni, ma credo sia altamente sopravvalutata. Da dieci anni l'AOR è tornato a spingere forte e si trovano decine e decine che capolavori e di band della madonna, gli HEAT invece sono tra i peggiori, troppo patinati, troppo modernisti e con una filosofia musicale incentrata sui soldi, a cominciare dal cantante prelevato da American Idol. Paraculi, ma per me quasi inutili, quasi perché un paio di album discreti li hanno. Ovviamente è un mio giudizio, ma questo AOR commercialissimo non lo riesco a sentire se non come gradevole sottofondo.
INFORMAZIONI
2017
earMUSIC
AOR
Tracklist
1. Bastard of Society
2. Redefined
3. Shit City
4. Time on Our Side
5. Best of the Broken
6. Eye of the Storm
7. Blind Leads the Blind
8. We Rule
9. Do You Want It
10. Into the Great Unknown
Line Up
Erik Grönwall (Voce)
Dave Dalone (Chitarre)
Jona Tee (Tastiere)
Jimmy Jay (Basso)
Crash (Batteria)
 
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